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lunedì 8 novembre 2010

finalmente un partito di opposizione! era ora!

L'intervento di Giafranco Fini alla prima convention di Fli

L'intervento di Fini:
il nostro progetto per l'Italia

di Gianfranco Fini
Care amiche e cari amici di Futuro e libertà, senza alcuna presunzione, umilmente, a bassa voce, credo che per si possa dire che se ci guardiamo intorno, se volgiamo gli sguardi dietro noi, alle settimane e ai mesi passati, possiamo per davvero di poter dire che abbiamo tutto il diritto di essere molto molto soddisfatti perché c’era chi con una certa presunzione, con un approccio superficiale, ci aveva frettolosamente liquidato: “sono quattro gatti, non ha senso politico quel tipo di avventura”. E solo in poche settimane, dal discorso di Mirabello a oggi, ci troviamo in questa splendida cornice di passione, in una manifestazione politica che, sempre senza presunzione, ha pochi precedenti, soprattutto per la molla che l’ha determinata. In poche settimane siamo diventati non marginali, non condannati all’oblio, ma politicamente determinanti per le sorti del governo e soprattutto, ed è più importante, per l’avvenire della nostra patria.

E allora è giusto chiedersi innanzitutto, e me lo chiedo innanzitutto io, questo piccolo grande miracolo da cosa è stato determinato? La risposta è una e una sola: gli artefici siete stati unicamente voi e con voi i tantissimo che oggi non sono qui fisicamente, ma ci sono idealmente. Donne, uomini, giovani, anziani che hanno dimostrato in queste settimane che si può ancora vincere una sfida basata sulla passione e sul coraggio civile, che hanno dimostrato di voler credere in progetto ideale da anteporre a ogni tornaconto personale. Voi siete qui per una certa idea di Italia, non per fedeltà a una persona e nessuno, amici miei, vi chiederà mai di cantare “Meno male che Fini c’è”, perché meno male che ci siete voi! Gli uomini passano, le idee restano, gli uomini sono il progetto, le idee la proiezione nel futuro. Altro che rancori personali, c’è stata una corale assunzione di responsabilità, un crescente desiderio di voltare pagina, una crescente stanchezza nel centrodestra e non solo che ha determinato questa voglia di tornare a essere artefici del proprio destino. Ho ritrovato una bella frase di un poeta troppo frettolosamente giudicato naif, Saint Exupery sulla costruzione di una nave.

Fuori di metafora, in Italia c’è la nostalgia di una politica diversa, pulita, fatta di valori e ideali. Un ringraziamento sincero va a tutti coloro che hanno reso possibile questo piccolo grande miracolo, ma in particolare ai più giovani, ragazzi e ragazze, che sono il motore di Futuro e libertà. A loro ieri ho chiesto di continuare a essere intransigenti senza diventare estremisti, perché l’estremismo è la negazione dell’intelligenza, gli ho chiesto di essere intransigenti nei valori. Un ringraziamento va anche ai tanti che non hanno esperienze politiche precedenti, a coloro che sono qui in rappresentanza di associazioni di volontariato, no profit, terzo settore, ai tanti italiani perbene che vogliono cambiare la società, che non credono più nella politica. Un grazie va anche a coloro che hanno alle spalle una gloriosa militanza politica nella nostra destra e a chi ha alle spalle altre esperienze politiche. E’ stato bello anche nel susseguirsi degli interventi degli amici che hanno preso la parola, constatare che oggi Fli possa realizzare quel disegno che era alla base della nascita del Pdl, la sintesi di quelle esperienze, il superamento delle incomprensioni del Novecento, dei valori supremi che uniscono tutti nell’interesse generale. Ringrazio chi viene da altre esperienze, del cattolicesimo liberale, del socialismo riformista, della cultura liberal: Fli non sarà certo una An in piccolo ma nemmeno una sorta di zattera pronta a raccogliere i naufraghi del Pdl.

In altri contesti si era solito dire: porte aperte a tutti, esclusi i perditempo. Qui, in termini politici, diciamo: porte chiuse ad affaristi e carrieristi. Oggi che rappresentiamo una bella novità dobbiamo essere coerenti con il nostro messaggio ideale, dobbiamo vigilare. E’ quello quello ho detto ai nostri ragazzi e a tutti coloro che sono venuti qui senza chiedere nulla, a loro spese, solo perché orgogliosi di partecipare a scrivere una nuova fase politica.
Abbiamo il dovere di avere accortezza, perché il nostro progetto è ambizioso: in poche parole ha la volontà di incarnare e rendere vivi quei valori autentici del centrodestra italiano, che siano il reale collegamento con i valori del centrodestra europeo, col moderatismo che rappresenta in Europa un punto di riferimento per il centrodestra. Nel Manifesto che ha fatto da colonna ideale al nostro evento, ci sono i valori che voglio richiamare, i capisaldi della carta identità di Fli: a cominciare dall’idea di nazione intesa come senso di appartenenza alla comunità, la coscienza di una identità, intesa come certezza che se lo Stato unitario ha affrontato 150 anni di vita, la gens italiana esiste da almeno duemila anni.

Senso di appartenenza, di identità, significa legittimo orgoglio per la nostra storia, l’orgoglio di rappresentare nel mondo il Paese che detiene la più alta percentuale del patrimonio culturale dell’umanità. E - lo dico senza alcuna strumentalizzazione - che dolore, amici, nel leggere quella notizia che ha fatto il giro del mondo, il crollo della domus dei Gladiatori a Pompei, unita a quell’altra notizia che nei giorni scorsi ha fatto il giro del mondo dando un’immagine degli italiani che non meritano. Non si può essere pienamente europei se si perde il senso di identità, di coscienza nazionale.

Il nostro paese ha delle responsabilità nello scenario internazionale e credo che il modo migliore, più onesto, meno retorico per ringraziare i nostri soldati, i nostri eroi - e caro Gianfranco permettimi di dirti che uomini come te sono la dimostrazione di quanta vitalità c’è oggi nella nostra Italia - il modo migliore per rendere omaggio questi uomini è impegnarsi perché l’Italia nel mondo oggi appaia diversa da quella immagine che purtroppo ha in alcuni frangenti. E’ un valore, quello della nazione, che si accompagna a un altro valore riassunto nel nostro manifesto: la legalità. La legalità, il più impegnativo, profondo, doveroso omaggio a chi è in prima linea e la considerazione della magistratura, che è una garanzie della nostra democrazia. La legalità non è solo il pacchetto sicurezza di cui il governo può menar vanto. La legalità è la certezza che se non si insegna ai nostri figli che prima di rivendicare un diritto essere pronti a assumersi un dovere, che se non si dice che senza il rispetto delle istituzioni senza il senso stato non c’è il senso di appartenenza a una comunità nazionale. La legalità bene intesa è la precondizione per la libertà. Senza cultura della legalità non c’è cultura della libertà. Altrimenti la libertà diventa solo quella del più forte verso i più deboli, del potente verso chi non ha certezza di uno Stato garante.

Legalità, nazione e - sempre non in ordine di ideale gerarchia ma in ordine che mi viene dal manifesto – il valore del rispetto della persona umana con il corollario della tutela dei diritti civili di ogni persona umana. Persona umana senza alcuna distinzione e soprattutto senza discriminazioni. Rispettare la persona vuol dire che non si possono distinguere bianchi e neri, cristiani, musulmani ed ebrei, uomini e donne, eterosessuali e omosessuali, cittadini italiani e stranieri. Perché porre la persona al centro non significa negare la necessità per ognuno di adempiere a dei doveri. E’ il concetto pocanzi espresso.

Ma è triste constatare la superficialità o l’arretratezza del dibattito politico-culturale. Lo dico per esempio per la questione di ciò che si deve fare per chi giunge in Italia da altri paesi e non è ancora cittadino, che mette al mondo qui i suoi figli, ragazzi che considerano l’Italia la loro patria anche se l’Italia non è la terra dei loro padri. Mi rifiuto di pensare che questo centrodestra risolva tutto con la propaganda del “gli immigrati clandestini se ne vadano”. Non contestiamo la necessità di allontanare i clandestini, contestiamo la dabbenaggine di chi non capisce che sempre più in futuro la nostra società sarà molto diversa da quella attuale, che avrà sempre di più la necessità di integrare coloro che rispettano la nostra storia, cultura, tradizione. Non c’è in nessuna parte d’Europa su questi temi, diritti civili e cittadinanza, un movimento politico così arretrato culturalmente come mi sembra essere il Pdl al rimorchio della peggior cultura leghista.

E sempre nell’ambito dei valori del nostro manifesto c’è quella che mi piace chiamare l’esaltazione del lavoro in tutte le sue accezioni: manuale o intellettuale, dipendente o autonomo. Il lavoro come luogo fisico dell’economia. Io non demonizzo la finanza, ma quando nell’economia prevale la ricchezza prodotta dalla finanza c’è sempre rischio speculazioni. La centralità del lavoro intesa anche come garanzia di un riscatto sociale, di possibilità per ogni persona di esprimere tutte le capacità che ha. Il lavoro consente a ogni uomo di crescere non solo da un punto di vista economico, ma anche da un punto di vista morale. La centralità del lavoro, che come dimostrano gli anni che abbiamo alle spalle, è diventato e sempre più sarà il naturale alleato se vogliamo un’economia sana e solida del capitale. Oggi possiamo dire che l’antitesti capitale lavoro o, come la chiamavano alcuni, la lotta di classe per far crescere i ceti più deboli si sarebbe rivelato inganno. E, con altrettanta certezza, possiamo dire che non avevano capito coloro i quali pensavano che il capitale fosse la parte trainante dell’economia rispetto al lavoro. Oggi, in ogni parte dell’Occidente e non solo, si cerca una sintesi tra capitale e lavoro come condizione essenziale per un’economia al servizio di un popolo e non solo parte di esso.

Anche la centralità della famiglia, intesa come cellula primaria della società, come principale agenzia educativa: in molti casi ognuno di noi è quello che impara ad essere dai suoi insegnanti, dalla madre, dal padre, la famiglia è un fattore di coesione sociale. Se in Italia non ci fosse la famiglia, al di là del fatto di esserlo legale o di fatto, perché nel secondo caso è innegabile che dobbiamo colmare un divario e allinearci a standard europei, dicevo, se la famiglia non fosse nella condizione attuale, se non svolgesse quel ruolo così centrale, il disagio sociale sarebbe ancora peggiore. Nel Manifesto c’è una centralità riconosciuta della famiglia nella società, ma anche di tutti quei valori che si riflettono in una dimensione continentale, quelli del moderatismo e popolarismo europeo. Fli si riconosce in questi valori e non sarà mai subalterna alla cultura politica della sinistra, dei nostri avversari, di quella cultura politica che rispettiamo e non demonizziamo ma che non ci può insegnare nulla. Io considero risibile che con un centrosinistra alla prese con i suoi travagli e i suoi litigi, c’è chi se la prende ancora con i comunisti; c’è qualcosa di più complesso, ma fino a quando noi avremo i nostri valori non saremo mai subalterni alla sinistra. Per questo dico che se Berlusconi ha bisogno di polemizzare contro di noi, cerchi argomenti più credibili di questo.

Credo di poter dire che Fli non sarà mai sinonimo di pensiero unico, di insipidi e deboli minestroni o incapace di cogliere i tratti civili della nostra identità per metterli al servizio del progetto. Un progetto,il nostro, ambizioso, e che si riassume nella volontà di far nascere un soggetto politico, come era alla base dell’intuizione del Pdl, in grado di dar vita a una grande rivoluzione liberale più volte promessa, che viene presentata in ogni campagna elettorale e che non è mai stata realizzata se non in minima parte. Noi abbiamo l’ambizione di animare e incarnare un moderatismo italiano con uno spirito diverso, perché essere moderati, nel centrodestra europeo, oggi significa non conservare ma cambiare il volto della società: questa è stata una delle grandi scommesse del governo che sono state perdute o mai affontate. Il nostro non è un progetto contro il Pdl, nel Pdl ci sono tanti uomini e donne contro cui non possiamo avere nessuna ostilità, in molti casi ne comprendiamo il disagio, l’amarezza e lo sconcerto, ma loro non sono i nostri avversari, non lo è il Pdl e per certi aspetti neanche Berlusconi. Semplicemente perché noi siamo oltre il Pdl, perché quella stagione politica si sta chiudendo o si è chiusa nell’incapacità di incarnare e realizzare i desideri e i progetti che aveva in sè.

Il nostro è un progetto ambizioso che tenta di recuperare il tempo perduto e il paradosso è che Berlusconi non capisce che un’iniziezione di vitalità alla sinistra gli viene solo dal fallimento del centrodestra e dall’incapacità di mantenere gli impegni con gli elettori. E’ stato detto che dovevamo fare chiarezza, spero di esserci riuscito finora, ci è stato chiesto di dire che cosa vuole essere Fli, cercherò di essere chiaro. Voglio citare due analisti politici che scrivono su due giornali che secondo qualcuno non andrebbero letti e che invece vanno letti; anche perché è meglio leggere quei giornali che ascoltare alcuni tg che sembrano usciti da quella cultura delle veline di certi paesi qualche anno fa, e per veline non mi riferisco a quelle signorine di bell’aspetto.

