
perchè dovrei preferire passare dalla dittatura di un comico dilettante a quella di un comico professionista?

S e Silvio Berlusconi ieri l' ha definita «una stagione ingannevole» come tutte le estati, durante la quale è riaffiorato il solito «teatrino della vecchia politica» che è tempo di stoppare con un «basta», per il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il bilancio è ancora peggiore. Per lui, le scorse settimane sono state un vero e proprio «delirio». Per Napolitano le ultime settimane sono state una sorta di incubo che le conclusioni del vertice tra il premier e Umberto Bossi l' altra sera a Lesa, sul lago Maggiore, sembrano aver interrotto, proiettando sull' autunno ormai vicino la «speranza di una tregua». Al punto da fargli dire: «Tanto rumore per nulla». Certo, il presidente della Repubblica sa bene che il compromesso siglato tra i due leader della maggioranza è provvisorio e si fonda «su basi fragili», perché condizionato da diverse variabili. Tuttavia, il fatto che quell' incontro abbia allontanato lo spettro di una crisi di governo che fino a pochi giorni fa era data per imminente (con relative incognite sulla «piccola ripresa» diagnosticata dagli analisti), gli permette di tirare un respiro di «sollievo». Forse non di «soddisfazione» piena, però, considerati i postumi dell' aggressivo «chiacchiericcio» e della «montagna di dichiarazioni» che hanno assediato lo stesso Quirinale per l' intero mese d' agosto. Al centro delle polemiche - come si ricorderà - il tema dei poteri del capo dello Stato nell' ipotesi di un collasso del governo e una presunta contrapposizione tra la Costituzione materiale (nata dalle prassi e soprattutto dall' ultima legge elettorale) e la Costituzione formale. La pretesa, avanzata nelle forme di un aut aut dal centrodestra, era che, qualora il Cavaliere dichiarasse forfait, Napolitano dovrebbe chiudere subito la legislatura «per non andare contro la sovranità popolare». Tutti a casa senza condizioni. Senza verificare se in Parlamento esistano altre maggioranze. Un argomento rilanciato fino alla nausea, oltre che da parecchi esponenti politici, da quelli che al Quirinale sono considerati degli «improvvisati costituzionalisti». Fino a comporre, attraverso letture distorte della Carta fondamentale, un «florilegio di sciocchezze» secondo cui «s' immagina un presidente della Repubblica con la penna in mano, pronto a decretare lo scioglimento delle Camere quando gli viene detto». Una specie di grigio notaio di campagna, un passacarte. Dichiarazioni «improvvide», tra le quali spiccava quella firmata martedì sul Corriere della Sera da Fabrizio Cicchitto e Giuseppe Calderisi, autori di un lungo articolo per confermare la tesi che a decidere è sempre e solo il popolo. E proprio per far capire come la pensa e approfondire ciò che aveva già spiegato in un colloquio con il Corriere e in una nota ufficiale, il capo dello Stato si è premurato di inviare a Calderisi un testo a suo giudizio illuminante: il «Bill Cameron-Clegg». Cioè l' accordo politico (trasformato in un disegno di legge ora in seconda lettura alla Camera dei Comuni) che è stato stipulato «nel Paese della democrazia liberale per eccellenza», il Regno Unito, per stabilire la durata della legislatura e le modalità per chiuderla in anticipo, ove ciò si rendesse inevitabile. Da noi se ne è parlato forse poco. Quell' intesa fu siglata tra conservatori e liberaldemocratici all' indomani del responso delle urne, dopo che i due partiti si erano presentati l' uno contro l' altro (e mentre Gordon Brown usciva sbaragliato) e dopo che nessun dei due aveva raggiunto la maggioranza assoluta, e naturalmente senza che l' elettore britannico avesse votato per l' inedita coalizione formatasi poi «in nome dell' interesse nazionale». Un patto con il quale, fissando già al primo giovedì di maggio del 2015 il prossimo voto, si vuole garantire al Paese un impegno di stabilità. Ora, se il governo inglese dovesse subire prima di quella data una mozione di sfiducia (che dovrebbe comunque essere approvata da almeno due terzi dei membri del Parlamento), ciò non porterebbe all' automatico congedo delle Camere. Se infatti passasse una simile mozione, ci sarebbero ancora 14 giorni di tempo per formare un' altra maggioranza ed evitare elezioni anticipate. E soltanto a quel punto, se fallisse pure quell' ultima ricerca, si scioglierebbe il Parlamento. Questo - in estrema sintesi - l' esempio britannico che Napolitano ha indirizzato a Peppino Calderisi, il quale vanta qualche competenza sui sistemi elettorali e sul maggioritario. Insomma: un argomento di dissuasione in più per chi, nell' Italia sotto stress di quest' estate, voglia riflettere su come la fatidica