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venerdì 14 febbraio 2014

RECENSIONE DI TACCUINO SIRIANO

RECENSIONE DI TACCUINO SIRIANO su Ippogrifo 
di Andrea Satta



Taccuino siriano (16 gennaio-2 febbraio 2012)
Di Jonathan Littell,
pp. 193
ISBN 9788806213824

La guerra è sempre un gioco al massacro e Jonathan Littell lo sa.
La Siria di Bashar al-Assad è uno di quei prodotti della guerra fredda che, finita, si sono scaldati velocemente. Il mondo arabo, o se si preferisce l'Islam, appare come un uovo nel microonde: scoppierà sicuramente. Il microonde siamo noi, la nostra terra e la nostra storia. A scanso di equivoci nostra è in senso universale, di umanità.
La tragedia siriana, ancora oggi lontanissima da vedere una soluzione diversa dalla carneficina, altro non è che lo specchio distorto di un modo di pensare il mondo. Un pianeta in cui pensiamo di poter giocare alla guerra dividendo il planisfero in settori, regioni, religioni, razze. Eppure, come qualsiasi buon giocatore di Risiko! sa, per conquistare un qualsiasi obiettivo bisogna sempre partecipare ad una guerra totale.
La guerra non è mai giusta o sbagliata è semplicemente, e banalmente, il peggior metodo per risolvere le controversie, spesso è l'unico che si vuole o che si può intraprendere. Questa visione cinica è continuamente presente nei discorsi degli ospiti, delle guide nell'inferno siriano che accompagnano Littell da un quartiere all'altro. Essere giornalisti è una strana condizione privilegiata, permette di dire, fotografare, registrare crudeltà e pietà con lo stesso registro, lo stesso strumento. Eppure proprio oggi che tutto è comunicazione appare sempre più debole il potere dei media, la forza della diplomazia e della ragione di fronte all'eccesso dei dittatori, alla rigidità fondamentalista dei ribelli, alla superficialità e disattenzione del resto del mondo.
«Usciti da Homs, quei giornalisti non hanno invece mancato di rendere omaggio a quanti li avevano aiutati e commentare con parole molto appropriate e molto dure la carneficina che si svolgeva nell'indifferenza quasi generale. Sì, alcuni governanti l'hanno violentemente condannata; però hanno lasciato fare. Mi si dirà che non avevano scelta. Potrei rispondere che una scelta l'abbiamo sempre, come l'avevano coloro che in Siria si sono ribellati contro  Bashar al-Assad e il suo regime marcio, ammuffito, e comunque, a lungo andare, condannato.»

La scrittura di Littell è spesso fastidiosa, chi ha affrontato il romanzo fiume Le Benevole lo sa, ricca di riferimenti corporali, quotidiani, solo apparentemente banali, una scrittura che, pur rasentando la morbosità, non scade mai nel pornografico.
É questa la forza di chi vuol raccontare l'ennesima tragedia di quella primavera araba che nessuno, né i fondamentalisti né la Russia né l'Occidente né la Lega Araba, vogliono non violenta e democratica.
Appunti di viaggio? Reportage di guerra? Aneddotica macabra? Pamphlet politico? Littell, come aveva già fatto in Cecenia, anno III e in Il secco e l'umido. Breve incursione in territorio fascista  affronta la politica con disincanto, la guerra con maniacale attenzione ai particolari alle nomenclature, alle sofferenze fisiche.
«In teoria non dovremmo passare sulle mine. Ci sono altri modi per attraversare, che funzionano bene, salvo imprevisti. Lui ha dovuto farlo una sola volta. Ma se proprio non si può evitare, non è un problema: quindici giorni dopo che l’esercito aveva posato le mine, due mesi fa, l’Esl ha bonificato un corridoio largo tre metri al centro della zona minata. Un tizio ci ha rimesso le gambe. Gli uomini scherzano: «Bum!» e con le mani sulle spalle mimano le ali di un angelo. Il corridoio è segnalato da pietre, e i contrabbandieri lo usano regolarmente. Collera: «Se bisogna attraversarlo, andrò avanti io. Le vostre vite sono piú importanti della mia». Ampolloso ma sincero.»
Si percepisce, anche nella frammentazione continua del taccuino, la volontà di descrivere spezzoni di una realtà disfatta, parcellizzata, atomizzata in gruppi combattenti, in comandanti, profeti e agitatori.
Le guerre moderne sono, nonostante le grandi potenze facciano ancora fatica a comprenderlo, cluster bomb. Sono quel tipo di ordigno che invece che colpire l'avversario in modo semplice e preciso, disseminano il terreno di mine microscopiche, frantumano le bombe in schegge onnipresenti, frantumano la quotidianità trasformando una strada in un inferno e la strada successiva nella salvezza. Quartiere e vie sono microcosmi dove il venditore di falafel, il pronto soccorso illegale, le case, i cimiteri, i nidi di cecchini e i posti di blocchi convivono conquistando legittimità nella conta macabra dei sommersi e dei salvati.
Taccuino siriano narra del viaggio di due settimane, da inviato di Le Monde, fra le fila dell'Esl, l'Esercito Siriano Libero. Un viaggio a Homs, città martire che per qualche mese ha tenuto banco sulle pagine dei giornali internazionali, e che, per molti versi, è paradigmatica del modo di fare rivoluzione nel mondo arabo.
Homs non è diversa da Misurata, né da Bengasi: è un luogo in cui dall'apparente calma si scatena una rivoluzione. Prima si manifesta, e gli occidentali paternamente approvano la primavera, poi il regime di turno bombarda, e gli occidentali paternamente rimproverano il dittatore (amico fino al giorno prima) di essere maleducato, poi gli insorti si armano, e gli occidentali sganciano mancette sotto forma di armi leggere, infine, arrivato l'inverno, gli insorti muoiono, il regime s'incattivisce, gli occidentali pontificano e, se hanno armi in smaltimento, bombardano. Se questo dura un anno, due anni ciò che rimane sono solo macerie, ottimo presupposto per un altro regime e un'altra guerra fratricida.

Littell corre da un ospedale all'altro da un posto di blocco ad una postazione di insorti armati del sovietico Rpg (lanciagranate anticarro portatile), da una manifestazione ad un funerale, lo fa mangiando falafel, kebab e raccontandoci della sua febbre, delle docce, degli appartamenti arredati all'occidentale ma senza donne, dei bambini armati e dei bambini bersaglio dei cecchini. Littell mette tutto sullo stesso piano, come fa la vita in luoghi di guerra. Nessuna differenza fra vita e morte, solo saper correre più veloci o trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.
«La vita dei soldati: dormire, mangiare, pulire le armi, montare la guardia, e di tanto in tanto combattere. Molta pazienza e molta noia per poche ore intense, che a volte concludono con una ferita , o con la morte.»


lunedì 9 settembre 2013

Come nascono le idee

Come nascono le idee 
Edoardo Boncinelli 
Editori Laterza, 2010
Collana Economica Laterza I Libri del Festival della mente
Una buona idea è quella di prendere Come nascono le Idee e leggerlo tutto di un fiato.
Boncinelli, genetista e fisico, racconta con leggerezza come il nostro mondo sia percepito, elaborato e raccontato grazie ad un infinito numero di connessioni. In realtà uno scienziato non parlerebbe mai di infinito di fronte ad un sistema certo complesso, ma circoscritto, analizzabile. Per un normale lettore, a cui è destinato il libro, il mondo della neurobiologia è talmente ampio da risultare infinito.
Una scrittura semplice e precisa, come solo gli scienziati sanno fare, racconta fra filosofi a, psicologia e biologia come l’idea non sia mai un colpo di genio ma sempre frutto di un processo complesso, anche se dura un attimo.
La coscienza, la consapevolezza sembrano finalmente acquisire sostanza divenendo il modo con cui l’uomo ha imparato a differenziarsi dal resto del mondo e non più il modo con cui giudica. Infine la creatività, parola il cui solo suono evoca inutili banalità, inizia ad aver un senso compiuto distinguendosi dal raziocinio ma anche dalla follia e dal genio. Insomma scrivere questo libro è stata una buona idea, leggerlo anche.