Uno è di Pierluigi Battista e l’altro il professor Alessandro Campi che hanno posto quesiti ai quali abbiamo il dovere di rispondere e abbiamo cercato di rispondere. Non abbiamo messo in piedi questa avventura per lucrare interessi, per giocare sullo scacchiere politico come in altre occasioni ha fatto chi voleva essere determinante a prescindere dai contenuti, come ha fatto chi era pronto a schierarsi di qua o di là solo per interesse. Chi pensa questo di Futuro e libertà deve ricredersi e credo abbia già iniziato a ricredersi, se è intellettualmente onesto.

Analoga citazione. Alessandro Campi, sul Riformista, si è chiesto se il progetto di Futuro e libertà è costruire una destra nuova, alternativa al berlusconismo, porre le basi di un centrodestra diverso dall’attuale, e se così è ogni scorciatoia o colpo di mano istituzionale su cui si favoleggia è fuori questioni il compito di Futuro e libertà non può essere quello di realizzare per vie traverse ciò che agli avverarsi di Berlusconi non riuscito attraverso le elezioni. Il compito di Futuro e libertà è assai più importante, perché politico, e impegnativo, perché teso a elaborare una proposta politico programmatica all’altezza dei problemi del paese.

Ho letto questo due brani di osservatori politici diversi tra loro perché entrambi pongono questioni cruciali e credo che questi concetti non possano essere espressi in modo più efficace . Il nostro progetto non è di un partito per lucrare, il nostro progetto è talmente ambizioso da rendere necessaria la domanda: ci riusciremo? Lo dirà solo tempo, ma dobbiamo crederci, metterci energie non per l’interesse di comunità politica, ma per l’interesse di una comunità intera. E per avere una possibilità in più di riuscirci bisogna tornare a sentire il polso del paese, guardare e ascoltare quell’Italia profonda, silenziosa che cerca di migliorare con il lavoro la condizione di vita nella nostra società. Quell’Italia silenziosa che non urla, non ha la bava alla bocca, non sta sulle gradinate e quindi non è fatta di ultrà. Quell’Italia che rappresenta la stragrande maggioranza del nostro popolo, che non è il paese dei balocchi che di tanto in tanto dipinge Silvio Berlusconi e che ha dipinto anche nella riunione della direzione nazionale del Pdl dell’altro giorno. Non è quel paese dei balocchi. Intendiamoci, il governo ha fatto bene, ha ben operato e fronteggiato l’emergenza. Non c’è dubbio che Tremonti sia stato capace di preservare l’Italia da una crisi finanziaria che ci avrebbe condotto non su orlo del baratro, ma precipitato nel baratro. Tenere sotto controllo la spesa pubblica è necessario, Futuro e libertà non sarà mai il soggetto che chiede una spesa ulteriore o usa il denaro pubblico per creare un nuovo assistenzialismo o mantenere vecchie sacche di privilegio. Semmai a Tremonti contestiamo la modalità di come i conti pubblici sono stati tenuti sotto controllo, quella dei tagli lineari: tagli qualcosa a ogni dicastero. Questa modalità ha rappresentato per certi aspetti il modo più agevole per non accontentare qualcuno e non scontentare altri, ma è stata anche il modo migliore per il governo per non scegliere. I tagli lineari esentano dal compito difficile di scegliere su cosa tagliare e su cosa investire, ma ci tornerò.

Non ho problemi a dire che la riforma dell’università del ministro Gelmini va nella direzione giusta perché mette in discussione i tradizionali assetti educativi che non si erano rivelati idonei per i nostri figli. Ma una riforma fatta senza denaro è inutile, come Fli ha sostenuto in Parlamento quando ha cominciato a ragionare sulla base delle proprie convinzioni e non seguendo il precetto di “credere, obbedire e combattere”. Così come non c’è dubbio che l’azione del ministro Maroni sia stata positiva, ma è da elogiare soprattutto il ruolo delle forze dell’ordine nel settore della sicurezza. Dico forze dell’ordine perché sono in prima linea e se si lamentano per la carenza di mezzi e si dichiarano pronti a fare di più ma ci chiedono di metterli in condizione di farlo, non possiamo fare finta di non sentire e dire che i sacrifici devono farli tutti. Non c’è dubbio che su alcune questioni il governo non abbia il polso del Paese, non abbia la percezione reale di quelli che sono timori e ansie degli italiani.Per certi aspetti il governo sta galleggiando, tampona le emergenze, ma spesso perde di vista quella che era la rotta: non ha davanti a sé quel progetto che deve essere essenziale per costruire oggi l’Italia del domani. Il governo non ha preso coscienza che alcune questioni vanno affrontate senza esitazioni.

Quali sono le priorità? Altro che ddl sulle intercettazioni. Le priorità che sono nell’agenda degli italiani devono essere anche quelle del governo, che deve cogliere quali sono i sentimenti della nostra gente, ascoltare i suoi timori, le sue speranze. La priorità è affrontare il nodo dell’indebolimento dell’identità nazionale, del senso di appartenenza alla comunità: quando si brucia il tricolore, bè, c’è davvero motivo di allarmarsi. Se per protesta, non so quanto fondata, si arriva al vilipendio del simbolo della dignità nazionale, questo è conseguenza del fatto che per troppo tempo si è sottovalutato non il rischio della secessione, ma l’egoismo strisciante territoriale che è stato il motore della Lega nord. A loro non interessa nulla di ciò che accade sotto il Po perché non ha alcun interesse al valore dell’unità nazionale. Alla vigilia dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità, il governo ha il suo caposaldo nel Pdl, un partito che nasce con una vocazione nazionale ma che al nord adesso è una pallida copia sbiadita della Lega.

Alla vigilia delle celebrazioni, bisogna fare una riflessione su cosa significa essere italiani oggi, è doveroso. La caduta della coesione sociale, non so se se ne sono resi conto, sta aumentando le diseguaglianze, si sta perdendo di vista quel disegno del Pdl che mirava a far migliorare le condizioni di vita del nostro popolo riducendo le diseguaglianze,e si sta trasformando in disegno opposto. In Italia il ceto medio si sta impoverendo, chi ha un solo reddito ha problemi ad arrivare a fine mese. Altro che Paese dei balocchi e del va tutto bene… In Italia c’è un impressionante conflitto generazionale, oggi i più giovani se pensano a futuro si chiedono se sarà migliore o peggiore. Perche oggi i nostri ragazzi sanno che abbiamo un tenore di vita accettabile ma hanno capito bene che quando la famiglia non sarà più in grado di aiutarli per loro ci saranno seri problemi.

Mi ha colpito l’analisi di un istituto di ricerca che ha osservato come si siano rovesciati i termini del rapporto tra giovani e anziani. Fino a poco tempo fa nelle nostre famiglie l’impiego di un giovane consentiva al nonno di vivere una vecchiaia serena. Oggi, in molti casi, specie al Sud, senza la pensione del nonno un ragazzo non avrebbe la possibilità di portare a cena la fidanzata di una vita. E’ un conflitto che va affrontato, dicendo chiaramente ai padri e alle madri che è il momento di fare dei sacrifici, ma finalizzati a garantire ai figli di entrare a testa alta nella società e nel mercato del lavoro. Sarebbe illusorio pensare di garantire a tutti i giovani il posto fisso, magari nella pubblica amministrazione, ma il fatto che il mercato del lavoro sia flessibile, che i contratti siano aperti non può significare la precarietà assoluta e vita natural durante. Guardiamo agli altri paesi europei. Il nostro welfare non può essere solo delle garanzie, deve essere anche delle opportunità. Oggi tra i ceti tradizionalmente deboli, accanto agli anziani, ai disabili, ai cassintegrati, vanno messi anche i giovani. Ed è accaduto senza che nessuno se ne accorgesse. Perché non guardare alla Germania, dove ci sono più contratti a termine che da noi, ma la busta paga è mediamente più pesante rispetto a quella di un giovane che a parità di mansioni ha un contratto a tempo indeterminato?

La perdita della coesione sociale, lo sfibrarsi delle ragioni per cui l’Italia sta insieme e un’altra emergenza, legata alla situazione economica: il calo di competitività e produttività. Basta leggere quello che ha detto ieri Draghi e che aveva detto anche la Marcegaglia qualche giorno fa. Possibile - e lo dico al governo - che personalità così diverse tra di loro indichino come priorità quella di rilanciare l’economia, di mettere in campo politiche per la ripresa della produzione? Possibile che da parte della politica si liquidi tutto dicendo che si tratta delle assurde congiure di qualche potere o dell’incapacità di capire che tutto va bene perché c’è il governo del fare? Mi sembra che governo del fare certe volte significhi fare finta di non vedere che non è vero che tutto va bene.

Nell’agenda politica è necessario non avere tolleranze nei confronti di quello che è cultura dell’illegalità, anche intesa come quella logica secondo cui, da che mondo è mondo, il paese si divide sempre in due categorie di fronte alle quali uno si deve schierare. A me non piace un paese dove non c’è una levata di scudi corale rispetto a certi luoghi comuni che vengono diffusi, luoghi comuni tipo quello per cui chi fa tutto il suo dovere e paga tutte le tasse è fesso e chi invece trova il modo di fare il furbo va apprezzato. E’ lo stravolgimento del principio di legalità come cultura del bene comune. Poi c’è anche quello che chiamo una sorta di decadimento morale e qui serve davvero fare sfoggio di padronanza della lingua, perché il tema è scivoloso e il moralismo è una delle peggiori attitudini di una parte del nostri popolo e di tanti sepolcri imbiancati, sempre capaci di fare la predica ma poi non guardare dentro di sé. Quando dico decadimento morale, intendo una parte dell’attualità che non è figlia obbligata della modernità. Credo che quel decadimento sia in qualche modo anche la conseguenza di una progressiva perdita del senso del decoro e del rigore dei comportamenti - e in particolar modo dei comportamenti di chi, gli piaccia o meno, deve essere d’esempio, perché se si è un personaggio pubblico si è obbligati in qualche modo a essere d’esempio.

E lasciatemi laicamente, con la laicità positiva della coscienza del “date a Cesare quel che è di Cesare” ma anche del ruolo fondamentale che ha nella società occidentale la religiosità e in quella italiana l’insegnamento di Santa romana chiesa, lasciatemi laicamente citare l’insegnamento del Papa che dice che la spazzatura non è solo nelle strade ma negli animi e nelle coscienze. Questo, credo, è il decadimento che c’è e da questo punto di vista io non credo che la politica se ne possa lavare le mani, perché per certi aspetti non tutto quello che c’era nella prima repubblica è oggi da buttare. Io non so quanti si ritroveranno nelle parole che sto per dire, ma io ho rimpianto dello stile di comportamento di Moro, Berlinguer, Almirante, La Malfa. Nella prima repubblica c’erano anche queste personalità, che non si sarebbero mai permesse di trovare ridicole giustificazioni a ciò che non può essere giustificato.

Eppure, amici miei, nonostante ci siano queste emergenze legate alla coesione sociale, all’economia, alla difesa dell’identità nazionale, al dovere di combattere l’afasia morale, io sono convinto che l’Italia non sia un paese destinato a declinare inevitabilmente, che si sfascerà e finirà nel burrone. Non ci credo perché sento forte nel paese una parte di società vita, vitale, reattiva, tutt’altro che rassegnata o indisponibile alla buona battaglia. E’ quella parte di società che ha bisogno di un’altra politica, più alta rispetto alla quotidiana bagarre, all’eccesso di propaganda. Quella parte di società che bisogno di una politica capace di superare la logica per cui l’altro da te è tuo nemico, per cui o si sta di qua o di là. Io credo che sia significativo se soltanto i tentativi di cercare momenti condivisi, di trovare convergenze parlamentari, viene immediatamente bollato come se fosse il sinonimo del peggiore inciucio, della peggiore truffa nei confronti degli elettori.
Perché il bipolarismo è un valore ma non può significare che finita una campagna elettorale l’altra coalizione resta un nemico da combattere con eccessi di propaganda e deficit di politica. Su questioni delicate, che fanno tremare le vene ai polsi, o si è capaci di trovare obiettivi condivisi nell’interesse del Paese oppure diventa difficile far vincere una politica che parli alla parte sana del Paese, quella che tira la carretta ogni giorno. Serve una politica che garantisca la stabilità delle istituzioni. Io non ho esitazioni nel dire che in questo contesto di crisi internazionale e con la necessità del Paese di mettere sul mercato migliaia di titoli, con alcune nubi che arrivano da altri Paesi europei, di tutto c'è bisogno tranne che di una sfida tra Orazi e Curiazi o dell'ennesima campagna elettorale.