sovranità popolare può essere rispettata introducendo variazioni in grado di disciplinarla, senza cadere in tentazioni troppo sbrigative come quelle predicate dal centrodestra con la minaccia del «voto subito». Purché si tenga conto, è il ragionamento del presidente, che la Costituzione parla di «limiti e forme» fissati dalla stessa Carta. E purché finalmente si capisca che è meglio «fare piazza pulita» di tutte le interpretazioni strampalate e «fantasmagoriche» che hanno visto troppa gente (premier compreso) azzardare messaggi contraddittori, non valutandone le conseguenze. Marzio Breda RIPRODUZIONE RISERVATA **** Il «Cameron-Clegg Bill» Le elezioni di maggio 1 In Gran Bretagna i conservatori vincono le elezioni, ma non raggiungono la maggioranza assoluta dei seggi L' accordo di governo dopo il voto 2 Conservatori e liberal democratici, David Cameron e Nick Clegg (foto), avversari alle elezioni, danno vita a un accordo di governo L' impegno per la stabilità 3 L' accordo politico (trasformato in un disegno di legge) fissa al 2015 il prossimo voto, per dare al Paese un impegno di stabilità I numeri della maggioranza 4 I due partiti (lib-dem e conservatori) hanno 363 seggi alla Camera dei Comuni, con una maggioranza di 76 seggi
Breda Marzio
Caro Direttore, vorrei tranquillizzare gli onorevoli Fabrizio Cicchitto e Giuseppe Calderisi (Corriere della Sera, 24 agosto): non ho affatto cambiato le mie idee del 2006 e sono convinto che in una democrazia dell' alternanza, fondata su un sistema bipolare, quando venga meno la maggioranza scelta dagli elettori si debba tornare al corpo elettorale. Dirò di più: proprio perché la crisi che Berlusconi e la sua maggioranza stanno vivendo non è transitoria né momentanea, ma appare ogni giorno di più manifestazione dell' esaurirsi strutturale di un ciclo politico, non si può chiudere la stagione di Berlusconi senza che una nuova leadership abbia una piena legittimazione democratica ed elettorale. Ma vi è un nodo che Cicchitto e Calderisi non possono eludere: l' attuale legge elettorale - voluta, è bene ricordarlo, a suo tempo dal centrodestra per «seppellire il bipolarismo» - non consente agli elettori di scegliere gli eletti né garantisce che chi vincerà le elezioni abbia la legittimazione necessaria a guidare il Paese. Le dinamiche che stanno investendo il panorama politico lasciano prefigurare, in caso di elezioni anticipate, una competizione tra quattro o cinque raggruppamenti elettorali. Il che rende molto probabile che uno schieramento - qualunque esso sia - possa vincere le elezioni con un consenso non superiore al 35%, ottenendo però - con il premio di maggioranza previsto dall' attuale legge - il 55% dei seggi. Un simile scarto tra consenso elettorale e rappresentanza parlamentare non esiste in nessun Paese democratico al mondo. Ed è facile prevedere che, all' indomani di elezioni siffatte, scatterebbe immediata la contestazione di legittimità verso chi, solo per effetto di una forzosa maggioranza assoluta di seggi, governerebbe il Paese rappresentando non più di un terzo dei cittadini. D' altra parte fu il padre di quella legge, il ministro Calderoli, a definirla «una porcata». Per questo - essendo convinto che sia necessario votare per aprire una stagione nuova della vita politica italiana - ho più volte dichiarato in queste settimane che un eventuale esecutivo di transizione dovrebbe avere durata e finalità limitate, esaurendo la sua funzione con l' approvazione in Parlamento di una nuova legge elettorale, che consenta immediatamente dopo agli italiani di scegliere con il voto da chi essere guidati. In ogni caso, se ciò non sarà possibile, il Pd non ha alcuna paura di andare a votare, anche con questa legge elettorale. Le elezioni non le temiamo. Al contrario, nonostante brandisca ogni giorno minacciosamente il voto anticipato, è Berlusconi a temerlo perché sa benissimo che non prenderà mai più quel 37% raccolto nel 2008, che peraltro è via via già sceso al 35% alle europee, a poco più del 30% nelle elezioni regionali del biennio 2009-2010 e, stando ai più recenti sondaggi, oggi è addirittura sotto quella soglia. Tant' è che Berlusconi si guarda bene dal compiere l' unico atto che avvicinerebbe la prospettiva elettorale: salire al Quirinale e rassegnare le dimissioni. Naturalmente il dibattito su eventuali elezioni non può prescindere in ogni caso dal fatto che, di fronte ad un' eventuale crisi di governo, norme e prassi costituzionali assegnino in modo insindacabile all' imparzialità del presidente della Repubblica la valutazione su quale sia la migliore soluzione percorribile. Chi si riconosce nella Costituzione non può non rispettare rigorosamente questo principio di garanzia democratica.