PSICHIATRIA E NAZISMO

PSICHIATRIA E NAZISMO
I deportati ebraici dagli ospedali psichiatrici di Venezia
Angelo Lallo
Lorenzo Toresini
Psichiatria e nazismo
La deportazione ebraica dagli ospedali
psichiatrici di Venezia nell’ottobre 1944
Editore Nuova Dimensione, 2001
La storia è fatta di piccole malvagità quotidiane, di soprusi inutili, tanto più inutili quanto più odiosi. Di fronte a San Marco, a Venezia, ci sono due isole: San Servolo e San Clemente.
Sono due manicomi, o meglio lo sono stati, e sono stati teatri di una inutile tragedia.
Ogni tragedia è enorme e la storia di sette o otto, il numero poco importa, ebrei internati nelle due isole è solo uno degli infiniti tasselli di dolore che compongono la storia della Shoah.
Ottobre 1944: anche a Venezia diviene luogo di applicazione di quello che banalmente e burocraticamente veniva chiamato
Endlösung der Judenfrage (soluzione finale della questione ebraica) lasciando all’eufemismo un significato sinistro. Psichiatria e nazismo racconta poco, pochissimo, racconta di povere vite di uomini e donne deportati e uccisi per il solo peccato di essere altri, doppiamente altri: ebrei e pazzi. Eppure racconta tutto, tutto quello che si deve sapere per comprendere come alcune righe di diagnosi e appunti medici possano rivelare una vita intera e, come insegna Primo Levi, narrare l’intera umanità. Purtroppo questa Storia non ha nessun lieto fine, come quasi sempre avviene, e non è accaduto che chi salva una vita salva il mondo intero.
Uomini e donne senza nome e cognome, così hanno scelto gli autori, non esistono più, il loro mondo non è stato salvato.

venerdì 6 settembre 2013

Radical Chic - recensione

Tom Wolfe
Radical chic
Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto
Castelvecchi 2005

Più riguardo a Radical chic

Ci sono delle giornate in cui ti senti depresso, in cui vorresti che il peso della quotidianità fosse sommerso dalla leggerezza, in cui la crisi, la politica fossero annullati da un ironico sorriso.
Se siete in quelle giornate potete leggervi i due racconti di Tom Wolfe racchiusi sotto il titolo Radical Chic. Siamo negli anni sessanta, in una strepitosa New York, nel pieno del fermento giovanile, in quello che banalmente chiamiamo '68. Le Black Panther compaiono nel panorama americano dopo anni di lotte sui diritti civili, dopo Martin  Luther King, dopo Malcom  X, dopo Kennedy e prima di Reagan.
Essere   liberal   era   uno   status   simbol,   appoggiare   cause   sociali,   gruppi rivoluzionari era, ed è, un ottimo modo per lavarsi la coscienza. É così che nascono   i   radical   chic.   In   un   vortice   paradossale   di   discorsi   rivoluzionari, tartine al caviale e champagne, domestici bianchi e ospiti negri tutta l'ipocrisia del bel mondo occidentale si palesa in un crescendo di incomprensioni e nuovi party dedicati a nuove cause da sostenere.
Se poi la giornata è ancora lunga ed il libro è breve e avete ancora un po' di depressione dal mondo circostante, leggete il secondo racconto.
I   Mau   Mau,   ultimi   guerriglieri   di   un   colonialismo   morente,   diventano paradigmatici del metodo nonviolento. Siamo in California, punta avanzata del '68   americano,   piano   degli   interventi   statali   per   combattere   la   povertà, l'esclusione sociale, la perdita di lavoro e la ghettizzazione. Siamo un po' come oggi ma con più speranza.
Qui i veri protagonisti sono i funzionari statali, i parapalle, che devono erogare posti di lavoro, creare leader di comunità nera, essere i mediatori fra comunità dei ghetti e Stato.
Anche   in   questo   caso   l'apparenza   inganna   e   i  disperati  sono   degli   abili manipolatori   dei   pregiudizi   che   subiscono.   Si   presentano   cattivi   e   violenti, senza mai alzare un dito ovviamente, bastano sguardi, atteggiamenti, vestiti e colore della pelle. La paura del parapalle bianco è assicurata, così come il posto estivo a spese del governo. Il libro finisce con un magistrale colpo di teatro: una masnada di bambini urlanti e un leader vestito da magnaccia...
Buona lettura.

mercoledì 27 giugno 2012

Economia dell'identità


Recensione su Ippogrifo estate 2012 (nuova serie 12)

Economia dell'identità
George A. Akerlof, Rachel E. Kranton
Economia dell'identità
Come le nostre identità determinano lavoro, salari e benessere
trad. di R. Spaventa
Edizione: 2012
Collana: Anticorpi [22]
ISBN: 9788842096153