Non ho esitazioni nel dire che è necessario valutare le condizioni per un patto di legislatura è che a mio vedere il patto è qualcosa in più del compitino dei 5 punti con scolaretti che devono votare altrimenti è lesa maestà. Un patto è possibile a condizione che ci sia un colpo d’ala, una svolta che consenta di aprire una nuova fase: serve una nuova agenda politica, un nuovo programma di governo da qui alla fine della legislatura. Per quanto riguarda Fli, visto che ci hanno chiesto di essere chiari, per noi un nuovo patto è possibile a condizione che nell’agenda ci siano alcune grandi questioni che nei 5 punti programmatici non ci sono o sono accennate in mina parte,

In primo luogo, il rilancio dell’economia attraverso un nuovo patto sociale, a partire per esempio dagli stati generali sull'economia e il lavoro nel Paese. In una fase in cui mancava il ministro dello Sviluppo e qualcuno pensava che non era necessario, “tanto pensa a tutto lui”, c'è stata una prima pagina di un nuovo patto sociale con il tavolo delle parti sociali su cinque punti d'intesa. Un tavolo al quale hanno partecipato tutti, compreso la Cgil, Confindustria, Confragricoltura e altri: tutti, con i sindacati, si sono dati da fare per vedere cosa si poteva trovare in comune per un patto della crescita. Unica assente al tavolo era la politica, ma da quel tavolo sono uscite alcuni punti d’intesa tra datori di lavoro e parti sociali che andrebbero sostenute sul fronte degli investimenti sulla ricerca e l’ innovazione. Altri Paesi hanno subìto tagli più pesanti dei nostri ma sulle spese per ricerca e innovazione hanno investito di più. Da noi, dove non ci sono i grandi gruppi industriali e l’economia è sostenuta soprattutto dal tessuto delle Piccole e medie imprese, bisognerebbe essere coerenti. Le Pmi mai potranno destinare ingenti risorse ai brevetti, agli studi tecnologi, all’innovazione, se non li supporta lo Stato. Investire in ricerca e sapere significa mettere le piccole e medie imprese nella condizione di vincere la sfida sulla qualità dei prodotti, non sulla quantià, dove è impossibile competere con paesi come Cina e India. Queste non sono utopie, basta vedere altri paesi, come la Germania, dove la Merkel ha fatto una manovra dura ma alla voce ricerca e sapere non c’è segno meno ma segno più, nonostante nel loro tessuto economico il ruolo delle grandi imprese sia determinante.

Altro punto prioritario, fermo restando il problema della sburocratizzazione della pubblica amministrazione, è la necessità di intervenire sul meccanismo degli appalti nella pubblica amministrazione, garantendo legalità a trasparenza. Basta guardare quello che è accaduto negli ultimi tempi in Italia per capire che questi princìpi in Italia spesso non vengono rispettati. E in molti casi non è necessario che intervenga la magistratura per comprendere che l’unica regola è l’intermediazione della politica, con evidenti conseguenze sul malaffare. Così come è ormai non più rinviabile un intervento per legare i salati alla capacità produttiva: come si fa a non capire che chi lavora di più e meglio va pagato meglio di chi timbra solo il cartellino?

Tornando al tavolo tra le parti sociali, tra i suoi obiettivi c’era quello di utilizzare in pieno i fondi Fas, che non possono essere il bancomat a cui Tremonti ricorre quando la Lega glielo chiede per tamponare le emergenze. Se c'è una prova del fatto che il Pdl è afono e che la linea gliela la dà solo la Lega, è quando Tremonti ha preso i soldi dai fondi Fas per tacitare gli allevatori delle quote latte che avevano violato la legge. Per quanto riguarda le opere infrastrutturali, non ha senso mettere fondi su tutto, si dica quello che si può fare su alcune opere, basta l’illusione del “facciamo tutto”. Un ultimo punto uscito dal tavolo delle parti sociali è quello relativo alla necessità di dare corso a una fiscalità di vantaggio per il sud che non danneggi il nord, per metterlo in condizione di essere competitivo, visto che oggi sono tantissime le aziende italiane che de localizzano all’estero a condizioni più favorevoli. Certo se la linea del governo la detta la Lega non credo che per i nostri ministri sarà possibile dire che serve una inversione di tendenza.

Ma servono questi punti per avviare un processo per rilanciare il paese. Servono almeno due, tre riforme per l’ammodernamento del nostro sistema istituzionale. Le grandi riforme che si sono fatte - permettetemi una considerazione amara - tra il 1861 e il 1870, in un’epoca in cui ci si muoveva con i cavalli. La classe dirigente allora diede vita a riforme che servivano per l’Italia. Oggi, nell’epoca di internet, non vi è nulla di paragonabile a quanto fatto dalla classe dirigente dell’epoca.

Occorre abbinare la rappresentatività delle assemblee alla capacità degli esecutivi di governare. Io credo che nell’agenda per il patto di legislatura oltre alle cose di cui abbiamo parlato, vadano inserite alcune riforme, altro che i 5 punticini.
Sulla riforma del federalismo fiscale dico che è una considerazione fin troppo facile spiegare perché non ci sono stati ripensamenti o rallentamenti. Questo è un governo in cui, piaccia o meno, l’iniziativa politica è alla Lega. Il federalismo fiscale è in procinto di essere ultimato, e dico subito che non sono preoccupato perché prevedere il fondo di compensazione renderà possibile da parte regioni sud non rimanere indietro. Quel fondo per una lunga fase non prevederà il rischio di abbandonare il Sud a se stesso. Su questo ha ragione Adriana Poli non parliamo di federalismo solidale perché il federalismo o è solidale o non è. Io dico che quando il federalismo fiscale entrerà in vigore non ci sarà il pericolo, ma una bella sfida che farà emergere una capacità della classe dirigente perché forse qualcosa che gli amici della Lega non hanno compreso è che la classe dirigente del Sud non è meno capace di quella del Nord, aspetta solo di essere messa in condizione di mostrarlo. Il federalismo fiscale non comporta un rischio di disgregazione, ma sarebbe privo di senso senza un ammodernamento in senso federale dello Stato: la camera delle regioni, che rappresenti il territorio. Senza, sarebbe l’ennesima riforma incompiuta, che rischierebbe solo di peggiorare la situazione. Berlusconi assuma l’impegno di riscrivere l’articolo 117 e dar vita alla camera delle autonomie.

Patto di legislatura, nuova agenda, nuovo programma, rilancio delle istituzioni, riforme. So che ciò che sto per dire non sarà considerato con grande soddisfazione, ma se si vuole dar corso al principio di rispettare il popolo, che nelle sue mani ha lo scettro, allora non ci può essere un patto di legislatura se non si cancella una legge elettorale che è una vergogna. Avete diritto di scegliere i vostri parlamentari, non ci si può affidare solo alla leadership.

E’ necessaria una nuova agenda, è necessario un nuovo programma, è cambiato tutto dalle elezioni. Una nuova agenda e un nuovo programma. Berlusconi ha fatto un appello all’unità del centrodestra, della coalizione. E sarebbe facile ironizzare: “se se ne fosse reso conto un po’ prima che non c’erano solo schiaccia pulsanti, che non c’era alcun controcanto, nessuna voglia di dire solo no, ma il desiderio di aiutare la politica. Potrei ironizzare, ma non lo faccio . E’ certamente necessario verificare le condizioni per l’unità della coalizione ma il presidente Berlusconi ha detto qualcosa di più: “faccio appello ai moderati italiani, a tutti quanti non sono e non vogliono stare a sinistra. Bè, i moderati italiani si ritrovano particolarmente, in parlamento, in un soggetto che è l’Udc. Io credo che il presidente Berlusconi, che non è un ingenuo, anche se ama dire che di non essere un professionista della politica ne abbia capito i meccanismi, ma credo ne abbia sperimentato i peggiori.

È tra le cose possibili che il centrodestra si ricompatti solo perché, bontà sua, ha riconosciuto la nostra presenza? Futuro e libertà non può rinunciare alla sua identità, che è scritta nel manifesto, alle sue proposte, ai suoi progetti solo perché adesso è stato proposto un patto. Dobbiamo aggiornare l’impegno in ragione delle nuove esigenze.
Ed è altrettanto ingenuo pensare che l’Udc solo per l’appello ai moderati dica: “bene allora ora arriviamo anche noi”. E’ una logica che non attiene alla politica, è una logica che attiene ad altra attività: quella mercantile. Non c’è alcuna possibilità di un patto di legislatura se non si è chiari su questi aspetti: nuova agenda, nuovo programma.

E per rendere possibile tutto ciò credo che Berlusconi debba dimostrare quel coraggio già dimostrato in altre occasioni, che in passato gli ha già consentito colpi d’ala. Deve avere il coraggio di rassegnare le dimissioni, di salire al Colle, dichiarare che la crisi è aperta di fatto e avviare una fase politica in cui rapidamente si ridiscutano l’agenda e il programma, si verifichi la natura della colazione e la composizione del governo. Se Berlusconi avrà questo coraggio, questa sarebbe davvero una bella svolta del predellino. Noi certamente non ci tiriamo indietro, in ragione di quanto detto e fatto fin qui.

Se non ci sarà il colpo d’ala, se prevarranno i cattivi consiglieri – quanti cattivi consiglieri ci sono stati in queste settimane – se prevarranno quanti dicono quella di Fini è una trappola, se Berlusconi non darà ascolto ai cattivi consiglieri e ci sarà il colpo d’alta, tutti si assumeranno le proprie responsabilità amici miei.

Se al contrario ci non sarà, se prevarrà in lui quell’autoconsolatorio quanto fasullo assunto del “che problema c’è tanto ci penso io, mettiamo le cose a posto”, amici, è evidente che Ronchi, Urso, Menia e Buonfiglio non rimarranno un minuto in più in quel governo. Io li ringrazio per quello che hanno fatto e per come dimostrano che tra noi non c’è alcun tipo di divisione. Il nostro gruppo, i nostri vertici, continueranno a votare ciò che è condiviso e se neanche questa giornata convincerà Berlusconi ad aprire una nuova fase, è chiaro che il problema non sarà più chi resta col cerino in mano o chi stacca la spina. Se proseguiranno le furbizie e i tatticismi saranno gli italiani che la staccheranno. Gli italiani staccheranno la spina perché sono stanchi di un governo che non governa, di chi intende la stabilità politica come un paracarro, che sta lì, non si muove, non fa nulla e non ne prende atto. La stabilità è quella delle istituzioni che sono in grado di risolvere i problemi reali.

Questo è l’appello che Fli rivolge al governo nello stesso momento in cui ci è stato chiesto di essere chiari: noi ci siamo assunti le nostre responsabilità, che non ci spaventano, chiediamo che ci siano analoghe prese di responsabilità perché così non si può andare avanti. Lasciamo al premier l’onore e l’onere di dire se intende aprire una nuova fase con un’agenda e un programma discusso con noi, prendendo atto di quello che pensano gli altri, se vuole tirare a campare o tirare le cuoia, come direbbe Andreotti. Qualunque decisione ci troverà con la coscienza a posto. Il senso profondo di questa due-giorni è che Fli non è un partitino o un esperimento, è un ambizioso e coraggioso ed estremamente nobile tentativo di dare voce autentica al nostro popolo, ridargli la speranza di una Patria che si risolleva. Noi non vogliamo nuove elezioni, ma se qualcuno le vuole sappia che non ci spaventano. Lasciamo ad altri l'onere di dimostrare se ha davvero a cuore l'interesse del Paese o vuole rimanere a palazzo Chigi in attesa che passi la bufera. Viva l’Italia, viva Futuro e libertà.

(Questa trascrizione è stata fatta in tempo reale, va pertanto considerata una bozza da aggiornare)

Discorso pronunciato a conclusione della prima convention di Fli a Bastia Umbra il 7 novembre 2010

giovedì 14 ottobre 2010

e se questa non è civiltà giuridica, dove andremo?

