chi cerca trova

lunedì 28 ottobre 2013

Il rimedio è la povertà

a leggerlo prima avrebbe risparmiato il numero dell'Ippogrifo Miseria e povertà

di Goffredo Parise (“Corriere della Sera”, 30 giugno 1974)

Questa volta non risponderò « ad personam », parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: « I poveri hanno sempre ragione », scritta alcuni mesi fa, e quest'altra: « Il rimedio (di tutto) è la povertà. Tornare indietro? Si, tornare indietro », scritta nel mio ultimo articolo.
Per la prima hanno scritto che sono «un comunista », per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di «consumare ».
Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c'è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall'altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d'accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.
Il nostro Paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e cosi il senso più profondo e storico di « classe ». Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affannati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra « ideologia » nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell'acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è « comunismo », come credono i miei rozzi obiettori di destra.
Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l'automobile, le motociclette, le famose e cretinissime « barche ».
Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.
Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l'olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro Paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l'uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro Paese che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.
Il nostro Paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostro Paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l'illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro Paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.

II nostro Paese è un'enorme bottega di stracci non necessari (perché sono (stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli « etichettati » che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a «flatus vocis» ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.
I giovani « comprano» ideologia al mercato dagli stracci ideologici cosi come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, ,per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l'hanno voluta disprezzare nell'euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro «qualità », la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c'è di tutto, vedi l'estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l'elite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all'opposizione. L'obbligo mondano impone la « boutique » ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del « grand marché aux puces » ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob ara questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.

La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.
Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più «corretta», come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell'Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l'enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro Paese.

Goffredo Parise

lunedì 23 settembre 2013

Un consorzio per promuovere nuovo welfare

Un consorzio per promuovere nuovo welfare
 di andrea satta
Macramè settembre 2013
Si è costituita lo scorso 4 aprile una nuova realtà cooperativa: il CONSORZIO VIVES. Nato con lo scopo dichiarato di affrontare le profonde trasformazioni in atto nelle politiche sociali, intende proporsi sul mercato in modo competitivo,efficace ed innovativo.Le promotrici Codess FVG,Duemilauno Agenzia Sociale e FAI sono fra le più importanti cooperative sociali del Friuli Venezia Giulia. Da circa 20 anni gestiscono servizi alla persona in ambito sociale, educativo, sanitario a favore di anziani, minori, prima infanzia, disabili, persone con disagio psichico, in tutto il territorio regionale e nel Veneto orientale.Complessivamente il Consorzio Vives rappresenta un aggregato di 1.250 soci-lavoratori, regolarmente inquadrati nel CCNL di riferimento, e intrattiene rapporti con oltre 50 Enti e Amministrazioni pubbliche ed offre i suoi servizi a fondazioni, associazioni e privati cittadini. Il loro volume aggregato nell'esercizio 2012, è stato di oltre 34 milioni di euro.Il Consorzio nasce da un concreto e diffuso radicamento su tutto il territorio regionale e intende agire in coerenza con i valori della cooperazione sia in Friuli Venezia Giulia sia nelle regioni del Nord Italia in cui sarà possibile intraprendere azioni di sviluppo. Diffondere il modello cooperativo,che le consorziate, nella propria specificità rappresentano, significa consolidare esempi di eccellenza e innovazione in ogni ambiti di servizi alla persona.Il Consorzio svilupperà le proprie azioni commerciali in un’ottica di progettazione innovativa e partecipata coniugando l’efficienza e la qualità dei servizi erogati con l’attenzione al territorio e la promozione di un welfare di comunità.Le Cooperative hanno costituito da oltre un anno la Rete per l’innovazione nel Sociale, strumento di sviluppo di progetti innovativi che offre un importante valore aggiunto sociale all'offerta del Consorzio Vives. L’integrazione delle politiche di sviluppo, delle progettazioni dedicate e delle sperimentazioni sul territorio, con le attività consortili attente alla qualità dei servizi, al rispetto dei contratti e alla sostenibilità delle proposte, sarà un nuovo modo di fare marketing sociale.L’obiettivo strategico del Consorzio è di andare a incidere direttamente sulla vita dei cittadini,attuando progetti di ricerca, innovazione e sperimentazione di nuovi servizi nel campo socio-assistenziale, educativo, sanitario, implementando buone prassi ed esperienze significative già avviate sul territorio regionale o nazionale.Il Consorzio ha prima di tutto cura dei propri lavoratori, dei socie delle socie delle Cooperative,riconoscendo in essi il valore fondante del lavoro di cura. Un’attenzione che diviene parametro imprescindibile per l’esecuzione e la gestione dei servizi.Il Consorzio, anche grazie alla Rete per l’innovazione nel sociale, intende in modo trasparente ed etico, promuovere e favorire l’emanazione di provvedimenti legislativi ed amministrativi di promozione e di sostegno alla cooperazione, ed insieme operare per una rivisitazione del sistema di welfare promuovendo interventi sul territorio che possano coinvolgere la comunità, le istituzioni ed il privato, sociale e non.Il Consorzio è iscritto all'albo regionale delle cooperative Sociali dal 6 giugno ed è completamente operativo.
 Il Consiglio di amministrazione è composto dai Presidenti delle tre cooperative associate Fabio Fedrigo (FAI), Franco Fullin (Codess FVG) e Felicitas Kresimon (Duemilauno Agenzia Sociale). Il CDA è presieduto da Franco Fullin. L’Ufficio Ricerca e Sviluppo è composto da Andrea Satta, Coordinatore della Rete per l’Innovazione nel sociale, e Cristina Benes, coordinatrice d’area di Duemilauno Agenzia Sociale.