La parola identità è una parola scivolosa, ambigua e potente. Così come la parola economia. Mettere inseme economia ed identità significa rischiare una doppia scivolata, almeno che voi non siate un premio nobel dell'economia come G.A. Akerlof.
Identità è la parola chiave della storia che Akelorf e Kranton vogliono raccontarci.
Senza non si comprende perché il tentativo dell'economia di prevedere il futuro, di identificare parametri di controllo, indicatori di risultato, incentivi, perdite e profitti non abbia prodotto i risultati sperati.
Per quanto gli uomini comprino, o meglio facciano scelte economiche, su spinte individuali ciò non basta a spiegare come, a parità di condizione, alcuni ottengono risultati migliori di altri.
La teoria economica, almeno quella classica, non riconosce all'identità un peso sostanziale ma piuttosto la spoglia del significato collettivo lasciandola come variabile poco rilevante ai fini dell'utilità. Con un procedimento analitico standardizzato gli autori aggiungono variabili
«-le categorie sociali e la categoria di attribuzione di ciascun individuo, o identità
-le norme e gli ideali per ciascuna categoria
-l'utilità identitaria, vale a dire il guadagno che si ottiene agendo in conformità con le norme e gli ideali, o la perdita che si subisce quando ciò avviene.»
Tutto il saggio gira attorno alla giustificazione di questi parametri, alla loro comprensione in esempi concreti.
«Il consumo di sigarette è un chiaro esempio del ruolo giocato dalle norme sociali. Il cambiamento delle norme di genere è stata la causa più importante nel determinare l'incremento di donne fumatrici negli Stati Uniti. La teoria economica attuale punta sull'aumento della tassazione come fattore per disincentivare il fumo. Ma l'aumento delle tasse è difficile da imporre e da applicare. L'economia dell'identità amplia il campo di ricerca sia delle cause del fenomeno sia dei rimedi da applicare.»
L'identità, nonostante in Italia il dibattito sia stato ottenebrato da identità fittizie, funzionali alla politica e al potere più che al riconoscimento di un aspetto valoriale delle appartenenze, è un aspetto fondamentale delle scelte individuali.
«Nella nostra analisi, le strutture sociali sono fattori che possono limitare le possibilità di scelta. In una società dove le categorie sociali sono definite, ad esempio, da razza, famiglia, ambiente e etnia può essere virtualmente impossibile per un individuo adottare una nuova identità.»
Insomma è grazie all'identità, o per sua colpa, che i nostri comportamenti diventano collettivi.
Spesso mi trovo a discutere nelle scuole di stereotipi di genere e chiedo ai ragazzi di elencarmi le differenze che possono causare discriminazione.
É un esercizio che dà sempre risultati diversi, a seconda della scuola, della prevalenza di donne o di uomini, della presenza o meno di handicap, di stranieri, di alunni negri, ed infine di provenienza proletaria o benestante. Uso volontariamente termini politicamente scorretti perché l'identità serve a marcare la differenza, non certo l'omogeneità, anche nelle parole. Il risultato è straordinariamente simile a quello di cui economia dell'identità parla: le nostre vite prendono la strada dell'insider o dell'outsider.
I miei ragazzi sono terribilmente simili a quelli che descrivono Akelorf e Kranton: alcuni sanno di essere privilegiati altri sanno di non esserlo, o meglio tutti credono di saperlo. Alcuni sanno che per entrare nel sistema (essere insider) dovranno scendere ad un compromesso identitario senza certezza di risultato, altri decidono di rimanere fuori (outsider) ma di mantenere la loro identità.
Quanto la consapevolezza di questi meccanismi (economici) sia presente negli educatori e negli studenti è difficile a dirsi. Eppure dietro la consolatoria parola bullismo si nascondono intrecci assai più complessi che una semplicistica volontà di prepotenza ed emulazione. Gli outsider sono coloro che meglio riconoscono il fattore economico, la capacità di autoaffermazione prima ancora che di spesa, e che meglio ne individuano i limiti identitari.
«Eravamo davvero furiosi per il modo in cui gli insegnanti ci trattavano. Ci guardavano dall'alto in basso. Non ci hanno mai veramente aiutato. Molti di noi erano veramente in gamba. Eppure non c'è mai passato per la testa che la scuola avrebbe potuto fare qualcosa per noi.»
L'Italia è oggi un adolescente nell'affrontare i problemi di diversità, di politiche razziali, di genere, di contrasto alla povertà. Mai, nel corso della storia repubblicana, ci siamo trovati di fronte al dilemma economico identitario. Per venti anni abbiamo fatto finta di interessarci di integrazione, di parità di genere, di multiculturalismo, abbiamo perso venti anni a discutere di eliminazione del problema (povertà, donne o stranieri) e non della sua comprensione. Oggi, e non parlo solo della scuola, il bullismo è la parola burqua che copre l'evidenza dell'inadeguatezza del sistema comunitario, scolastico, formativo, occupazionale, sociale.
Se solo ci si ponesse, come classe dirigente, il problema di comprensione del valore dell'identità nelle azioni individuali, gli stregoni dell'economia comprenderebbero che i cattivi comportamenti, ovvero la spinta autodistruttiva, non può essere spiegata solo con i criteri economici, ma deve essere compresa con altri strumenti, diversi dalla econometria e forse anche dalla sociologia.


martedì 27 marzo 2012

Peccato... Sottomessi alla lega

Recensione a

Sorestans e sotans

Intervista sul Friuli

Di Gianfranco D'Aronco, William Cisilino (Intervistatore)


La lunga e interessante intervista di Cisilino a D'Aronco lascia l'amaro in bocca. Il Friuli, la sua storia, la sua autonomia, la sua alloglossia, la sua cultura si intravedono appena nelle nebbie provocate dall'infatuazione leghista.
Il glorioso, democratico, tollerante, accogliente, onesto autonomismo friulano scompare, umiliato da nomi difficili da pronunciare per un sincero regionalista, autonomista e friulanista come D'Aronco dovrebbe essere. Eppure la Lega sembra aver ottenebrato anche le menti più lucide grazie a quattro talleri, sacrosanti e benvenuti, regalati in nome del friulano. I friulani hanno accettato acriticamente gli ultimi venti anni di becero nazionalismo padano fatto a suon di proclami anti emigrazione (loro la chiamano immigrazione ma è solo girarci attorno) di editti razzisti, di slogan sessuofobi e infine, ma è quello che più mi sconvolge se accettato da persone come D'Aronco, di crassa ignoranza identitaria.
Peccato che l'autonomismo sia finito così male, sostituito dal bieco leghismo, che il Friuli sia stato sostituito dalla padania.
Peccato perchè l'intervista letta acriticamente affascina, coinvolge e stimola riflessioni. Sarebbe bastato un po' di coraggio in più: il Friuli è Europa, ne Italia e tanto meno padania (ammesso e non concesso che essa sia, è e sarà mai qualcosa di diverso dal fantaceltismo nazilefevriano che la propaganda)

mercoledì 10 agosto 2011

Leadership e potere, Nye



Recensione Ippogrifo 5- 2011
J.S. Nye Jr.
Leadership e potere
Hard, soft, smart power
Edizione: 2010
Collana: Economica Laterza [549]
ISBN:9788842094845

Leadership è una parola che in italiano non riusciamo a tradurre. Vorrà pur dire qualcosa.
Il potere è un po' come la battuta che dice: i soldi non fanno la felicità, ma certo aiutano.
Lo diceva anche il buon Andreotti (è da un po' che nessuno lo cita e sarebbe un buon esercizio chiedersi perché): il potere logora chi non ce l'ha, come i soldi, appunto.
Andreotti, a ragion veduta, pensava che il potere fosse prima di tutto leadership e poi tutto il resto.
Forse è per questo che non lo si cita più.
Oggi le nostre “classi dirigenti” dirigono assai poco, si potrebbe dire che più che dirigere, digeriscono. Digeriscono anni di inadeguatezza politica, economica, culturale. Ed hanno l'indigestione di potere e di soldi.