XVI LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

N. 2670




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PROPOSTA DI LEGGE
d'iniziativa dei deputati
SARUBBI, GRANATA
Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza
Presentata il 30 luglio 2009


Onorevoli Colleghi! - L'Italia è passata, in un arco di tempo relativamente breve, da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione. Ma se questo dato di fatto può dirsi ormai acquisito a livello teorico, non lo è altrettanto nella mentalità dei nostri concittadini, e questo forse anche a causa dell'esistenza di norme del nostro ordinamento che mal vi si adeguano. L'Italia, infatti, non è solo diventata un Paese di immigrazione, ma di un'immigrazione stabile, strutturale. Se all'inizio di questa trasformazione, come ponte sul Mediterraneo, era meta transitoria di flussi di persone dirette per lo più verso il centro-europa, adesso l'Italia è diventata meta finale del processo migratorio. Emblematico, in questo senso, il dato riguardante la cancellazione dai registri anagrafici degli stranieri. Nel 2007, circa 20.000 persone si sono cancellate a fronte delle 480.000 presenti; un saldo positivo, quindi, di circa 460.000 unità, in costante crescita rispetto agli anni precedenti. Ma altri indici testimoniano ancora meglio l'articolazione della popolazione straniera nel nostro territorio. Sempre nel 2007, i nati di cittadinanza non italiana hanno superato quota 64.000, corrispondenti a circa l'11,4 per cento del totale, con un incremento di quasi il 90 per cento rispetto alla situazione di soli sei anni fa. Importanti sono anche le cifre riguardanti il mondo del lavoro (stranieri sono poco meno del 10 per cento degli occupati), l'incidenza sul lavoro autonomo (165.000 nel 2007 sono stati i titolari di impresa; 52.000 i soci e 86.000 le altre figure societarie) e di chi acquista casa (120.000 i mutui accesi dagli stranieri). Tutti dati che dimostrano come



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la popolazione straniera tenda a scegliere l'Italia come Paese di adozione.
Questa «doppia vocazione», di porta di accesso dei flussi e di tappa finale di essi, rende evidente la necessità, non più derogabile, di un combinarsi di politiche capaci di governare l'immigrazione tanto sul fronte della sicurezza che su quello dell'integrazione. È necessario, infatti, garantire una gestione dei flussi di ingresso ordinata e tale da evitare l'ingenerarsi nella popolazione residente di allarmismi e di paure e, allo stesso tempo, impegnarsi nel supportare chi ha deciso di stabilirsi nel nostro Paese e di intraprendere un cammino volto a raggiungere la piena integrazione sociale, civile e culturale, condizione che ha riflessi evidenti sulla stabilità sociale.
I numeri assoluti dell'immigrazione riguardanti il nostro Paese confermano questo stato di cose. Sempre prendendo il 2007 come anno di riferimento, si nota che l'Italia si colloca tra i primi Paesi di immigrazione dell'Unione europea con i suoi circa 4.000.000 di stranieri regolarmente residenti, con un'incidenza intorno al 6 per cento rispetto all'intera popolazione, dati vicini a quelli della Francia (4.900.000) e inferiori alla Germania (7.200.000) e alla Spagna (5.200.000). Numeri simili, dunque, per quanto riguarda la rilevanza del fenomeno, ma completamente diversi rispetto alla sua articolazione. Se prendiamo uno dei tipici indici di integrazione, ovvero il numero di cittadinanze concesse, notiamo la differenza macroscopica tra questi Paesi: nel 2005, 19.266 stranieri hanno acquisito la cittadinanza italiana; nello stesso periodo erano 154.827 in Francia, 117.241 in Germania e 48.860 in Spagna. Utile in questo senso è anche l'analisi delle cittadinanze concesse in Italia negli ultimi anni. Si nota un aumento importante (dalle 10.645 nel 2002 alle 35.766 del 2006) ma che non raggiunge mai il livello degli altri grandi Paesi europei di immigrazione. Emblematico è, poi, il dato riguardante il rapporto tra cittadinanze concesse per matrimonio, che raccolgono circa i quattro quinti delle intere richieste di concessione, rispetto a quelle per residenza. È un dato, questo, tipicamente italiano, che dimostra come la cittadinanza per residenza, frutto di un processo di radicamento sostanziale, sia un'opzione che di fatto non viene presa in considerazione dal cittadino straniero, che continua per lo più a sentirsi e a vivere in Italia come ospite, dato sottolineato recentemente anche dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL), che giudica l'incidenza delle acquisizioni di cittadinanza in Italia come «poco significativa se non insoddisfacente» («Indici di integrazione degli immigrati in Italia, IV e V Rapporto», Roma 2008).
Del resto la legge 5 febbraio 1992, n. 91, che disciplina l'acquisto della cittadinanza in Italia, individua un percorso meramente quantitativo attraverso alcune condizioni passive. È richiesto un arco temporale molto lungo (dieci anni che salgono nella realtà a tredici-quindici anni) che impedisce, di fatto, che l'acquisizione a pieno titolo dei diritti civili legati alla cittadinanza diventi un obiettivo che il cittadino straniero residente in Italia reputa davvero perseguibile. Inoltre è un provvedimento di tipo concessorio, che esclude quindi la partecipazione attiva del richiedente all'iter di acquisizione.
La presente proposta di legge poggia invece su due capisaldi: da un lato mira a fare sì che il minore nato in Italia da un nucleo familiare stabile acquisisca i pari diritti dei coetanei con i quali affronta il percorso di crescita e il ciclo scolastico; in tal modo si evita il crearsi di una «terra di mezzo», dove i bambini nati da genitori non italiani crescano con un senso di estraniazione dal loro contesto, pericoloso per il futuro processo di integrazione e di inserimento sociali del minore. Questo si ottiene passando dall'attuale principio dello «jus sanguinis», sul quale è basata la legislazione vigente, al principio dello «jus soli», temperato e condizionato dalla stabilità del nucleo familiare in Italia o dalla partecipazione del minore a un ciclo scolastico-formativo.
L'altro caposaldo della presente proposta di legge prevede una svolta paradigmatica nella concezione del meccanismo


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di attribuzione della cittadinanza in Italia, passando da un'ottica «concessoria e quantitativa» a un'ottica «attiva e qualitativa». La cittadinanza deve diventare per lo straniero adulto un processo certo, ricercato e formativo; il punto di arrivo di un percorso di integrazione sociale, civile e culturale e il punto di partenza per il suo continuo approfondimento. L'idea fondamentale è, da un lato, quella di fornire tutti gli strumenti idonei a favorire il processo che porta al pieno riconoscimento dei diritti di cittadinanza a chi dimostri di volersi integrare nel tessuto sociale e civile della nazione che lo ospita; dall'altro, quella di non far scattare automatismi laddove questa volontà non sia espressa esplicitamente. È difficile affermare infatti, vista l'entità dei flussi, che le vigenti norme sulla cittadinanza abbiano costituito un efficace deterrente contro l'immigrazione nel nostro Paese: inefficaci in questo, esse rischiano, invece, di costituire un poderoso argine contro il processo di integrazione, con ricadute dirette sulla stabilità sociale e, quindi, sulla sicurezza reale e percepita dei cittadini.
Per compenetrare i due aspetti complementari della questione, sicurezza e integrazione, alcuni articoli della presente proposta di legge individuano con precisione anche le condizioni per le quali la cittadinanza può essere negata, preclusa o sospesa. Quello che ci preme sottolineare, in generale, è che, una volta riconosciuta la positività per la collettività del garantire l'integrazione completa e consapevole di chi sceglie di vivere stabilmente nel nostro Paese, è opportuno che lo Stato stesso intervenga attivamente per facilitare il realizzarsi di questo processo.
L'ispirazione della presente proposta di legge, per ciò che concerne i minori, si rifà alla Convenzione europea sulla nazionalità, del 6 novembre 1997, la quale prevede che lo Stato faciliti nel suo diritto interno l'acquisto della cittadinanza per le «persone nate sul territorio e ivi domiciliate legalmente ed abitualmente» [(articolo 6, paragrafo 4, lettera e)]. Si prevede in questo senso che il minore nato in Italia da genitori stranieri, di cui almeno uno legalmente soggiornante da almeno cinque anni e attualmente residente, possa diventare cittadino italiano, previa dichiarazione di un genitore da inserire «obbligatoriamente» nell'atto di nascita. L'obbligatorietà della dichiarazione introduce, per così dire, un onere a carico dello Stato a fare sì che il diniego sia consapevole o, da un altro punto di vista, a evitare che l'omissione dell'assenso avvenga per ignoranza della norma. È uno dei tanti meccanismi previsti dalla presente proposta di legge che testimoniano l'interesse dello Stato nel favorire e nel garantire l'instaurarsi del processo di integrazione. Se il genitore, poi, dovesse dissentire, al soggetto è comunque garantita la possibilità di diventare cittadino italiano richiedendolo entro due anni dal compimento della maggiore età. Attenzione particolare è prestata anche ai minori che, seppure non nati in Italia, vi risiedano legalmente ovvero compiano in Italia il loro percorso formativo. È infatti previsto che un minore diventi cittadino italiano, su istanza del genitore (o del soggetto stesso se compie la maggiore età durante gli studi), se ha completato un percorso scolastico o professionale nel nostro Paese.
Un'altra colonna portante della presente proposta di legge consiste nell'intento di superare l'attuale procedimento di concessione della cittadinanza, basato su condizioni esclusivamente quantitative, introducendo un meccanismo di attribuzione che, a fronte della riduzione del numero di anni necessari per ottenere la cittadinanza, richieda alcuni impegnativi requisiti che implichino la valutazione della qualità della presenza nel nostro Paese dello straniero e la sua volontà di intraprendere effettivamente con successo un percorso di integrazione che possa culminare con la concessione della cittadinanza. Sono previste, pertanto, la verifica della residenza attuale e della reale integrazione linguistica e sociale dello straniero. Infine, è previsto un giuramento di osservanza della Costituzione e di rispetto dei suoi valori fondamentali. È importante sottolineare che, nella presente proposta di legge, la prestazione di tale giuramento


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non è un mero atto formale, ma è indispensabile al fine del perfezionamento della procedura di attribuzione della cittadinanza, tanto che, in caso di mancata e ingiustificata presenza alla cerimonia del giuramento, il provvedimento viene sospeso, mentre lo stesso procedimento addirittura decade nel caso di rifiuto a prestare il giuramento.
Si ritiene, in questo modo, di riuscire a compenetrare e ad armonizzare le esigenze, diverse ma intimamente legate, di sicurezza e di integrazione nel governo dei processi di immigrazione.


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PROPOSTA DI LEGGE
Art. 1.
(Nascita).

1. All'articolo 1 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1 sono aggiunte, in fine, le seguenti lettere:

«b-bis) chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno è legalmente soggiornante in Italia, senza interruzioni, da almeno cinque anni e attualmente residente;

b-ter) chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri di cui almeno uno è nato in Italia e vi risiede legalmente, senza interruzioni, da almeno un anno»;

b) sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:

«2-bis. Nei casi di cui alle lettere b-bis) e b-ter) del comma 1 la cittadinanza si acquista a seguito di una dichiarazione obbligatoria di volontà in tale senso di un genitore da sottoscrivere contestualmente alla registrazione anagrafica e da inserire nell'atto di nascita. Entro un anno dal raggiungimento della maggiore età il soggetto può rinunciare, se in possesso di un'altra cittadinanza, alla cittadinanza italiana.
2-ter. Qualora sia stato espresso esplicito rifiuto nella dichiarazione obbligatoria di volontà di cui al comma 2-bis, i soggetti di cui alle lettere b-bis) e b-ter) del comma 1 acquistano la cittadinanza, senza ulteriori condizioni, se ne fanno richiesta entro due anni dal raggiungimento della maggiore età».



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Art. 2.
(Minori).

1. Il comma 2 dell'articolo 4 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, è sostituito dai seguenti:

«2. Lo straniero nato o entrato in Italia entro il quinto anno di età, che vi abbia risieduto legalmente fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino italiano a meno che non esprima esplicito rifiuto. Qualora la legislazione del Paese di origine non lo consenta, è richiesta al soggetto un'opzione.
2-bis. Il figlio minore di genitori stranieri acquista la cittadinanza italiana su istanza dei genitori o del soggetto esercente la potestà genitoriale secondo l'ordinamento del Paese di origine se ha completato un corso di istruzione primaria o secondaria di primo grado ovvero secondaria di secondo grado presso istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione di cui all'articolo 1, comma 1, della legge 10 marzo 2000, n. 62, ovvero un percorso di istruzione e formazione professionale idoneo al conseguimento di una qualifica professionale. Entro un anno dal raggiungimento della maggiore età, il soggetto può rinunciare, se in possesso di un'altra cittadinanza, alla cittadinanza italiana.
2-ter. Il soggetto di cui al comma 2-bis, alle medesime condizioni ivi indicate, diviene cittadino italiano al raggiungimento della maggiore età o comunque una volta completato il percorso scolastico o professionale a meno che non esprima esplicito rifiuto. Qualora la legislazione del Paese di origine non lo consenta è richiesta al soggetto un'opzione».

Art. 3.
(Matrimonio e adozione di maggiorenne).