La comunità è un bicchiere mezzo pieno

La comunità  è un bicchiere mezzo pieno
di andrea satta


Definire ciò che è giusto e ciò che è utile nel sociale comporta sempre ri-definire il nostro modo di essere all'interno della comunità. Questo vale prima di tutto per le istituzioni, per gli operatori sociali ma anche, a volte ce ne dimentichiamo, per ogni cittadino.Entrambe le parole sono giuste ed utili per definire una qualsiasi strategia che voglia modificare radicalmente il sistema del welfare locale. Si tratta di pensare al nostro futuro senza che a farne le spese sia il nostro oggi. Nel lavoro di progettazione sociale calcolare le ricadute sulla lunga durata è un’operazione complessa. La materia su cui prevedere le conseguenze è estremamente pericolosa: l’uomo. Di esso possiamo calcolare l’altezza, il peso, la capacità cranica, il rischio di insorgere di malattie, ma non riusciremo mai a calco-lare come ciò che togliamo oggi creerà un’assenza domani.Un’assenza che si ripercuote non solo sull'offerta dei servizi ma che ricade sui corpi, le relazioni e il vivere in comunità.La comunità è formata sempre e unicamente da individui e non è un soggetto terzo dal tratto etico e morale. Per questo pensarla aprioristicamente e giuridicamente come un luogo perfettibile da modificare porta a immaginare comunità “perfette” ma totali. Da moltissimi anni si discute sull'istituzione totale e la si critica. Oggi a trenta, quarant'anni di distanza si è passati da istituzione a comunità totale, credendo che questo sia sviluppo, in realtà ricadendo inconsapevolmente su un modello di welfare di comunità in voga negli anni trenta del secolo scorso. Il vero problema oggi è riconoscere “le comunità” e solo dopo, individuare un welfare adatto ad esse. Esiste una comunità ideale che alimenta se stessa cadendo nello stesso errore delle istituzioni, come in anni non sospetti ricordava Ivan Illich, parlando della medicina che crea le malattie e della scuola che crea l’ignoranza. Questo paradosso si sta riversando nell'idealizzazione di una società in cui l’integrazione non ha bisogno di cura e  la comunità crea sempre necessariamente benessere.
Far parte di questa comunità ideale, fatta di uomini e donne accoglienti, integranti, partecipanti e solidali, crea una meravigliosa dipendenza. In questa comunità si sta bene. Peccato che non esista. Immaginare l’inserimento di persone espulse dalla società per le loro debolezze come processo virtuoso a carico della stessa società che li ha espulsi è come minimo presuntuoso. Pensare altrimenti a una società in grado d’integrare al suo interno il singolo nel rispetto delle sue peculiarità significa, offrire ad ognuno gli strumenti adatti ed efficaci a migliorare la qualità della vita.
Viviamo la peggior crisi degli ultimi cinquant’anni e facciamo finta che la comunità sia ancora in grado di sopportare il peso, l’onere e il costo della difficoltà pubblica di gestire il welfare.