Alcuni mesi fa, si direbbe in tempi non sospetti, mi ero appassionato ai poteri carismatici, all'uso del corpo nell'esercizio del potere, alla prossemica dei potenti. Son passati mesi e la realtà ha abbondantemente superato ogni possibile analisi.
Eppure oggi, direbbe lo storico, i segni del potere sono evidenti, carismatici, si possono studiare, apprendere, analizzare a futura memoria.
Il carisma mi ha sempre affascinato: Gesù, e prima di lui Mosè, Giovanni Battista, poi Hitler, Gandhi, Mussolini. L'elenco è fastidiosamente lungo, orribilmente relativista, mette insieme macellai con macellati, santi e diavoli, geni e idioti.
Il carisma insomma non porta da nessuna parte, non aiuta a capire chi è in grado di comandare e chi no.
Oggi son tutti comandanti senza essere dirigenti, il più piccolo potere (acquisito o donato che sia), trasforma immediatamente in leader. Sei sindaco di un buco di 2000 anime? Il tuo potere lo vorresti immenso, plenipotenziale, non criticabile.
Perché?
Perché il potere si esercita cosi: comandando.
Per scoprire cosa significa comandare, e non cosa significa essere comandati perché questo purtroppo lo capisco benissimo, bisogna rivolgersi ai soliti cattivi: gli americani.
E sì, per quanto noi europei, ed in particolare noi italiani, ci sforziamo(?) di essere sintetici, chiari e comprensibili, quelli, gli Americani, ci battono sempre. É come giocare a basket: son più bravi e basta.
Ho cercato su un dizionario la parola leadership ma mi son depresso.
Significa: comando, dirigenza, guida. Si potrebbe, ad essere pedanti, scavare con attitudine filologica comandare e scoprire che si tratta di imporre a qualcuno con autorità superiore di fare o non fare qualche cosa, e notare che forse i nostri leader hanno letto solo questa parte del dizionario.
Nye, Joseph S. Jr ha scritto Leadership e potere, o meglio ha scritto The power to lead, e racconta cosa significhi: Hard, Soft e Smart Power.
Il fatto che il traduttore non si sforzi neanche di tradurre i tre concetti ci dice molto.
A pagina XIX della prefazione già sono soggetto ad un detournement niente male, infatti La definizione di leader che Nye dà è secca e semplice:
Il leader è colui che aiuta un gruppo di persone a formulare e conseguire obiettivi condivisi.
Mi vengono in mente le riunioni di condivisione, i progetti condivisi che giornalmente assillano la mia mente, ore intraprese a sezionare ogni cavillo, senza mai vedere il bandolo della matassa e senza, soprattutto, sapere chi decide. Ma ciò che più mi manca è la parola aiuta.
Potremmo finire di leggere il libro a pagina XIX.
Pensare ad un catena di comando in cui ci si aiuta, si condivide e si raggiungono obiettivi comuni è la parte più intrigante dell'intero excursus dell'autore. Per Nye la storia è una sequenza di accadimenti che ci permettono di interpretare il fenomeno di scoprirne i meccanismi, le tecniche. La leadership non è diversa dalla produzione di una bicicletta: si può studiare, migliorare, modificare.
Quanto siamo lontani dalle unzioni divine o popolari!
Sembra che veramente il comando sia una questione di tecnica, di approccio, di carisma. Mai una questione di contenuti, si può essere stati grandi leader e grandi tiranni allo stesso tempo?
Basta leggere ancora due pagine, XXI della prefazione, e mi trovo nuovamente spaesato: distinguerò fra leadership con o senza autorità, […] analizzerò il ruolo delle qualità innate e dell'educazione nella formazione dei leader.
Esiste leadership senza autorità? Ci si può formare al comando? E a che tipo di comando?
Nye ha la sua teoria, la sua aspirazione. Lo dice alla fine in un breve compendio in dodici punti, al primo dice: la buona leadership è importante. Buona = efficace ed etica.
A me la parola etica ha sempre fatto paura. Ci vedo nascoste reminiscenze a me non congeniali, come ad esempio “stato etico” e le sue derivazioni postmoderne di eticità. Ho quindi cercato di essere il più razionale possibile nell'affrontare un'affermazione così pesante.
Cosa significa efficace ed etica per Nye?
Questa è la parte per me più debole, sarà il mio pregiudizio. La soluzione sta in tre parametri: obiettivi, mezzi e conseguenze. Per dirla con Nye: un buon leader è un leader che aiuta il gruppo a formulare e conseguire obiettivi condivisi, nel bene e nel male. Perciò, nei primi dieci anni di governo, Hitler fu un buon leader efficace con obiettivi moralmente esecrabili; alla fine, avendo condotto i propri seguaci alla rovina si rivelò un cattivo leader sia moralmente sia per i risultati conseguiti.
E se Hitler avesse vinto... per fortuna non possiamo usare l'analisi contrafattuale!

Gli americani hanno la capacità di dirci cose che noi facciamo solo finta di sapere, di aver acquisito. In realtà dietro la cortina di fumo della nostra superiorità intellettuale abbiamo terribilmente paura di affermazioni come: Se non tratto i miei dipendenti con rispetto e non li coinvolgo nei processi decisionali andranno a farsi assumere da qualche nuova azienda qui di fronte.
Quanta leadership c'è in questa frase!
Quanti di noi lasciano la strada vecchia per la nuova? Quanto è sclerotizzato il nostro mercato del lavoro per inadeguatezza, noncuranza, mancata partecipazione aziendale, e rigidità contrattuale? Quanto la nostra classe dirigente aziendale considera inutile la contrattazione e quanto delle nostre parti sociali considerano padronale il coinvolgimento sugli obiettivi aziendali?
Certo si deve distinguere: l'Italia è l'Italia, gli USA... Eppure, a comando, noi importiamo concetti di smart power senza aver mai praticato e appreso le tecniche di gestione del potere alla base di tale approccio.
Il comando è prima di tutto bilanciamento fra durezza e morbidezza, fra risolutezza e condivisione, e questo è smart: furbo, intelligente, efficiente e veloce.
Questa semplice, a parole, regola porta Nye indietro nel tempo, sezionando la vita di presidenti, mega dirigenti d'azienda, personalità storiche e filosofiche.
Lo fa, come solo un tecnico può fare, mischiando piani e livelli di approfondimento trovando, lui sì, la via più facile per spiegarci che leader si può diventare, ma non ottusamente: Come osservò una volta Mark Twain, un gatto che si siede su un fornello bollente non ci riproverà mai più, ma non si siede neppure su un fornello freddo.