1. L'articolo 5 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, è sostituito dal seguente:

«Art. 5. - 1. Il coniuge, straniero o apolide, di cittadino italiano acquista la



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cittadinanza italiana, quando, dopo il matrimonio, risiede legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica, oppure dopo tre anni dalla data del matrimonio se residente all'estero, qualora, nel suddetto periodo, non sia intervenuto lo scioglimento, l'annullamento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio e non sussista la separazione personale dei coniugi ovvero quando sia già in essere un precedente vincolo matrimoniale nel Paese di origine.
2. I termini di cui al comma 1 non sono vincolanti in presenza di figli nati o adottati dai coniugi.
3. Lo straniero può inviare al Ministro dell'interno entro trenta giorni dallo scioglimento, dall'annullamento o dalla cessazione degli effetti civili del matrimonio, ovvero dalla separazione personale dei coniugi, integrazioni alla documentazione già presentata, idonee a dimostrare la sussistenza di un altro titolo per l'attribuzione o per la concessione della cittadinanza. In tale caso il termine per la conclusione del procedimento è esteso a trentasei mesi complessivi.
4. Lo straniero maggiorenne, adottato da cittadino italiano, acquista la cittadinanza italiana se risiede legalmente nel territorio della Repubblica, senza interruzioni, per almeno due anni successivamente all'adozione».
Art. 4.
(Attribuzione della cittadinanza).

1. Dopo l'articolo 5 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, come sostituito dall'articolo 3 della presente legge, è inserito il seguente:

«Art. 5-bis. - 1. Acquista la cittadinanza italiana, su propria istanza e alle condizioni di cui all'articolo 5-ter, con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell'interno:

a) lo straniero che da almeno cinque anni soggiorna legalmente nel territorio della Repubblica, senza interruzioni, e



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attualmente vi risiede e che è in possesso di un requisito reddituale non inferiore a quello richiesto per il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo, ai sensi dell'articolo 9 del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, come da ultimo sostituito dall'articolo 1 del decreto legislativo 8 gennaio 2007, n. 3;

b) il cittadino di uno Stato membro dell'Unione europea che risiede legalmente da almeno tre anni nel territorio della Repubblica;

c) lo straniero regolarmente soggiornante in Italia da almeno tre anni a cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato».

Art. 5.
(Verifica dell'integrazione linguistica e civica dello straniero).

1. Dopo l'articolo 5-bis della legge 5 febbraio 1992, n. 91, introdotto dall'articolo 4 della presente legge, è inserito il seguente:

«Art. 5-ter. - 1. L'acquisizione della cittadinanza italiana nell'ipotesi di cui all'articolo 5-bis, comma 1, lettera a), è condizionata alla verifica della reale integrazione linguistica e sociale dello straniero nel territorio della Repubblica, riscontrata:

a) da una conoscenza della lingua italiana parlata equivalente al livello A2, di cui al quadro comune europeo di riferimento delle lingue, approvato dal Consiglio d'Europa;

b) dalla conoscenza soddisfacente della vita civile dell'Italia e della Costituzione italiana.

2. Lo straniero che risultasse inidoneo alla verifica di cui al comma 1 ha diritto a ripeterla senza limitazioni a condizione che siano passati almeno quattro mesi dalla comunicazione dell'esito della stessa. Il provvedimento di acquisizione della cittadinanza rimane pendente fino all'accertamento



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delle condizioni di cui alle lettere a) e b) del citato comma.
3. Il Governo individua e riconosce, anche in collaborazione con le regioni e con gli enti locali, le iniziative e le attività finalizzate a rendere edotto lo straniero circa le modalità e le possibilità per l'acquisizione della conoscenza della lingua, della cultura e della Costituzione italiane nonché a sostenere il processo di integrazione linguistica e sociale secondo modalità stabilite ai sensi dell'articolo 25.
4. Secondo modalità stabilite ai sensi dell'articolo 25, sono determinati i titoli idonei ad attestare il possesso del livello della conoscenza della lingua italiana di cui al comma 1 del presente articolo, nonché le attività il cui svolgimento costituisce titolo equipollente. Con le medesime modalità sono determinati la documentazione da allegare all'istanza, ai fini dell'attestazione dei requisiti di cui al citato comma 1, le modalità del colloquio diretto ad accertare la sussistenza dei requisiti medesimi, nonché i casi straordinari di giustificata esenzione dal possesso dei requisiti di cui al medesimo comma 1.

5. L'acquisizione della cittadinanza italiana impegna il nuovo cittadino al rispetto, all'adesione e alla promozione dei valori di libertà, di eguaglianza e di democrazia posti a fondamento della Repubblica italiana».
Art. 6.
(Motivi preclusivi dell'attribuzione della cittadinanza).

1. L'articolo 6 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, è sostituito dal seguente:

«Art. 6 - 1. Precludono l'attribuzione della cittadinanza ai sensi degli articoli 4, comma 2-bis, 5 e 5-bis:

a) la condanna per uno dei delitti previsti nel libro secondo, titolo I, capi I, II e III, del codice penale;

b) la condanna per un delitto non colposo per il quale la legge prevede una



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pena edittale non inferiore nel massimo a tre anni di reclusione;

c) la condanna per un reato non politico a una pena detentiva superiore a un anno da parte di un'autorità giudiziaria straniera, quando la sentenza è stata riconosciuta in Italia;

d) la dichiarazione di delinquenza abituale;

e) la condanna per uno dei crimini o delle violazioni previsti dallo Statuto del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, adottato a New York il 25 maggio 1993, o dallo Statuto del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, firmato a New York l'8 novembre 1994, o dallo Statuto istitutivo della Corte penale internazionale, adottato a Roma il 17 luglio 1998, reso esecutivo dalla legge 12 luglio 1999, n. 232.

2. L'attribuzione della cittadinanza non è preclusa quando l'istanza riguarda un minore condannato a una pena detentiva non superiore ai due anni.

3. Il riconoscimento della sentenza straniera, anche ai soli fini ed effetti di cui al comma 1, lettere c) ed e), del presente articolo è richiesto dal procuratore generale del distretto dove ha sede l'ufficio dello stato civile in cui è iscritto o trascritto il matrimonio, nei casi di cui all'articolo 5, ovvero dal procuratore generale del distretto nel quale è compreso il comune di residenza dell'interessato, nei casi di cui agli articoli 4, comma 2-bis, e 5-bis.

4. La riabilitazione o l'estinzione del reato fanno cessare gli effetti preclusivi della condanna.

5. L'ordinanza che dispone una misura cautelare personale, ovvero l'inizio dell'azione penale per uno dei reati indicati nelle lettere a) e b) del comma 1, ovvero l'apertura del procedimento di riconoscimento della sentenza straniera indicata nella lettera c) del citato comma 1, ovvero



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i provvedimenti che dispongono l'arresto, la cattura, il trasferimento o il rinvio a giudizio oppure la sentenza di condanna anche non definitiva pronunciati ai sensi dei rispettivi Statuti dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia o dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda o dalla Corte penale internazionale determinano la sospensione del procedimento per l'attribuzione della cittadinanza. Il procedimento è sospeso fino alla comunicazione della sentenza definitiva o del decreto di archiviazione ovvero del provvedimento di revoca della misura cautelare perché illegittimamente disposta. Del provvedimento di sospensione è data comunicazione all'interessato».
Art. 7.
(Decreto di attribuzione della cittadinanza).

1. Il comma 1 dell'articolo 7 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, è sostituito dai seguenti:

«1. Ai sensi dell'articolo 5, la cittadinanza si acquista con decreto del Ministro dell'interno, a istanza dell'interessato.

1-bis. Le istanze proposte ai sensi degli articoli 5, 5-bis e 9 si presentano al Prefetto competente per territorio in relazione alla residenza dell'istante o alla competente autorità consolare».

Art. 8.
(Procedura di reiezione delle istanze).

1. L'articolo 8 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, è sostituito dal seguente:

«Art. 8. - 1. Con decreto motivato, il Ministro dell'interno respinge l'istanza presentata ai sensi dell'articolo 4, comma 2-bis, dell'articolo 5-bis, comma 1, e dell'articolo 7, comma 1, ove sussistano le cause ostative indicate all'articolo 6».



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Art. 9.
(Reiezione per motivi di sicurezza della Repubblica).

1. Dopo l'articolo 8 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, come sostituito dall'articolo 8 della presente legge, è inserito il seguente:

«Art. 8-bis. - 1. Qualora sussistano motivi tali da far ritenere il richiedente pericoloso per la sicurezza della Repubblica, il Ministro dell'interno, su parere conforme del Consiglio di Stato, respinge con decreto motivato l'istanza presentata ai sensi dell'articolo 7, comma 1-bis, dandone comunicazione al Presidente del Consiglio dei ministri.

2. Qualora risulti necessario acquisire ulteriori informazioni in ordine alla pericolosità del richiedente per la sicurezza della Repubblica, il Ministro dell'interno sospende il procedimento per l'attribuzione della cittadinanza per un periodo massimo di tre anni, informandone il Presidente del Consiglio dei ministri.

3. L'istanza respinta ai sensi del presente articolo può essere riproposta decorsi due anni dalla data del decreto di reiezione».

Art. 10.
(Concessione della cittadinanza).

1. All'articolo 9, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1:

1) la lettera b) è sostituita dalla seguente:

«b) al minore straniero o apolide che ha frequentato integralmente un ciclo scolastico in Italia, al raggiungimento della maggiore età»;

2) la lettera d) è abrogata;

3) alla lettera e) la parola: «cinque» è sostituita dalla seguente: «tre»;

4) la lettera f) è abrogata;



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b) è aggiunto, in fine, il seguente comma:

«2-bis. Ai fini della concessione della cittadinanza ai sensi dei commi 1 e 2, l'interessato non è tenuto a dimostrare alcun requisito di reddito».

Art. 11.
(Giuramento).

1. L'articolo 10 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, è sostituito dal seguente:

«Art. 10. - 1. Il decreto di attribuzione o di concessione della cittadinanza acquista efficacia dal giorno successivo alla sua emanazione.
2. Il nuovo cittadino viene convocato per la cerimonia di giuramento entro un anno dalla data di emanazione del decreto di cui al comma 1. Il rifiuto a prestare giuramento o l'ingiustificata assenza alla cerimonia è motivo per la revoca del provvedimento di attribuzione o di concessione della cittadinanza.

3. Il nuovo cittadino presta giuramento pronunciando la seguente formula: "Giuro di osservare la Costituzione della Repubblica italiana, di rispettarne i princìpi fondamentali e di riconoscere i diritti e i doveri dei cittadini e la pari dignità sociale di tutte le persone".

4. In occasione del giuramento è consegnata al nuovo cittadino copia della Costituzione».

Art. 12.
(Doppia cittadinanza).

1. Dopo l'articolo 11 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, è inserito il seguente:

«Art. 11-bis. - 1. Ai fini dell'acquisizione della cittadinanza non è richiesta la rinuncia alla cittadinanza straniera».



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Art. 13.
(Abolizione dell'equiparazione tra rifugiati e apolidi).

1. Il comma 2 dell'articolo 16 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, è abrogato.

Art. 14.
(Casi particolari di riacquisto o acquisto della cittadinanza).

1. All'articolo 17 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, le parole: «entro due anni dall'entrata in vigore della presente legge» sono soppresse;

b) il comma 2 è sostituito dal seguente:

«2. Possono altresì riacquistare o acquistare la cittadinanza:

a) la donna che, già cittadina italiana per nascita, ha perduto la cittadinanza per effetto del matrimonio con cittadino straniero, quando il matrimonio è stato contratto prima del 1o gennaio 1948;

b) il figlio della donna di cui alla lettera a), ancorché nato anteriormente al 1o gennaio 1948, anche qualora la madre sia deceduta;

c) i soggetti, ancorché nati anteriormente al 1o gennaio 1948, figli di padri o di madri cittadini»;

c) è aggiunto, in fine, il seguente comma:

«2-bis. Il diritto al riacquisto o all'acquisto della cittadinanza ai sensi dei commi 1 e 2 è esercitato dagli interessati mediante presentazione di una dichiarazione resa al sindaco del comune di residenza dell'istante, oppure alla competente autorità consolare previa produzione di idonea documentazione ai sensi di quanto disposto con decreto del Ministro dell'interno emanato di concerto con il Ministro degli affari esteri».



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Art. 15.
(Prestazione del giuramento).

1. All'articolo 23 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, le parole: «e la prestazione del giuramento» sono soppresse;

b) dopo il comma 1 sono inseriti i seguenti:

«1-bis. La prestazione del giuramento di cui all'articolo 10 è resa dinanzi al sindaco del comune di residenza dell'istante, ovvero, in caso di residenza all'estero, dinanzi all'autorità diplomatica o consolare del luogo di residenza, secondo modalità stabilite ai sensi dell'articolo 25.
1-ter. La prefettura-ufficio territoriale del Governo provvede a convocare l'interessato per il giuramento secondo modalità che garantiscono il rispetto del termine di cui all'articolo 10, comma 1».

Art. 16.
(Modalità di computo del periodo di residenza legale).