Un approccio etico, partecipativo, ed efficiente può nascondere un sistema di welfare ideale in grado solo di perpetuare se stesso, in condizioni di protezione e tutela. Quella comunità accogliente, integrante, partecipata e solidale, se mai è esistita, oggi combatte quotidianamente con l’indifferenza, l’omologazione e l’intolleranza, lasciando nella marginalità proprio quelli che più hanno bisogno di essere integrati.
Al di là di ogni retorica restituire la delega politica e assistenziale alla comunità, sperando che essa oggi sia in grado di sopportarne oneri, onori e denari è utopistico. La politica ha la delega dei cittadini per amministrare, attraverso le tasse, la cosa pubblica, e con il paravento della spending review e della casta, si deresponsabilizza e abbandona la comunità, ma sarebbe più corretto dire quella parte più fragile della comunità, ad un’autogestione priva di mezzi, di capacità e di risorse finanziarie.  
Il welfare di comunità nasconde dietro la sua ragionevolezza etica e la sua morale partecipativa una visione del mondo totalizzante. In realtà è l’intera comunità ad essere fragile e allo stesso tempo frazionata in un disagio sempre più individuale. Il ruolo del terzo settore, dei servizi, delle istituzioni, deve essere di risposta alla quotidianità, attraverso servizi che ricostruiscano il senso di appartenenza, di dignità e di autodeterminazione, utilizzando tutto ciò che già esiste per rinforzare la comunità e creare nuovamente i presupposti perché essa possa diventare finalmente accogliente.

lunedì 9 settembre 2013

Come nascono le idee

Come nascono le idee 
Edoardo Boncinelli 
Editori Laterza, 2010
Collana Economica Laterza I Libri del Festival della mente
Una buona idea è quella di prendere Come nascono le Idee e leggerlo tutto di un fiato.
Boncinelli, genetista e fisico, racconta con leggerezza come il nostro mondo sia percepito, elaborato e raccontato grazie ad un infinito numero di connessioni. In realtà uno scienziato non parlerebbe mai di infinito di fronte ad un sistema certo complesso, ma circoscritto, analizzabile. Per un normale lettore, a cui è destinato il libro, il mondo della neurobiologia è talmente ampio da risultare infinito.
Una scrittura semplice e precisa, come solo gli scienziati sanno fare, racconta fra filosofi a, psicologia e biologia come l’idea non sia mai un colpo di genio ma sempre frutto di un processo complesso, anche se dura un attimo.
La coscienza, la consapevolezza sembrano finalmente acquisire sostanza divenendo il modo con cui l’uomo ha imparato a differenziarsi dal resto del mondo e non più il modo con cui giudica. Infine la creatività, parola il cui solo suono evoca inutili banalità, inizia ad aver un senso compiuto distinguendosi dal raziocinio ma anche dalla follia e dal genio. Insomma scrivere questo libro è stata una buona idea, leggerlo anche.