Racconti Americani , Vivanti

L'Ippogrifo 5 - 2011


Annie Vivanti, Racconti Americani
A cura di Carlo Caporossi
Nota di Anna Folli
Palermo, Sellerio 2005
184 pagine 10.00 Euro ISBN 88-389-2042-7


Ho alcune manie: comprare trottole, penne, cravatte.
Ho alcuni vizi: leggere libri, comprare libri, appassionarmi ad alcuni autori.
Per anni ho acquistato le guide rosse del Touring Club Italiano, le edizioni prime, fino ad arrivare a completare la quasi collezione. Mi mancano due volumi: uno introvabile (l'Albania), l'altro costoso. Ma soprattutto mi manca lo slancio iniziale. É come quando mancano le ultime due figurine ad un album Panini e rinunci alla ricerca.
Cosa questo abbia a che fare con Annie Vivanti è facile a dirsi: sono passato dalle guide rosse ai romanzi della Vivanti.
Iniziai con Marion artista di caffè -concerto e oggi continuo con Fosca sorella di Messalina, Vae Victis, Perdonate Eglantina.
Oggi vi vorrei parlare di Racconti americani. Non dovrete sforzarvi di cercarlo fra puzzolenti e polverose bancarelle. Basterà la vostra libreria di fiducia.
Annie Vivanti nasce italiana a Londra, figlia di un garibaldino esule, vive, come si direbbe oggi di artisti di primo, secondo e terzo piano fra l'Italia e gli Stati Uniti.
Una vita da suffragetta, fra circoli intellettuali (di lei si sospetta una liaison con Carducci, primo estimatore e recensore), Caffè concerto e viaggi intercontinentali.
Scriverà, altro che i provinciali italiani contemporanei, in inglese e in italiano. Scrisse romanzi e drammi inglesi e scomparve, come un fiume carsico, per anni ricomparendo con storie foscamente romantiche negli '30, libri vendutissimi che ben figurano fra le collezioni di M.Delly, Salvator Gotta, Carolina Invernizio.
E poi scrisse in inglese alcuni racconti americani, che Sellerio ha ripubblicato.
Il libricino inizia con Perfect, torbida storia di amori extraconiugali su sfondi romantici fiorentini, riminesi, alla caccia di un'improbabile e paradossale ambientazione dantesca. Vale l'intero racconto la citazione di un'addio, il primo dei molti, fra i due amanti “e così lui restò lì, a guardarla lassù, disperato, inerte, mentre l'immensa nave si muoveva e il gran mare irrompeva tra loro”
Annie Vivanti mi fa quest'effetto: non so se mi prende per il sedere o veramente mi emoziona.
Il libretto si fa leggere come un digestivo si fa bere: un po' amaro ma corroborante.
En passant, il secondo racconto, prende amabilmente in giro le perturbazioni diaristiche di una coppia d'artisti piena di struggenti banalità, come ogni diario fine secolo dovrebbe contenere. Solo di fine secolo? Questa è la grande forza delle storie della Vivanti, ci fanno sorridere, certo, ci raccontano un mondo perduto, antico che sa di mussola e di vecchi profumi. Così sembra. Sorridiamo, divertiti, a frasi come “Lo amo! Lo amo! Lo amo!! Gliel'ho detto oggi, all'improvviso. S'è fatto pallido e per due o tre minuti m'è apparso persino brutto”. Già sorridiamo... e un po' ci vergogniamo di aver scritto, o solo pensato altrettante struggenti banalità.
Il piccolo libretto continua con leggerezza e fluidità, racconta, emoziona e poi ci si trova di fronte poco prima della fine, il libro termina con il racconto La vera storia della bimba prodigio scritta da sua madre Annie Vivanti che prepara alla lettura del romanzo I divoratori, ad un piccolo crudelissimo gioiello della letteratura italiana. Il racconto Il capriccio vale da solo tutto il libro, forse tutta la Vivanti.
La sottile, modernissima, crudeltà della natura, il capriccio del potere, della sopraffazione, della tortura, dolce ma pur sempre tortura, sono condensati in poche divertenti pagine dall'apparenza bozzettistisca.
Una novellina ambientata a Napoli, mille colori, fra scugnizzi, cantanti, e truffatori. La storia? Nulla di trascendentale, una normale orribile storia di potere e soldi. Eppure mai come in questo racconto ci potremmo rispecchiare, noi oggi moderni ed egoisti democratici.
Napoli è la nostra Bangkok, la nostra Rio de Janeiro, allora come oggi i capricci umani si pagano. Tutto ha un prezzo per chi, come la delicatissima e capricciosa Signorina Lucy, ha i soldi e il potere per comprare. E ciccillo, efebo napoletano, canterino e impertinente si poteva comprare, mostrare vestito come un Cristo adolescente o Nerone cantante, usare per deliziare lo snobissimo circolo di amici di New York, città delle mille luci.
La gente verrebbe ai tuoi ricevimenti per vederlo, proprio come vanno ai concerti di Paderewski. Vale tanti dollari quanto pesa!
E così il giovane napoletano diviene l'attrazione, il mostro di questa gaudente cerchia di nullafacenti. La fine? È la più scontata e tragica, la morte e la noncuranza che solo l'esercizio del potere fine a se stesso può giustificare.
E pochi minuti fa aveva pensato di morire, perché lui era morto.
Uscì senza voltarsi

Ci sono autori, scrittori che ti accompagnano per anni, ciclicamente.
Ci sono momenti in cui sai cosa devi leggere.
Ci sono libri che sai sempre come finiscono: con la tua felicità

domenica 23 gennaio 2011

la dittatura europea- libro antisemita

La Dittatura europea- di Ida Magli

Un libro proprio bello e, senza ombra di dubbio, integralmente non condivisibile.

More about La dittatura europea
Ida Magli è un'ottima antropologa, arguta, fine osservatrice, colta e informata.
Il suo libro è terrificante, farneticante, complottista e profondamente antisemita. Inolte è orribilmente ipocrita perchè, sotto le vesti di un pamphlet corrosivo, dimentica di essere onesto e dire che sono gli ebrei, perfidi usurai, la causa di tutto il male del mondo.
Cita Orwell a cui attribuisce capacità divinatorie per 1984. La famosa Disutopia sarebbe la rappresentazione della UE e non, come noi stolti abbiamo sempre creduto, del totalitarismo (ed in particolare dello stalinismo) ma bensì la premonizione dell'evoluzione della pericolosissima democrazia anglosassone...
La dimostrazione che di buone intenzioni è lastricata la via per l'nferno.

Da leggere proprio per questo. Se sei EUROPEISTA, quale io sono e fui, è un ottimo compendio di pregiudizi giudeomassonici.

sabato 18 dicembre 2010

Recensione Ippogrifo- Paola Liberace Contro gli asili nido

Paola Liberace

Contro gli asili nido


Editore Rubbettino
Collana Problemi aperti
Data uscita 22/07/2009
Pagine 88
EAN 9788849824216

10,00

Ci sono libri che suscitano dubbi, provocano ripensamenti, altri che confermano certezze, consolidano convinzioni.

Preferisco sempre di più i primi ai secondi.

Il breve, denso, pamphlet di Paola Liberace, giornalista, blogger e madre di due figli, nell'incipit si chiede “perché una mamma che lavora, soddisfatta utente di un buon asilo nido privato, dovrebbe scrivere un libro contro gli asili nido?”

Già, perché, verrebbe da chiedersi di conseguenza, un genitore che lavora, soddisfatto utente di un asilo nido pubblico, dovrebbe recensire un tale libro?

I motivi sono tanti e ogni pagina letta ne ha aggiunto di nuovi.

L'aspetto politico

Iniziamo con cosa non è il libro: non è una crociata libertaria sul lassaiz faire individualista, ne un'acritica critica anti marxista. É, a discapito del titolo, un excursus storico, legislativo e statistico sull'offerta delle strutture prima infanzia in Italia,ed è soprattutto un'analisi impietosa sul fallimento della politica familiare, della conciliazione, della maternità e della natalità.