1. Dopo l'articolo 23 della legge 5 febbraio 1992, n. 91, come modificato dall'articolo 15 della presente legge, è inserito il seguente:

«Art. 23-bis. - 1. Ai fini della presente legge, per il computo del periodo di residenza legale, se prevista, si calcola come termine iniziale la data di presentazione della relativa dichiarazione anagrafica resa dal soggetto interessato al competente ufficio comunale, qualora ad essa consegua la registrazione nell'anagrafe della popolazione residente».



Pag. 16

Art. 17.
(Disciplina di attuazione).

1. Il Governo provvede, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, a riordinare e ad accorpare in un unico regolamento le disposizioni di natura regolamentare vigenti in materia di cittadinanza.
2. Il regolamento di cui al comma 1 del presente articolo è emanato ai sensi dell'articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni, con le modalità di cui all'articolo 25 della legge 5 febbraio 1992, n. 91.
3. Il regolamento di cui al comma 1 reca le disposizioni di attuazione della legge 5 febbraio 1992, n. 91, disciplina i procedimenti amministrativi per la concessione e per l'attribuzione della cittadinanza e stabilisce, per la conclusione dei medesimi procedimenti, un termine improrogabile, non superiore a ventiquattro mesi dalla data di presentazione dell'istanza, fermo restando quanto previsto dall'articolo 5, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, come sostituto dall'articolo 3 della presente legge.

Art. 18.
(Disposizioni transitorie).

1. Coloro che alla data di entrata in vigore della presente legge hanno già maturato i requisiti di cui all'articolo 1, comma 1, lettere b-bis) e b-ter), e all'articolo 4, comma 2-bis, della legge 5 febbraio 1992, n. 91, inseriti, rispettivamente, dagli articoli 1 e 2 della presente legge, acquistano la cittadinanza italiana se effettuano una dichiarazione in tale senso entro tre anni dalla data di entrata in vigore del regolamento di cui all'articolo 17 della presente legge.


domenica 3 ottobre 2010

Gaetano Volpi, consigli per un padre bibliofilo

FANCIULLI. Per questi convien chiuder le Librerie, e nascondere i buoni e scelti Libri, imperciocchè, avverandosi pur troppo del continuo il detto della Scrittura che stultitia colligata est in corde pueri. (Proverb. 22, 15.) siccome i fanciulli plebei per natural maligno istinto sono portati a diformare i prospetti delle imbiancate case, e delle colorate porte, o che sò io; così gli applicati agli studj, come per lo più di civil condizione, per la stessa cagione sono incitati a schiccherare, ed isporcare, a tagliare, forare, e in altre guise a malmenare i Libri che adoprano, non perdonando agli stessi Sacri, coll'occasione di rispondere alle Messe, trattenendosi perciò innanzi nelle Sagrestie. Una volta mi abbattei in un ottimo Libro, cinquanta e più carte del quale erano ne' sottoposti margini regalate d'un ingiurioso titolo, sempre vario; segno evidente d'abusato ingegno in un di costoro. Abbondano i Libri antichi di figure ridicole, di sciocche postille, e massime ne' frontispicj, e ne' fini, d' inconditissimi schiccheramenti, oltre a' tagli, e alle profonde punture d'acuti ferri. Questa è la cagione funesta per cui, e. gr. il Virgilio Aldino del 1501. ch'è il primo Libro stampato in carattere corsivo, da Aldo inventato; che le Pistole Famigliari di Cicerone di tutte l'ottime antiche Edizioni, e altri Libri somiglianti, usati nelle Scuole, o non si trovino, o, se pur si ritrovino, sieno così rovinati, o mancanti, che eccitano nausea e dispetto ne' dilettanti. In varie Librerie e pubbliche e private si conservano preziosi Manoscritti in membrana deformati dal taglio de' principj dipinti, e delle iniziali miniate e dorate. Io vidi, e maneggiai un antico Breviario scritto eccellentemente in pergamena, con figure e miniature elegantissime per que' tempi, mancante di molte di esse (e saranno state senza dubbio le meglio conservate, essendo le rimase intere alquanto sparute ed offese). Ma un esempio in questa materia succeduto quì in Padova, molti anni sono, in casa d'un dotto uomo, che avea posta insieme una buona Libreria occupante un'intera stanza, tutti gli altri sorpassa. Alcuni insolentissimi figliuoli (de' quali è feracissimo il nostro secolo) di detto Signore, penetrando spesso nella paterna Libreria, anche in assenza del genitore, ed essendosi accorti che molti di que' Libri erano adorni ne' principj di belle figure, ed imprese intagliate dilicatamente sul rame, (come per lo più sono quei d'Inghilterra, e d'Ollanda) tutte col tempo le tagliarono, o staccarono, per adoprarle in fornire altarini, o in altri sciocchi e fanciulleschi usi. Di che finalmente accortosi il Padre, fu per morir di rammarico d' un tal gravissimo disconcio e danno, e di così enorme deformazione degli amati suoi Libri: e dopo d'averne fatti rappezzar varj alla meglio che per lui si potè, si sfogava tratto tratto cogli amici, fra' quali pur me computava, col raccontar loro un così funesto accidente. Ma dirà forse tal'uno: "Qual rimedio usar si dee per evitar somiglianti disordini? Forse si debbono somministrare a' fanciulli Libri di pessime e scorrette stampe (i quali anche al dì d'oggi non mancano), con pericolo che in vece d'imparare, s'imbevano di pregiudizj e di errori? questo sarebbe l'imitar colui che incidis in Scyllam, cupiens vitare Charybdim." A che rispondendo, dico in primo luogo, che convien porre in pratica il suggerimento della stessa Divina Scrittura immediatamente soggiunto alla sentenza poco sopra addotta intorno alla stoltezza de' fanciulli, cioè: Et virga disciplinae fugabit eam: e visitando spesso i ripostigli de' loro Libri, ed accorgendosi di maliziosi deterioramenti di essi, farli loro costar cari col castigarne gli autori. Ovvero provveder loro Libri bensì d'ottima stampa, ma maltenuti, o mancanti ne' luoghi non necessarj; de' quali si abbonda già molto per grazia degli antichi lor pari; i quali con tal disordine avran cagionato almeno a' posteri questo opportuno rimedio, e ordine; imitando così (benchè in modo affatto dissimile) coloro che serunt arbores quae alteri saeculo prosint; coll'aver rovinato a' lor tempi que' Libri che, usandosi a' nostri, vengano a preservare interi i scelti, i rari, e per la maggiore antichità di molto ancor più pregiabili, che tuttavia pur sussistono.

La libreria de' Volpi, e la stamperia cominiana illustrate con utili e curiose annotazioni. ... Opera di don Gaetano Volpi

In Padova : appresso Giuseppe Comino, 1756

Grillo? soprattutto come Mussolini, Hitler, Stalin

“Né destra né sinistra, noi siamo sopra”. L’ha detto Beppe Grillo. Dunque è d’accordo con lei?
Ma no, quella è demagogia pura. Sopra? Ma sopra a cosa? “Sopra” si credevano Mussolini, Stalin, Hitler. Lasciamo perdere Grillo. Anche perché si tratta di fenomeni fisiologici in democrazia, soprattutto in momenti di crisi. L’attenzione, ripeto, deve essere su quelle forze che possono esprimere una “centralità” e che invece non la esprimono affatto. Da lì può uscire l’innovazione, non da Grillo.


Considerazione di Cacciari, a cui aggiungerei fra i "sopra" il supremo, eccelso Be... stemiatore.

lunedì 27 settembre 2010

vustok de noartri


perchè dovrei preferire passare dalla dittatura di un comico dilettante a quella di un comico professionista?

domenica 5 settembre 2010

ConFini!