PSICHIATRIA E NAZISMO

PSICHIATRIA E NAZISMO
I deportati ebraici dagli ospedali psichiatrici di Venezia
Angelo Lallo
Lorenzo Toresini
Psichiatria e nazismo
La deportazione ebraica dagli ospedali
psichiatrici di Venezia nell’ottobre 1944
Editore Nuova Dimensione, 2001
La storia è fatta di piccole malvagità quotidiane, di soprusi inutili, tanto più inutili quanto più odiosi. Di fronte a San Marco, a Venezia, ci sono due isole: San Servolo e San Clemente.
Sono due manicomi, o meglio lo sono stati, e sono stati teatri di una inutile tragedia.
Ogni tragedia è enorme e la storia di sette o otto, il numero poco importa, ebrei internati nelle due isole è solo uno degli infiniti tasselli di dolore che compongono la storia della Shoah.
Ottobre 1944: anche a Venezia diviene luogo di applicazione di quello che banalmente e burocraticamente veniva chiamato
Endlösung der Judenfrage (soluzione finale della questione ebraica) lasciando all’eufemismo un significato sinistro. Psichiatria e nazismo racconta poco, pochissimo, racconta di povere vite di uomini e donne deportati e uccisi per il solo peccato di essere altri, doppiamente altri: ebrei e pazzi. Eppure racconta tutto, tutto quello che si deve sapere per comprendere come alcune righe di diagnosi e appunti medici possano rivelare una vita intera e, come insegna Primo Levi, narrare l’intera umanità. Purtroppo questa Storia non ha nessun lieto fine, come quasi sempre avviene, e non è accaduto che chi salva una vita salva il mondo intero.
Uomini e donne senza nome e cognome, così hanno scelto gli autori, non esistono più, il loro mondo non è stato salvato.

Opinioni degli stakeholder

Opinioni degli stakeholder, una direzione da intraprendere
di Andrea Satta, progettista FAI la cosa giusta


Il Progetto FAI la cosa giusta ha chiesto ai dirigenti di raccontarsi e di raccontare cosa significhi provare a dare risposte alle donne in rientro dalla maternità, alle famiglie che lavorano in Cooperativa. Otto interviste, otto opinioni, otto approcci che oggi, a mesi di distanza, appaiono premonitori di un’interesse che, nella realtà dell’agire quotidiano, è già diventata buona prassi. La cura delle relazione e l’ascolto dei bisogni delle socie, in un contesto delicato, complesso e coinvolgente, era ed è la preoccupazione prima di chi deve dirigere, coordinare, facilitare la routine degli operatori. Tutti i giorni la cooperativa si confronta con la malattia, la disabilità, la vecchiaia, il distacco, il fine vita, ed anche la gioia, l’affetto, la riconoscenza di chi riceve le cure, l’assistenza, le parole e il conforto degli operatori. Gli otto dirigenti sono consapevoli e in un qualche modo preoccupati di questi aspetti e di fronte alle domande sono stati molto disponibili e incuriositi, Il loro è un punto di vista particolare, volutamente individuale, basato sull’esperienza personale, sulla formazione e sul lavoro in cooperazione. Il lavoro di ascolto e sintesi dei lunghi dialoghi ha costruito un quadro ricco e sfaccettato in cui le preoccupazioni quotidiani di gestione e le visioni strategiche si sono alternate in una forma colloquio curioso e innovativo. La conciliazione è risoluzione dei problemi nella prospettiva del funzionamento della struttura, questa è la visione evidenziata dai coordinatori delle strutture e dai referenti di area cogliendo, nel progetto Family Friendly, la possibilità di rendere più fluida ed efficiente la gestione delle relazioni e delle dinamiche quotidiane, fatte di richieste orarie, turni, malattie e famiglie. Ma è anche risoluzione dei problemi in funzione di un cambiamento aziendale. Così come hanno ben descritto ed evidenziato chi nella cooperativa si occupa direttamente di progettazione, comunicazione e formazione. Questa doppia visione si fonde perfettamente in quell’evoluzione, informazione e accompagnamento, che la Cooperativa FAI ha intrapreso proponendo la creazione dello sportello FAI la cosa giusta.Ognuno porta con sé la propria storia, professionale e personale, ed è nella Storia della Cooperativa che ci si ritrova a condividere, discutere e risolvere la quotidianità della conciliazione. Quando abbiamo iniziato...spesso alle domande i nostri interlocutori hanno risposto iniziando così, dando forza e peso alla crescita, alla volontà di chi partendo da pochissimo ha creato una delle eccellenze di cooperazione sociale in provincia.Oggi i dirigenti si trovano a cercare nel lavoro sociale quel precario equilibrio fra chi coinvolto direttamente nei problemi e chi deve trovare e condividere una visione strategica di lungo periodo.Il lavoro sociale è femminile? Beh... guardati attorno! Così scherzando, anche se solo per un attimo, una delle questioni più scivolose del ambito del lavoro di cura, i dirigenti hanno colto una delle maggiori contraddizioni del sistema, cooperativo incluso, sociale: la diversità fra i generi, gli stereotipi e allo stesso tempo la forza positiva delle differenze.Nel sociale gli uomini stanno ai piani alti e le donne... anche ma dopo aver faticato di più! Con questa dolce amara considerazione abbiamo chiuso un primo scambio di opinioni, che al di là della apparente leggerezza ha fornito al progetto la legittimazione, ha fatto emergere l’importanza del lavoro d’equipe, delle modalità di risoluzione dei problemi, dell’importanza dell’informazione, della formazione e della continua attenzione sul tema. Insomma, per dirla con una frase di Hugo Von Hofmannsthal, la vita è integrale conciliazione dell’inconciliabile.