La sensazione che rimane dopo un pomeriggio di lettura è che il nostro pensiero politico contemporaneo (italiano intendo) sia lontanissimo da qualsiasi principio liberale di autodeterminazione delle scelte individuali e familiari, sia, sempre il nostro pensiero politico, altrettanto lontano da approcci socialisti e riformisti, capaci di attuare principi di sussidiarietà, solidarietà ed efficienza di un welfare state moderno ed universalistico.

Nonostante i tentativi di inghiottire l'amaro in bocca, il nostro pensiero politico, e, di conseguenza, il nostro apparato politico, statuale, mi sembra ancorato ad un familismo arcaico e incongruente con le evoluzioni sociali, lavorative e culturali degli ultimi decenni. Mi sembra legato ad una concezione del mercato del lavoro keinesiana, quando dovrebbe essere liberista, e liberista quando dovrebbe essere keinesiana, liberista con i precari e keinesiana con monopolisti, infine ad una concezione dei processi decisionali democratici strumentali, localisti ed autoreferenziali.

In questo contesto tutte le scelte, come spesso accade in Italia, appaiono mezzo giuste o mezzo sbagliate, soprattutto non sembrano mai esaustive ne tanto meno risolutive.

Il libro mi ha stimolato lo spolvero di vecchi e desueti classici del pensiero politico: Rossi, Rosselli, Einaudi, Gobetti, Salvemini. L'Italia pare abbia attuato, banalizzandola ed esautorandola di ogni significato positivo, la grande utopia del socialismo liberale che tanta speranza diede ad una minoritaria parte dell'antifascismo italiano. Il peggio del socialismo e il peggio del liberalismo sono in Italia espressione di molte delle politiche di welfare, che oggi, grazie alla crisi economica, stanno mostrando tutta la loro inadeguatezza.

Il ruolo della politica, nelle azioni e negli interventi che riguardano la vita degli individui e delle famiglie è fondamentale, ed appare imprescindibile strumento per arrivare ad uno Stato moderno, efficiente e rispondente alle richieste dei cittadini.

Ma è veramente così? Veramente lo Stato si è preso in carico questo ruolo? Veramente lo Stato deve prendersi in carico la famiglia, la genitorialità, l'educazione fin dalla prima infanzia, fino al lifelong learning?

Lo Stato deve veramente occuparsi dei propri sudditi dalla culla alla tomba? Deve applicare un Welfare fortemente comunitario e relazionale che interviene nell’intero ciclo di vita – dal concepimento alla morte naturale - in modo da rafforzare l’autosufficienza della persona e prevenire il formarsi del bisogno, così come auspicò il Libro Bianco di Sacconi un anno fa?

Oppure come sollecita Paola Liberace in conclusione del libro: essere genitori è una questione di libertà e di responsabilità: non si può coltivare la seconda senza tutelare la prima, e aggiungerei: essere cittadini è una questione di libertà e responsabilità?

Il bambino dove lo metto? Dove lo metto chi lo sa?

Tu lo mandi al nido o hai qualcuno?” e chi è il qualcuno?

Oggi in Italia la famiglia è allargata, o meglio dire immobilizzata in una struttura composta da nonni, genitori, nipoti e solo tale forma pare assicurare una valida alternativa all'Asilo nido.

In realtà la cura dei figli è gerarchica: madre, tutto il resto.

Grande assente è il padre, volente o nolente. La cura è femminile, il reddito maschile. Questa è la realtà, sottaciuta e non affrontata, di tutta l'analisi dell'autrice.

I nonni sono una risorsa, e lo sono ancor di più se non decrepiti, pensionati baby, attivi e svegli e soprattutto vicini.

Verrebbe da dire: nulla di nuovo sotto il sole. La bella famiglia comunitaria, le generazioni che parlano, condividono spazi e saperi. Verrebbe da dire che così non è. La famiglia dove nonni, nipoti, cugini, fratelli, sorelle, vicini, parenti di generazioni ed età molteplici non esiste più. I nonni sono quasi sempre con un solo nipote e non ci sono cugini. Le variabili della modernità lavorativa non permettono tanta socialità comunitaria. I nonni girano con le carrozzine, custodiscono in casa i bimbi e poco più.

Esistono poi le soluzioni “Mary Poppins” ovvero le baby sitter praticamente perfette. Soluzioni che costano più del nido, quanto uno stipendio, e che corrispondono al criterio: una persona davvero qualificata - magari italiana, magari con il diploma di puericultrice, magari pagandole i contributi (p.7). Assai più comune è rivolgersi a giovani ragazze simpatiche, carine, magari alla pari, ma la puericultura rischia di impattare con l'uso smodato dei social network. Oppure si possono prendere due piccioni con una fava: la colf. Può dare un occhio al bambino mentre rassetta casa, è una persona di fiducia, disponibile. Spesso il lavoro di cura è extracomunitario, o neocomunitario, con risultati simili ai paradossi delle badanti: pazienza se parla male italiano e con il pupo si limita a lunghe, silenti passeggiate in carrozzina senza dare un cenno di presenza (p.8).

Dunque il nido è la soluzione: ambiente sicuro e controllato, crescita relazionale del bambino, professionalità del personale, il costo affrontabile se pubblico, più impegnativo se privato. Insomma perfetto, pubblico o privato che sia.

Ma i posti sono sufficienti? Ad essere buoni arriviamo, così dice puntigliosamente la Liberace, all'11% della copertura sulla fascia 0/3 anni, in regioni e provincie come la nostra un po' di più, comunque lontanissimi dal promesso obiettivo del Trattato di Lisbona (dovrebbero raderla al suolo quella città per tutti gli obiettivi che si ostina a farci mancare) del 33% entro il 2010. Certo non possiamo aspirare al 64% della Danimarca e tanto meno al 29% della Francia, eppure a destra e a manca si promette:

prosecuzioni del piano di investimenti in asili aziendali e sociali (PDL) l'asilo nido deve diventare un servizio universale, disponibile per chiunque ne abbia bisogno (PD).

Lavoro e famiglia: due termini, una soluzione.

La partita della famiglia, o meglio della natalità, si gioca nei primi mesi di vita e in termini sempre femminili. L'assunto pare essere: se riesco a tornare a lavoro entro l'anno sono salva.

Stiamo parlando dell'esercito delle volenterose impiegate, come cinicamente le chiama l'autrice, di donne che esaurito il bonus temporale della maternità, corrono ai ripari presidiando il posto di lavoro, e affidando( potrebbero oggi fare altrimenti?) i piccoli di meno di un anno al nido, ai nonni, etc.

Ciò comporta un enorme sforzo di conciliazione integralmente (o quasi) in carico alle donne, comporta acrobatiche peripezie fra nidi, baby sitter e nonne. La soluzione che ci si ostina a cercare è riassunta in poche ed efficaci parole: flessibilità di orari dei nido, servizi integrativi, aperture estive, orari lunghi. Conciliare la famiglia con il lavoro e non il contrario.

Siamo proprio sicuri che sia questa la soluzione?