Ffwebmagazine - Avanti con Futuro e libertà

Il Pdl non c'è più. E adesso bisogna lavorare per il bene del paese

Avanti
con Futuro e libertà

di Gianfranco Fini*
Care amiche e cari amici di Mirabello, ogni volta che ho avuto modo di prendere la parola in questo piccolo paese che mi è caro per tante ragioni, ogni volta, ho sempre provato una certa emozione. Per ragioni note, perché qui affondano le radici di una parte della mia famiglia, perché qui anni fa un uomo certamente capace di guardare avanti, indicò al suo popolo la necessità di un salto di generazione. E credo che la presenza qui di un uomo come Mirko Tremaglia sia la più bella dimostrazione di quella idea e continuità. Mirabello come luogo - per tanti di noi - delle emozioni, che nel corso del tempo, dall’Msi ad An, si sono rinnovate. Qui la destra italiana ha vissuto dei momenti importanti. Qui, con Pinuccio Tatarella, annunciammo An. Qui, preconizzammo quell’ulteriore svolta che portò al Pdl. Ma, tutte le volte, credetemi, l’emozione è quella di ieri. Ma credo che mai nel mio cuore ci sia stata un’emozione forte come quella che provo ora. Questa festa del 2010, appuntamento rilevante per l’intera politica italiana, non solo per il Pdl. Mirabello è per un giorno la capitale della politica italiana. E credo, caro Vittorio Lodi, che questo sia il regalo più bello che ti possiamo fare: un appuntamento per la politica nazionale. Un ringraziamento sincero a Vittorio, a tutti gli uomini e le donne che ci hanno raggiunto da tutto il paese. È la dimostrazione di un popolo che è qui perché non precettato, ma sente il profondo desiderio di partecipare, di ritrovare l’impegno politico, all’insegna di alcuni valori. Un popolo di uomini e donne che si ritrova. Spero che questa piazza che mi dà forza, e vi ringrazio, in questa fase di difficoltà possa esser l’occasione da parte mia per dare un contributo di chiarezza su quello che è accaduto e su quello che accadrà. Che cosa è accaduto in questo periodo estivo? Non lo si capisce se non si va indietro al 29 luglio. Quando l’ufficio politico del Pdl, dopo una riunione durata un paio d’ore, in mia assenza, mi ha di fatto estromesso dal partito, che io ho contribuito a fondare in rappresentanza della destra italiana. Al termine di questa riunione è stato approvato un documento in cui è scritto che la nostra linea politica era un continuo stillicidio, spesso in sintonia con l’opposizione e i temi della sinistra, e partecipe - questa fa ridere – con l’azione delle procure. Per cui Fini non sarebbe stato coerente con i principi del Pdl. E quindi, per fare chiarezza non c’è stata alcuna fuoriuscita, nessun tipo di scissione, nessun atteggiamento teso a demolire. Di fatto, un atto profondamente illiberale che nulla ha a che spartire con il pluralismo proprio di un partito liberale. Un atto, non ho difficoltà a dirlo, che forse è stato ispirato da quel libro nero del comunismo che ci fu regalato al congresso di An, un atto in perfetto stile stalinista. Quel documento fu una brutale aggressione al dissenso, teso ad annullare ogni tipo di diversità. E allora ragioniamo, chiediamoci. In quello che è stato definito “partito dell’amore” è possibile fare delle critiche? Da parte mia ci sono state, abbiamo fatto anche proposte. È possibile dire, ad esempio, che a fronte di un governo che per certi aspetti ha ben fatto contro la crisi, forse si potevano modulare in modo diverso quei tagli lineari alla spesa che hanno determinato due clamorose proteste. Mi ha ferito, ad esempio, quando a Venezia ho visto le forze di polizia manifestare il proprio dissenso.
Credo che meriti rispetto ogni dirigente, ogni cittadino colpito da quei tagli che non andavano fatti, e penso anche ai tagli ai fondi alla scuola, causa della protesta dei precari che ancora non sanno se fra qualche giorno avranno la cattedra. Non è una critica demolitoria. Allora, è lecito avanzare critiche, esprimere dubbi? Come quelli nei confronti del federalismo fiscale, non in sé ma per come viene attuato. Il federalismo fiscale è una grande occasione per l’Italia, certo, ma in alcuni momenti è apparso che così non fosse. Lo so che sono prospettive non condivise da tutti. Ma io le ho avanzate consapevolmente. Per esempio, quando si parla di lotta all’immigrazione clandestina si deve parlare anche di integrazione dell’immigrato onesto. E ancora, il garantismo è un principio sacrosanto, ma mai e poi mai può essere considerato una sorta di impunità permanente: garanzia dell’imputato, certo, ma i processi si devono svolgere. Tutto questo è eresia, è disfattismo? È stillicidio polemico ribadire che la magistratura è un caposaldo della democrazia? Non si può a causa di qualche mela marcia contestare quello che rimane un presidio della nostra Repubblica. È uno stillicidio dire che noi siamo un grande partito nazionale, e che proprio perché deve avere a cuore tutti, da Vipiteno a Lampedusa, non può appiattirsi su un alleato come la Lega che ha dimensione locale? Perché accontentare un migliaio di produttori di latte che sforavano le loro quote solo per compiacere Bossi a scapito di tanti agricoltori onesti? Il Pdl doveva essere un grande partito nazionale, un grande partito occidentale. Con valori di riferimento precisi: libertà, rispetto e dignità della persona umana. E se non fossi stato espulso dal Pdl avrei detto quello che dico adesso: quello di Gheddafi a Roma, un personaggio che non ha nulla da insegnarci, è stato uno spettacolo indecoroso. Da ex ministro degli Esteri conosco le ragioni della realpolitik, posso anche arrivare a dire che ci possa essere una quota di realpolitik in una logica di interessi nazionali. Ma questo non può portare a una sorta di genuflessione. E allora, continuando, è possibile dire all’interno del Pdl, come ho detto in passato, che c’è un preciso dovere per chi ha responsabilità istituzionali, quello di rispettare le altre istituzioni? Quando il premier chiede che gli venga riconosciuto il rispetto dovuto, lui deve riconoscerlo agli altri, in primis al capo dello Stato che rappresenta la Costituzione. E si deve rispettare il Parlamento, che non è una dependance dell’esecutivo. E non lo dico da presidente della Camera, ma perché devono essere equilibrati i poteri. È stillicidio dire che governare è una nobile e ardua impresa ma non può mai significare comandare? Sì, perché governare significa comprendere le ragioni di tutti e garantire equilibrio. E sempre per essere chiari: era stillicidio, provocazione, boicottaggio, ribadire che il Pdl doveva essere la garanzia di portare a termine grandi riforme economiche e istituzionali? È vero, la crisi è stata un ostacolo. Ma perché non si parla più di una grande riforma per far nascere l’alba di una nuova repubblica? Non avevamo concepito il Pdl per mantenere l’esistente, ma come forza di vero e autentico cambiamento.
E, ancora, è stata dimostrazione di preconcetta ostilità ribadire che in questa fase di crisi - in cui è ancora più indispensabile l’impegno per una politica con più attenzione al sociale – promuovere la rivoluzione del merito che deve diventare non un impegno elettorale, ma un atto politico conseguito giorno per giorno per privilegiare chi è più capace. E ritengo di avere diritto di porre alla mia comunità politica anche quesiti scomodi e questo non credo meriti il gesto infastidito di chi li dice incompatibili con l’atteggiamento politico. Il presidente del Consiglio, lo dico senza ironia, ha tanti meriti, ma anche qualche difetto: innanzitutto quello di non capire che in una democrazia non può esserci eresia. Gli siamo tutti grati per quello che ha fatto nel ’94, per aver battuto la cosiddetta macchina da guerra, ma la gratitudine non implica che non possa esistere il confronto, che i distinguo debbano essere accusati di lesa maestà: perché non siamo un popolo di sudditi. Io gli ho contestato la sua attitudine a confondere la leadership con quello che è l’atteggiamento di un proprietario di azienda. Proprio perché il Pdl ha aperto orizzonti di grandi speranze, non può essere derubricato a contorno del leader, ma deve essere una fucina di idee, un polmone che respira e dà ossigeno all’intera nazione. Rivendicare la possibilità di esprimere opinioni non è boicottaggio ma democrazia interna, fisiologia di un partito di massa, non teatrino della politica. È possibile che la sola volta in cui si sia riunita la direzione del Pdl abbia segnato il momento di avvio del processo che ha portato al 29 di luglio? Giorno che considero lesivo non della mia persona, ma di un grande partito che è il Pdl e si fonda sulla democrazia.
Continuare in questa dialettica interna non significa tradire gli elettori perché ci sono tanti, tanti elettori del Pdl autenticamente moderati che non si accontentano dell’affermazione “siamo il partito dei moderati”. Ci sono per davvero tanti elettori del Pdl convinti che la ragione prima della politica sia garantire l’interesse generale, della polis, l’interesse nazionale, non l’interesse di una parte. C’è gente che non capisce perché il Pdl anziché lavorare per unire, lavori per dividere, per alzare gli steccati, per determinare scontri.
Ecco il Pdl autenticamente nazionale. Certo, questi elettori del Pdl sono in molti casi donne e uomini che hanno votato Alleanza nazionale, ma non solo. Sono elettrici ed elettori di altre tradizioni politiche. E ne abbiamo avuto la riprova dopo l’espulsione, quando si sono costituiti i gruppi di Futuro e libertà. Si sono uniti uomini e donne che non avevano avuto niente a che fare con quella tradizione politica.
Il ringraziamento che voglio fare è a quei parlamentari che non erano mai stati a Mirabello. Fli non è An in sedicesimo. Chi lo pensa non ha capito assolutamente nulla. Qui c’è il tentativo difficile ma doveroso di non disperdere quel sogno. Dobbiamo dare risposte alle tante donne e ai tanti uomini che nemmeno leggono più le pagine della politica, che nutrono fastidio per telegiornali e giornali che sembrano essere fotocopie. Nel Paese sta crescendo il distacco nei confronti della politica. Fli, come punto di riferimento di tanti elettori che nelle ultime elezioni magari si sono astenuti o che nelle prossime amministrative, senza un’alternativa, si asterrebbero. Sono elettori che ci dicono di andare avanti, di cercare di difendere non solo le nostre buone ragioni ma i principi originari, più autentici del Pdl, che ci chiedono di dar vita a una buona politica, che è l’unico antidoto alla sfiducia crescente nelle istituzioni. Quando tante persone perdono fiducia nella politica è la vigilia di momenti che possono essere più problematici. Il Pdl, come lo avevamo concepito e voluto, è finito il 29 luglio perché è venuta meno la volontà di dar vita a quel confronto di idee che è il sale della democrazia. Il Pdl non c’è più, ora c’è il partito del predellino. Per certi aspetti il Pdl è Forza Italia che si è allargata con qualche colonnello o capitano che ha soltanto cambiato generale e magari è pronto a cambiarlo ancora. E il fatto che il Pdl non c’è più è la ragione per la quale è facile rispondere alla domanda: cosa accadrà? Ed è molto più facile rispondere se si ragiona, piuttosto che se ci si fa prendere dai desideri o dalle paure. Fli non può rientrare in ciò che non c’è più, non accadrà. Non si entra in ciò che non c’è più, si va avanti con le nostre idee, con il nostro impegno, con la nostra elaborazione politica. Non ci ritiriamo in convento né erriamo raminghi in attesa del perdono.
I gruppi parlamentari non possono essere trattati - Berlusconi è un uomo di spirito e non se la prenderà - come se fossero dei clienti della Standa, che se cambiano il supermercato dove fino a quel momento si sono serviti ottengono poi il premio di fedeltà. I parlamentari che stanno con noi hanno voglia di far politica, di parlare con la gente. Si va avanti con le nostre idee, con le nostre proposte, si va avanti senza farci intimidire da quello che è stato definito il “metodo Boffo”, messo in campo nell’ultimo mese da alcuni giornali che dovrebbero essere il biglietto da visita del cosiddetto partito dell’amore. E se questo è l’andazzo, immaginate se non erano amorevoli cosa poteva succedere. Non ci facciamo intimidire perché di intimidazioni ne abbiamo vissute ben altre, in anni in cui i pericoli per la destra erano ben altri. Non ci facciamo intimidire da campagne paranoiche e patetiche. Paranoiche perché indecenti, e patetiche perché non si rendono conto del disprezzo che gli sta montando attorno.
Noi attendiamo fiduciosi i riscontri della magistratura, che dirà e stabilirà i responsabili di tanta volgarità, di tante menzogne e falsità. Altro che valori della libertà. È stato un atteggiamento infame, non perché rivolto alla mia persona, ma alla mia famiglia, ed è tipico degli infami. Si va avanti e lo si fa per tenere fede allo spirito delle origini, si va avanti per non tradire lo spirito del Pdl, si va avanti per evitare che il governo commetta altri errori, si va avanti – e se lo tolgono dalla testa - senza cambi di campo, senza ribaltoni e ribaltini, perché da questo punto di vista le polemiche sono indice dello scarso livello del comprendere. Si va avanti convinti, come siamo, della necessità di portare a termine il patto scritto con gli elettori, senza dimenticare parte del programma, senza inventare altre cose che poi diventano, a comando, emergenze. Si va avanti anche quando il presidente del Consiglio presenterà il patto dei cinque punti – la riforma della giustizia, il Mezzogiorno, il federalismo, il fisco e la sicurezza - è di tutta evidenza che i nostri capigruppo parleranno chiaro e forte e parleranno senza distinzioni tra falchi e colombe, perché a noi non interessa l’ornitologia.
E i parlamentari di Futuro e libertà, se vogliono ridare dignità e spirito di attuazione a quello che era il progetto del Pdl, possono opporsi ai capisaldi del programma? E allora sosterremo da donne e uomini liberi questo programma. Ma credo che non possa essere negato, a noi come a nessun deputato o senatore della maggioranza, di chiedere come si declineranno questi obiettivi del programma. Con spirito costruttivo chiederemo come si vuole dare vita a questo programma. Fli non rema contro, ma rappresenta l’azione politica di chi vuol far camminare veloce il governo in modo proficuo ristabilendo anche un buon rapporto con la pubblica opinione (perché c’è qualche segnale di stanchezza, amici miei, sondaggi o non sondaggi). Cercheremo di dare vita a un patto di legislatura, dunque, per riempire di fatti concreti gli anni che ci separano da quando andremo a votare. È un “interesse nazionale”, e per questo riteniamo che sia avventurismo politico minacciare un giorno sì e l’altro pure le elezioni, magari per intimidirci e magari per regolare i conti con qualcuno. Governare è fatica, confidiamo nel senso di responsabilità di tutti, nessuno escluso. Perché il fallimento di questa legislatura sarebbe un fallimento per tutti: per me, per Fli, per Berlusconi. E credo che ne sia cosciente, Berlusconi. Perché al di là di tante espressioni polemiche, quando si ottiene una fiducia talmente ampia e si ottiene una maggioranza parlamentare come mai era capitato nella storia della Repubblica, la prima cosa da fare non è mettere alla porta il dissenso o chi magari è antipatico, ma governare. Siamo certi che un patto di legislatura posa garantire la legislatura. E credo che ne siano consapevoli anche Bossi e la Lega. Bossi capisce gli umori della gente, è un leader popolare. Abbiamo polemizzato spesso, è vero. Solo chi non conosce la storia, oltre che la geografia può pensare che la Padania esista per davvero! Bossi ha capito che quella bandiera che ha alzato per primo anni fa, anche raccogliendo l’ironia e lo scetticismo di molti, il federalismo, può essere una bandiera da alzare, che determinerebbe il compimento di quella missione storica che Bossi ha dato al suo movimento. Ma il federalismo è possibile solo se è nell’interesse di tutta l’Italia. Bossi è uomo concreto, sa che il nord ha bisogno del federalismo a condizione che sia nel nome dell’interesse generale. E potrei tranquillamente dire che nella commissione bicamerale con trenta componenti per il federalismo fiscale, il nostro senatore Baldassarri è determinante. Allora, discutiamo assieme a Lega e a Forza Italia allargata di che significa federalismo equo e solidale. È una grande questione che non si riduce al rapporto tra Calderoli e Tremonti. Si può realizzare a patto che si stabiliscano i costi standard.