venerdì 6 settembre 2013

Radical Chic - recensione

Tom Wolfe
Radical chic
Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto
Castelvecchi 2005

Più riguardo a Radical chic

Ci sono delle giornate in cui ti senti depresso, in cui vorresti che il peso della quotidianità fosse sommerso dalla leggerezza, in cui la crisi, la politica fossero annullati da un ironico sorriso.
Se siete in quelle giornate potete leggervi i due racconti di Tom Wolfe racchiusi sotto il titolo Radical Chic. Siamo negli anni sessanta, in una strepitosa New York, nel pieno del fermento giovanile, in quello che banalmente chiamiamo '68. Le Black Panther compaiono nel panorama americano dopo anni di lotte sui diritti civili, dopo Martin  Luther King, dopo Malcom  X, dopo Kennedy e prima di Reagan.
Essere   liberal   era   uno   status   simbol,   appoggiare   cause   sociali,   gruppi rivoluzionari era, ed è, un ottimo modo per lavarsi la coscienza. É così che nascono   i   radical   chic.   In   un   vortice   paradossale   di   discorsi   rivoluzionari, tartine al caviale e champagne, domestici bianchi e ospiti negri tutta l'ipocrisia del bel mondo occidentale si palesa in un crescendo di incomprensioni e nuovi party dedicati a nuove cause da sostenere.
Se poi la giornata è ancora lunga ed il libro è breve e avete ancora un po' di depressione dal mondo circostante, leggete il secondo racconto.
I   Mau   Mau,   ultimi   guerriglieri   di   un   colonialismo   morente,   diventano paradigmatici del metodo nonviolento. Siamo in California, punta avanzata del '68   americano,   piano   degli   interventi   statali   per   combattere   la   povertà, l'esclusione sociale, la perdita di lavoro e la ghettizzazione. Siamo un po' come oggi ma con più speranza.
Qui i veri protagonisti sono i funzionari statali, i parapalle, che devono erogare posti di lavoro, creare leader di comunità nera, essere i mediatori fra comunità dei ghetti e Stato.
Anche   in   questo   caso   l'apparenza   inganna   e   i  disperati  sono   degli   abili manipolatori   dei   pregiudizi   che   subiscono.   Si   presentano   cattivi   e   violenti, senza mai alzare un dito ovviamente, bastano sguardi, atteggiamenti, vestiti e colore della pelle. La paura del parapalle bianco è assicurata, così come il posto estivo a spese del governo. Il libro finisce con un magistrale colpo di teatro: una masnada di bambini urlanti e un leader vestito da magnaccia...
Buona lettura.