L'esercito delle donne volenterose impiegate è frutto di lotte per l'emancipazione, per le pari opportunità, per l'eguaglianza di trattamento e salario. La Liberace ci riporta amaramente alla realtà: 20% di donne in posizione manageriale (dati ISTAT 2006), le donne dirigenti sono il 24,5% per di più concentrate nella pubblica amministrazione, e volendo soffrire si continua con differenze nell'ordine del 24% fra retribuzioni maschili e femminili (a favore dei primi ovviamente).

Questo quadro non pare semplificarsi e l'uso degli ammortizzatori sociali, legati alla crisi di questi ultimi due anni, sembra allontanare ancora di più le donne da un mercato del lavoro “conciliante”.

Quello che dovrebbe essere una libera scelta di vita, passare i primi mesi di vita con il proprio figlio, rischia di diventare l'unica soluzione economicamente sostenibile in una famiglia che diventa da plurireddito a monoreddito precario.

Politiche di conciliazione: dov'è il problema?

Il principale fattore di ostacolo tra famiglia e lavoro non è la scarsa disponibilità di posti negli asili nido, ma la strutturazione rigida del lavoro, e l'impossibilità di variare o ridurre l'orario lavorativo (p. 21). Con la forza dei numeri e delle indagini Istat citate, l'autrice ci porta in quella che, dal suo punto di vista liberale, appare essere il vero punto carente del sistema, il nodo irrisolto e non affrontato, delle politiche lavorative, e della famiglia in Italia: la debolezza del mercato del lavoro e del sistema delle opportunità di flessibilità.

Parlare oggi di flessibilità in Italia è pericolosissimo.

Flessibilità è, o meglio è stato fatto diventare, sinonimo di precarietà, ed affidare al precariato la soluzione delle politiche di conciliazione rasenta la bestemmia. Eppure se, come ci invita a fare l'autrice, usciamo da schemi dialettici rigidi e affrontiamo la questione in termini seri e, soprattutto, onesti ci accorgiamo che proprio le donne sono le prime a soffrire di questo paradossale errore.

Il posto fisso è rigido, inchiodato a orari e tempi inconciliabili (se non con un nido ultraflessibile), eppure oggi appare l'unica àncora di certezza della vita familiare.

Il part time è inutilizzato, non richiesto e disincentivato, i congedi un misterioso strumento, il telelavoro eretico, il jobsharing (orribile termine per dire fare in due il lavoro di uno) un mostro in mano ai padroni del vapore e via discorrendo.

Piuttosto si danno bonus una tantum per pagare uno o due mesi di asilo, piuttosto si spendono milioni di euro per raggiungere punti o frazioni di punto percentuali nell'impossibile scalata a Lisbona, piuttosto si escogitano sostegni ed integrazioni al reddito, agevolazioni per far lavorare di più le donne e permettere loro di lasciare i figli ad altri. L'importante è che se hanno un lavoro lo mantengano come prima, più di prima, ma non meglio di prima.

Le donne si preoccupano del ritorno dell'oppressione patriarcale, che le aveva segregate in casa, non battono ciglio di fronte alla segregazione impiegatizia, che la veloce evoluzione delle tecnologie rende ancora più obsoleta della prima- e che per giunta le ha obbligate a disfarsi dei figli.(p.54).

Nonostante la critica ad alcuni aspetti del femminismo, l'autrice ripercorre il solco delle lotte di liberazione femminile più oltranziste degli anni '70, e lo fa abolendo il maschio, dimenticando che le politiche di conciliazione non sono più solo un problema femminile, ma sono sempre più una questione trans-gender, che interessa e coinvolge l'intera struttura delle relazioni sociali.

La Liberace solletica in conclusione la nostra fantasia citando le socialdemocrazie e le liberaldemocrazie: Danimarca, Inghilterra, Francia, DDR. Critica l'approccio universalistico e propone soluzioni differenziate: congedi lunghi per donne e uomini, part time obbligatori, posticipi pensionistici legati a lunghi periodi congedo non retribuito, social networking da casa, lavoro condiviso, banca del tempo e via discorrendo.

Fantasie, fantasticherie per il nostro elefantiaco stato.

Il massimo che l'elefante partorì fu un topolino:

Piccoli ma significativi aggiustamenti nel rigido orario di lavoro possono consentire a molti [sic] la conciliazione tra tempi di lavoro e di famiglia senza compromissione delle possibilità di carriera. (LA VITA BUONA NELLA SOCIETÀ ATTIVA , Libro Bianco sul futuro del modello sociale , maggio 2009 Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali)

sabato 27 marzo 2010

Una recensione (pubblicata sull'Ippogrifo)


Pier Paolo Giannubilo
Corpi estranei - Una storia vera
Edizioni Il Maestrale
2008
pp. 272
formato 12x21 cm
14 Euro
ISBN: 978-88-89801-38-3



«Si trattava di intervistare un uomo uscito in carne ed ossa dalle tenebre del Medioevo, uscito dai più sozzi e crudeli ludibri dell'epoca nera, uscito da una investitura di mistero e di morte, uscito fumigante ma ancora vivo dalla pentola del demonio». Dino Buzzati I misteri d'Italia, Mondadori, Milano, 1978
Alcune storie italiane si sedimentano. Aspettano che la Storia le dimentichi e, come fiumi carsici, ricompaiono impetuosi quando meno lo si aspetta. Corpi estranei è una di queste.
Dino Buzzati ci provò nel 1978, senza riuscirci, tentando quello che, a trent'anni di distanza, riuscirà ad un giovane e promettente autore molisano: raccontare la storia di Lucci,o Manuele Sartorio, o di chiunque si nasconda dietro pietosi pseudonimi.
La nuova letteratura che Il Maestrale da anni cerca, dalla sperduta ed inquinata Nuoro, di
proporre, è ricca di piccole ed esemplari vicende, sarde, non sarde, semplicemente umane.
Come in altri felici casi, il piccolo, vivace, attento e curioso editore ha scovato autori notevoli in giro per l'Italia. Giannubilo non fa eccezione. La sua terra, la profonda attenzione per la micro storia, per piccole vicende esemplari travalicano il contenuto, spaziando fra finzione, reportage, sceneggiatura e romanzo.

Oggi, più che mai, la Storia, quella delle identità forti, delle nazioni, delle religioni, vorrebbe farci dimenticare l'uomo, il principale artefice della nostra identità.
La letteratura, minore, minoritaria, e minorata della grande diffusione e del grande pubblico, sta lentamente ma inesorabilmente costruendo una nuova epica italiana.
Un'epica fatta del continuo ricostruire aspetti della nostra (dis)identità nazionale. Un passato frammentato, frantumato in schegge di granata che si insinuano nel tessuto, nei deboli muscoli della nostra democrazia, della nostra storia.
La nostra dittatura, le nostre guerre mondiali, i nostri delinquenti, i nostri terroristi e le nostre vittime, il nostri colonizzatori (attivi e passivi), i nostri migranti (anch'essi attivi e passivi) queste sono le tessere, a volte sembrano essere le uniche riconoscibili, di un'Italia dedita da lustri all'approssimazione e alla dimenticanza, di un mosaico devastato e abbandonato.