Fassino Piero
Caro Direttore, sulla questione del potere di scioglimento delle Camere non si tratta di una contrapposizione tra la Costituzione formale e una pretesa nuova Costituzione materiale, ma di un oggettivo problema interpretativo delle norme costituzionali e del conflitto esistente tra una prassi costituzionale, peraltro contraddittoria, e l' evoluzione del sistema politico codificata nell' ordinamento attraverso le modifiche del sistema elettorale. Come ricorda Augusto Barbera, la Costituente si rifiutò di tipizzare i casi di ricorso allo scioglimento e respinse gli emendamenti volti a eliminare la controfirma governativa per evitare un eccessivo potere presidenziale. Furono intenzionalmente concepite norme assai generiche ed elastiche, la cui lettura avrebbe potuto essere aggiornata alla luce dell' evoluzione del sistema politico. Infatti, i padri costituenti erano consapevoli di lasciare aperte alcune pagine, soprattutto quella sulla forma di governo. Per gli articoli sullo scioglimento (88 e 89) ricalcarono sostanzialmente quelli dello Statuto albertino, avendo soprattutto presente la prassi statutaria secondo la quale era il presidente del Consiglio a proporre formalmente al re il decreto di scioglimento. Non a caso nel 1953, nei giorni precedenti al primo scioglimento anticipato del Senato, tutta la stampa - dal Corriere della Sera all' Unità - e tutti gli ambienti politici dell' epoca ritenevano che la titolarità effettiva del potere di scioglimento fosse del governo o quantomeno che esso ne avesse la primaria responsabilità politica (alla fine De Gasperi non propose il decreto solo per evitare la formalizzazione del dissenso dei partiti laici). L' esito delle elezioni con la mancata attivazione del premio di maggioranza previsto dalla cosiddetta legge truffa fu poi decisivo per mutare questa titolarità governativa, per allineare la «sostanza» alla «forma» prevalsa, alla fine, nel 1953 e per troncare ogni possibilità di sviluppo di una idea di democrazia maggioritaria e competitiva. Per i numerosi scioglimenti anticipati delle Camere (dal ' 72 all' 87) divenne decisiva la volontà dei maggiori partiti (solo i primi due per quello dell' 87), irrilevante l' orientamento del presidente del Consiglio, del tutto notarile il ruolo del capo dello Stato. Era la «costituzione materiale» del sistema dei partiti. Il problema interpretativo del potere di scioglimento, non a caso, è esploso quando è venuto meno quel sistema di partiti e quando sono state approvate nuove leggi elettorali maggioritarie che hanno previsto la formazione delle coalizioni prima del voto e l' indicazione preventiva del capo della coalizione candidato alla carica di presidente del Consiglio. Un problema riconosciuto dal relatore della Commissione bicamerale per la forma di governo Salvi: «Quanto al tema dello scioglimento, noi dobbiamo colmare una falla costituzionale che si è aperta in Italia a questo riguardo. So bene che non dobbiamo scrivere la Costituzione sull' onda dello shock del ribaltone, e tuttavia nell' inverno ' 94-' 95 abbiamo attraversato una drammatica crisi in cui non soltanto le forze politiche e parlamentari, ma gli italiani erano divisi su ciò che fosse giusto fare. Noi non abbiamo normato in Costituzione il potere di scioglimento, questo è il punto» (seduta del 28 maggio 1997). Peraltro, la stessa prassi secondo la quale non si può sciogliere se c' è un governo che abbia la fiducia delle Camere è stata apertamente contraddetta dal presidente della Repubblica Scalfaro che nel gennaio ' 94 procedette allo scioglimento anche se il governo Ciampi aveva la fiducia del Parlamento e questo aveva approvato fondamentali manovre economiche e importanti riforme istituzionali. Uno scioglimento con il governo nella pienezza dei poteri che trovò concorde anche il presidente della Camera che non mise neppure all' ordine del giorno la mozione a firma Gerardo Bianco con cui la maggioranza voleva confermare la fiducia al governo. Occorre inoltre ricordare che un «patto-antiribaltone per garantire la