Il Meridione ha tutto da guadagnare da una riforma in senso federalistico, nella quale è indispensabile valutare i costi standard nelle regioni, perchè nessuno può obiettare il fatto che i costi in Emilia Romagna non sono la stessa cosa di quelli in Calabria. Nessuno difende la spesa storica, quella in base alla quale le amministrazioni si vedevano pagare le loro spese a pié di lista, ma la definizione dei parametri di spesa non può non essere discussa, come si deve discutere dei tempi del federalismo o di cosa voglia dire fondo perequativo. Tanto più che, con questa riforma dobbiamo essere all’altezza di una ricorrenza, quella della celebrazione dei 150 anni di unità italiana, che non deve essere solo ricostruzione dei tempi storici, ma occasione per una riforma nazionale, che non lasci indietro alcune regioni, che non sia espressione di egoismo di parte ai danni di tutti. L’Italia una e indivisibile è non solo interesse del Sud, ma anche del Nord. E basta vedere cosa accade fuori dalla nostra nazione per occorgersi che se la crisi della Grecia fa tremare la Germania, la Padania non può certo sopravvivere alla crisi di un solo paese europeo o che si affaccia nel Mediterraneo. L’Italia ha il dovere di confermare la sua unità e di mettersi in competizione con gli altri paesi. Ha il dovere di fondare un nuovo patto di legislatura, che non sia più un tavolo a due gambe, né un accordo gestito con quiescenza.
Ma che fine ha fatto nel programma quel punto con il quale si pigliavano gli applausi relativo all'abolizione delle province? Che fine ha fatto quel punto del programma che prevedeva la privatizzazione delle municipalizzate? È stato sufficiente capire che in alcune aree diventavano i tesoretti di un partito per allineare la Lega alla sinistra italiana. Il nuovo patto di legislatura non è più soltanto tra Berlusconi e Bossi, ma nell'interesse di tutti, della Lega ma anche di Silvio Berlusconi. Sono convinto che nel suo realismo e pragmatismo metterà da parte l'ostracismo, anche perché non ci fermiamo. È inutile che dicano “facciano quello che vogliono”, perché lo faremo. Non servono a nulla gli ultimatum anche perché non ci spaventano. Silvio Berlusconi ha il sacrosantodiritto di governare, perché è stato scelto in modo inequivocabile dagli elettori e non ho alcuna difficoltà a dire che pensare a scorciatoie giudiziarie per toglierlo di mezzo, rappresenterebbero un tradimento del volere democratico. Nessuno è contrario al lodo Alfano o al legittimo impedimento. Siamo convintissimi che occorra risolvere la questione relativa al diritto che Berlusconi ha di governare senza che vi sia l'interferenza di segmenti iperpoliticizzati della magistratura che vogliono metterlo in fuorigioco. Affidare al dottor Stranamore - che è l'onorevole Ghedini - è incomprensibile. La soluzione non si trova mai e il problema si acuisce. Non va fatta una legge ad personam che danneggi parte della società, ma una legge a tutela del capo del governo, del capo dello Stato che esiste in molti paesi d'Europa.
Il che non vuol dire impunità, non vuol dire cancellare i processi, ma la sospensione degli stessi. E dobbiamo farlo cercando di avere in mente che alcune riforme sono giuste: come si fa a essere contrari al processo breve? Si deve lavorare per quello e dobbiamo ricordare a proposito che l’Ue ci ha condannati più volte per l’eccessiva durata, occorrono anni per sapere come va a finire. Ma la cosa che non è accettabile è che una volta che il testo che è arrivato dal Senato si stravolga con il rischio che nel momento in cui tante vittime aspettano di sapere il destino del processo li si lasci poi con un pugno di mosche in mano. La riforma va fatta per garantire i cittadini. La riforma della giustizia non può essere fatta contro la magistratura, che certamente non ha il compiuto di interferire con il parlamento. E allora discutiamo in parlamento, di come garantire a Berlusconi il diritto di governare, discutiamo anche con le parti più responsabili dell’opposizione: una dimostrazione su questo punto l’ha data Casini. Discutiamone anche delle proposte che derivano dall’opposizione, senza che i solerti consiglieri del principe hanno subito stracciato, come quella dell’avvocato Pecorella. Facciamo la riforma della giustizia senza per questo determinare però un perenne cortocircuito tra il potere politico e la magistratura. È un impegno gravoso, difficile, che comunque dobbiamo portare avanti. Se la sovranità appartiene al popolo, la sovranità si esprime i tanti modi. Qui vogliamo rilanciare una proposta: una di quelle per le quali dicono “Fini dice cose che lo avvicinano alla sinistra”: la sovranità popolare significa anche che la gente ha il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Se la sovranità è popolare credo che la gente abbia il diritto di scegliere anche questo. Federalismo e giustizia: sono grandi questioni, ma non posso:no essere i soli temi del dibattito. Perché l’attenzione degli italiani non è rivolta solo per la giustizia: oggi tanti italiani sono preoccupati per le condizioni economiche.
Gli italiani nel nord come nel sud sono preoccupati per le condizioni economiche e sociali, per il lavoro: non è propaganda, né demagogia, né “fare il verso” all’opposizione. Sono i problemi delle famiglie. Fli deve fare tutto per affiancare ai due temi del federalismo e della giustizia gli altri temi che davvero interessano i cittadini. Teniamo presente quello che hanno detto il capo dello stato, le imprese, i lavoratori. Possibile che nei 5 punti non ci sia nulla per far ripartire l’economia e renderla competitiva? C’è un Italia preoccupata. E Berlusconi ha ragione quando parla di ottimismo, ma non può essere ottimismo solo verbale, deve diventare azione concreta. Perché, fermata la crisi (e il nostro governo ha operato bene in questo senso), oggi dobbiamo far ripartire l’economia. Non possiamo accontentarci che le entrate siano garanzia dell’economia. Serve il coraggio politico di ridare vita a quelle riforme che erano nel programma originale del Pdl e di cui non sento parlare: per esempio, il superamento dei due miti fasulli del novecento, la lotta di classe e il mercatismo. È arrivato il tempo di dare vita a una sintesi, a nuovo patto tra capitale e lavoro: significa mettere i produttori di ricchezza dalla stessa parte della barricata. Una proposta che feci in occasione di quella direzione nazionale e che è caduta nel nulla, è una riforma del mondo del lavoro. Serve una politica che comprenda le esigenze del nostro mondo produttivo. I piccoli imprenditori lo sanno meglio di tutti. È importante ricordare che il tessuto produttivo è diverso da altri paesi, si basa su imprese medio piccole. Si tagli il superfluo, ma non si lesini in infrastrutture, in ricerca, in produzione di eccellenze di avanguardia. Viviamo in una fase in cui i giacimenti culturali valgono più - nella globalizzazione - dei giacimenti petroliferi. Dobbiamo investire, anche se è evidente che la coperta è corta. Sarebbe facile dire “il governo tiri fuori le risorse”. Ma dobbiamo passare dallo scontentare tutti a dire che c’è un settore su cui si deve investire, ed è il settore connesso a ciò che può dare competitività al nostro sistema produttivo. Soprattutto per le nostre imprese che esportano: non basta pensare alla delocalizzazione delle imprese, ma bisogna attrarre capitale e mettere chi vuole nelle condizioni di aprire un'impesa. Vuol dire dare attuazione ai punti qualificanti del programa del Pdl. Non voglio affondare il coltello nel burro ma nonostante il ghe pensi mi, vi sembra possibile che ancora non si conosca il nome ministro allo Sviluppo economico, in quale altro paese sarebbe possibile?
È chiaro che deve essere un ministro capace di ragionare e lavorare con il ministro dell’Economia. Ed è chiaro che serve una politica capace di liberalizzazioni, una politica che riesca a dare vita al patto generazionale. Perché credo ci sia un altro grande campo in cui un governo di centrodestra che ha a cuore il governo nazionale non deve risparmiarsi: è il contesto giovanile, infatti non esiste genitore degno di questo nome che non sia disposto a fare un sacrificio personale per il futuro dei propri figli.
La questione giovanile è centrale, e mi piange il cuore che tra i giovani ci sia un disoccupato su quattro. C’è chi contrabbanda la flessibilità, che è invece necessaria per l’economia e per le imprese, con la precarietà permanente: dimenticano che in Germania ci sono sì molti contratti a tempo determinato, però lì le buste paga non sono certo leggere come da noi, ma spesso più corpose di quelle dei contratti a tempo indeterminato. E dobbiamo renderci conto che il patto generazionele è importante come quello tra Nord e Sud se abbiamo a cuore il governo nazionale.
Perché non è giusto che serva l’aiuto del nonno per far vivere più sereno il nipote: si è completamente ribaltato il mondo, prima spesso era grazie al lavoro del nipote che si sosteneva il nonno.
Poniamoceli questi problemi. Chiediamo ai ragazzi un impegno e quando dico andiamo avanti e non ci fermiamo, lo dico anche perché in queste settimane abbiamo visto come siano i più giovani a dirci “provateci, non vi fermate, siamo con voi”. Credo che sia estremamente bello vedere anche qui questa sera tante ragazze e tanti ragazzi che vogliono ancora credere in una politica capace di costruire il loro futuro. Il futuro della libertà. E la prima libertà è metterli nella condizione di far vedere ciò di cui sono capaci. Che fine ha fatto la rivoluzione meritocratica. Preoccupiamoci delle condizioni sociali. Credo che debba destare preoccupazioni in tutti leggere che nell'ambito della cosiddetta spesa sociale il nostro paese è uno degli ultimi paesi in Europa. Perché andrà avanti Futuro e libertà, perché sono servite le fondazioni che hanno riempito un vuoto? È doveroso chiedersi visto che la società è profondamente cambiata, la spesa sociale deve essere rivolta verso quelle categorie tradizionalmente più deboli o non è il momento di investire su quella famiglia che rimane il luogo in cui da sempre si dà vita alla trasmissione di valori, si crea la condizione per la quale ci si sente figli di una comunità? Un welfare delle opportunità per i giovani, basato sulle esigenze della famiglia, soprattutto quella monoreddito. Oggi il centrodestra deve saper tradurre in realtà ciò che era stato inserito nel programma di governo.
Intervenire con con politiche a sostegno delle famiglie, vuol dire anche che se nei cinque punti c’è la riduzione del carico fiscale non possiamo annunciarlo e basta ma si deve assume l’onore di fare delle proposte. E noi queste le abbiamo fatte: interveniamo ad esempio sul cosiddetto quoziente famigliare, che faccia si che chi ha a casa più figli o un disabile abbia poi un carico fiscale diverso dagli altri. Ed è necessario che di tutto ciò ne parliamo in parlamento, e mi fa piacere che lo abbia fatto ad esempio il ministro Tremonti. E facciamolo cercando di coinvolgere anche le opposizioni, se hanno delle idee, per capire anche se il concetto di interesse nazionale ha fatto breccia anche da quelle parti. Una maggiore giustizia sociale fa cuore a tutti, un governo grande sa prendere la buona idea anche se viene dall’opposizione. Prendiamo a raccolta questa Italia che lavora. L’Italia che lavora, che poi equivale all’Italia onesta, che quando sente parlare di etica del dovere non ha l’atteggiamento di chi alza le spalle e dice “è ragnatela del passato”. È l’etica che il padre insegna al figlio, e la politica deve sentire il dovere di praticarla. Assieme al senso civico. Basta con questo egoismo diffuso, basta con questa Italia parcellizzata, che non si interressa del vicino…
Il senso civico, il senso di appartenenza. Basta con questo egoismo diffuso, con questa Italia parcellizzata che non si fa più carico del disagio del vicino. Una politica nazionale non ha timore di parlare di legge come garanzia per il più debole. Perché da che mondo a mondo se si dice che “la legge è uguale per tutti”, perché la garanzia serve ai più deboli, non ai più potenti, a chi riesce a piegarla ai suoi interessi. Questoè il centrodestra. Se crediamo in queste cose, non stanchiamoci di ringraziare chi fa il suo dovere per lo stato: è gratitudine, è senso civico. Essere servitori dello stato, nell’Italia che sogniamo, deve essere motivo d’onore non si può dire che “sono poveretti che non sanno che altro fare e allora decidono di entrare nei carabinieri”: significa servire il nostro popolo, la nostra patria. E ancora più convinti di prima, portiamo avanti la lotta contro ogni forma di criminalità, compresa quella dei colletti bianchi, dei furbetti del quartierino, di chi pensa che il garantismo è impunità. Contnuiamo la lotta per la legalità, rilanciamo ildecreto anticorruzione: cosa costa rimetterlo al centro dell’attenzione del Parlamento? Discutiamo sull’opportunità di stabilire un codice etico per chi ha cariche pubbliche. Stabilendo ciò che è legale e ciò che no, ma anche ciò che è opportuno e ciò che è no. Su questi temi e su altri, lavoriamo per unire non per dividere. Su queste questioni cerchiamo di dare vita a una politica che segni un salto di qualità. Gli italiani sono stanchi di questa perenne campagna elettorale che non finisce mai, di questo trionfo della propaganda, di questa ordalia quotidiana. Fli guarda a un futuro per unire, siamo convinti che su queste questioni, con un azione politica che parta dal centrodestra si possano ritrovare anche altri. Gli italiani sono stanchi di muri e di risse, smettiamola con gli insulti, con gli appelli che cadono nel vuoto. Diamo vita a una politica che sia capace di uno scatto di orgoglio, di uno scatto di reni, in nome di ciò che è giusto, non di ciò che è utile. Sapete, in molti mi hanno detto: “Chi te lo fa fare? Ma aspetta, sei più giovane!”. Ma io credo che se vogliamo ridare all’Italia quella passione che merita, allora basta con l’utilitarismo, con la logica del meglio domani che oggi…
Basta con l’utilitarismo, basta con il calcolo del farmacista, basta con il meglio attendere domani. Bisogna buttare il cuore oltre l’ostacolo, bisogna dare un senso alla politica e bisogna farlo nel nome delle nostre idee e della nostra concezione politica. Ricordando quello che avevamo nel cuore a 18-20 anni, quando nessuno di noi pensava all’ingresso in Parlamento o a cariche istituzionali e nessuno era mosso dall’utilitarismo, né c’era qualcuno che diceva «aspetta non ti conviene, sai è permaloso». Tenendo bene a mente, come ci piaceva dire da giovani, che se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee o non valgono niente le sue idee o non vale niente lui come uomo. Allora, in nome di un centrodestra autenticamente liberale, nazionale, riformatore, sociale, europeo, avanti con Futuro e libertà per l’Italia!

Testo integrale del discorso pronunciato in occasione della Festa tricolore, Mirabello, 5 settembre 2010