Pier Paolo Giannubilo è il pittore dello sfondo di un breve romanzo, i cui protagonisti sono reali, e vivi.
La storia è una delle tante che la nostra “povera Patria” ha prodotto, una storia di un'Italia combattuta, come sempre, fra modernità e immobilismo, soggetta a quel dualismo persistente fra tradizione e rivoluzione mancata.

Il 1937 è un anno come un altro, Regenta, un luogo come un altro, una città di provincia né grande né piccola, né povera né ricca. Un paese del Sud, una città della costa, un luogo di traffici e di pesca. Come in ogni piccola città esisteva il quartiere in cui il degrado, allora solo il malaffare, imperversava. Allora come oggi le strutture sociali di luoghi marginali si reggevano su connivenze, silenzi, minacce e paure. I luoghi, gli spazi, gli uomini di questa storia sono ingabbiati in un destino malevolo.
Il luogo delinquente, così come l'uomo delinquente, l'atavica predisposizione alla perversione dei costumi, dei valori, della morale, sia essa pubblica o privata, sono lo sfondo giustificante della storia. Uno sfondo mai condiviso dall'autore ma che come una imprescindibile fatalità percorre le pagine del libro allo stesso modo in cui percorre le pagine dei quotidiani e rotocalchi che fino a Buzzati hanno accompagnato i protagonisti di tutto questo.
L'anno in cui il tutto si avvia è, per l'Italia di provincia, un normale anno di normale regime. Il senso di normalità è fondamentale quanto quello di devianza che questo exemplum racconta. Normale è la vita del quartiere delinquente, normale è la rete di relazioni losche, normale è la noncuranza di ciò che tutti sapevano e che nessuno voleva vedere.
Il protagonista potrebbe essere un bambino qualsiasi, un bambino di un normale degrado. Ma non lo è.

Manuele Sartorio, nome inutilmente falso o forse nome esemplare di tutti le innocenti vittime, oggi come allora, della violenza adulta, ha 5 anni. Vive i primi anni della sua vita, sopporta un'insopportabile lacerazione corporea, uno stillicidio di ferite che, prima ancora del corpo, mutilano la sua infanzia, la vita.
Per 4 anni quel corpo sarà usato come il “puntaspilli” di Buzzati.

«Il bambino era stato trasformato in feticcio, uno di quei sinistri simulacri di argilla o di legno, trafitti da spilloni maledetti, che si trovano nei musei etnografici o criminali. il bambino urlava e piangeva, giorno e notte un continuo lamento. I vicini chiedevano. "ma che cos'ha Giovannino che strilla sempre?". "da qualche tempo non sta bene" spiegava la nonna strega "e poi è anche capriccioso.»

Emanuele è un bambino, riconosce genitori, parenti come parte essenziale della vita, conosce i bassi, i postriboli, i vicoli come luoghi familiari.
Non sa che esistono altri luoghi e altri affetti. I suoi sono i luoghi di un laico martirio inconscio, inconsapevole e inutile. I suoi sono gli affetti falsi, opportunistici, crudeli, malati e immaturi della famiglia.
Il suo è un corpo simbolo, un corpo usato per colpe altrui e altrui rimedi, un corpo feticcio, disfatto e consumato, violato e tenuto vivo come riserva di vigore per un giovane amante di una vecchia.
La sua famiglia è un girone infernale di concupiscenza, degrado e violenza. Manuele non può saperlo.
L'inconsapevolezza, la tenacia e la perseveranza dell'uomo bambino lo farà arrivare alla salvazione.
Il dolore lo salverà in una concitata, per quanto paradossale, corsa verso l'estraniamento, l'allontanamento dalla famiglia, dagli affetti per giungere in un mondo fatto di regole, salvazione, burocrazia e silenzi. In un luogo di mistica laica e retorica fascista, il bambino obbligato alle regole e all'anonimato ritroverà ragione di essere.
Solo da questa esperienza lacerante, che taglia violentemente i legami pregressi, potrà riprendere il percorso, acquisire consapevolezza del corpo, diventare adulto.
L'assistenza totalizzante, lo stato padre, e padrone, a cui paradossalmente stiamo oggi tornando alla caccia del risparmio e dell'efficienza, lega Manuele alla sua famiglia, alla continua ricerca di una motivazione, una conferma, di una risposta. Il padre presunto, la madre puttana, la nonna strega, lo zio aguzzino, l'amante mafioso della madre tutti cercheranno Manuele. Egli accoglierà tutti, cercherà di ricostruirsi un passato giustificabile, troverà solo ciò da cui è stato strappato.
La storia percorre tutta la vita del bambino, dell'uomo, del vecchio. Prima figlio, poi padre, poi nonno. Una storia scandita dai ritmi dell'apparente normalità.
Prima ancora di diventare uomo, Manuele deve cessare di essere bambino, con il carico di violenza che ciò ha comportato. Assorbire, recidere e nel contempo espellere metallo e, nel contempo, sentimenti e risentimenti, una vita di cadute e resurrezioni sempre e comunque scandita dalla persecuzione del male subito, sofferto e vissuto.
Il corpo diviene, ancora una volta, prevalente e comanda espellendo metallo e subendo nuove torture mediche, alimentando nuovi ricordi e stimolando tardive richieste di perdono.
Il dolore, gli ospedali, i medici divengono necessario contorno alla resurrezione, ricostruzione del corpo mutilato.
Il corpo è crisalide destinato alla metamorfosi ed il corpo di Manuele in questo soffre ogni piccola crescita, ogni modifica, ogni invecchiamento come potenziale morte. Le punture lo hanno trasformato in un uomo senza futuro certo, in un morto che cammina. La profonda modernità di tale situazione spaventa. Sono forse diversi i bambini che giocano fra campi minati, i bambini soldato, i bambini divertimento sessuale? Sono forse così diversi i corpi di adolescenti e preadolescenti costretti a competere con un mondo adulto deviato che li costringe a trasformarsi per somigliare a bambole di plastica?

Le categorie del male e del bene si confondono. É bene o male: l'amore materno, il pentimento dei parenti, l'accanimento dei medici, la condanna degli esecutori, la pietà dei conoscenti e la curiosità dei giornali?
Corpi, vittime, reati e aggressori, pene e mandanti, dietro la cronaca di un fatto della nostra storia recente, si ripropongono atavici usi e abusi del corpo.
Si ritrovano superstizioni arcaiche e moderne deviazioni, interventi repressivi e salvifici, morbosità mediatiche.
La cronaca giudiziaria oggi ci ha abituato all'esposizione oscena dei corpi dilaniati, offesi, stuprati, morti, o quasi tali. Nulla di diverso da ciò che all'inizio dell'Italia contemporanea, o forse al termine di quella arcaica, veniva offerto in pasto ai curiosi, ai giustizieri, ai politici e ai gendarmi del 1937.

Ciò che rimane è la banalità del male, la futilità delle ragioni della persecuzione fra umani. D'altronde non sono piccole storie quotidiane l'infanticidio di Cogne, il delitto di Garlasco, l'omicidio di Perugia?