stabilità della maggioranza di governo scelta dagli elettori» trovò il consenso dei candidati alla carica di premier per le elezioni del 2001, Berlusconi e Rutelli. Alla domanda del Corriere della Sera (8 maggio 2001) sulla disponibilità a sottoscrivere quel patto, Rutelli dichiarò: «Per noi il rispetto della volontà dell' elettorato è un valore assoluto. Gli elettori hanno diritto di decidere con il loro voto quale governo, quale premier, quale maggioranza vogliono e che le indicazioni popolari non possono essere tradite. Anche la legge elettorale deve servire a questo». Molte altre affermazioni di diversi leader del centrosinistra vanno nella stessa direzione. Particolarmente significativa è quella del segretario dei Ds Fassino quando sul Foglio del 6 maggio 2006 propose la candidatura al Quirinale di D' Alema come «presidente che svolga un ruolo di garanzia». Esponendo i quattro punti di un «manifesto presidenziale» che intendeva «anticipare il modo con cui si propone di interpretare il proprio ruolo», Fassino così enunciò il primo punto: «L' assicurazione che se il governo Prodi dovesse entrare in crisi si tornerà a votare, in base al principio tipico delle democrazie dell' alternanza per cui la legittimità di una maggioranza e di un governo viene dal voto dei cittadini». Se il segretario dei Ds nel 2006 sosteneva questa tesi come punto programmatico della candidatura di D' Alema al Quirinale evidentemente la riteneva pienamente rispondente alla Costituzione e al possibile aggiornamento della sua lettura alla luce dell' evoluzione del sistema politico-istituzionale e delle nuove leggi elettorali. Orbene, perché mai se questa stessa tesi viene oggi sostenuta dal Pdl e dalla Lega si grida allo scandalo e alla violazione della Costituzione? Una tesi è conforme al dettato costituzionale quando serve alla ricerca del più ampio consenso parlamentare per la candidatura di D' Alema al Quirinale e diventa eversiva e contro la Costituzione quando viene sostenuta dal centrodestra, perché magari si ritiene che l' unico modo per cambiare il quadro politico sia una manovra di palazzo? Il principio in base al quale se viene meno la maggioranza di governo scelta dagli elettori si ritorna al voto è un principio fondamentale non solo a tutela della sovranità popolare ma anche a favore della stabilità dell' esecutivo. Del resto, il potere di scioglimento è innanzitutto un potere deterrente contro i fattori di instabilità delle maggioranze e più che a sciogliere il Parlamento serve proprio a «non» scioglierlo. Un potere che, intervenendo negli equilibri interni di maggioranza, ha una valenza prettamente politica che mal si addice a cariche istituzionali di garanzia, in quanto rischia inevitabilmente di esporle nell' agone politico. Infatti, anche un semplice pronunciamento preventivo in una direzione o nell' altra può influire fortemente sulle dinamiche politiche e sugli stessi equilibri parlamentari. Non a caso, la tendenza nettamente prevalente nelle maggiori democrazie parlamentari è quella di porre il potere di scioglimento nella disponibilità del premier. Persino in un Paese retto da un sistema proporzionale come la Germania, il cancelliere dispone di fatto di questo potere, attraverso la richiesta del voto di fiducia, l' assenza programmata dall' aula di una parte dei deputati della maggioranza e la conseguente reiezione della fiducia; reiezione che consente al Cancelliere di chiedere e ottenere lo scioglimento da parte del presidente della Repubblica. Cosi hanno agito sia Brandt, sia Kohl, sia Schröder. Alla luce di queste considerazioni e di queste inequivocabili prese di posizione anche di esponenti della sinistra, emerge con nettezza che la posizione del Pdl e della Lega («o il governo Berlusconi ha la fiducia con una maggioranza stabile in Parlamento oppure bisogna andare al voto, senza operazioni trasformiste») esprime una linea pienamente legittima e dotata di fondamento costituzionale. *capogruppo Pdl alla Camera **parlamentare Pdl RIPRODUZIONE RISERVATA
Cicchitto Fabrizio, Calderisi Giuseppe