Condaghe cinguetta

giovedì 14 marzo 2013

Uno spettro si aggira per Riva del Garda: lo spettro dell'Innovazione.


Uno spettro si aggira per Riva del Garda: lo spettro dell'Innovazione.
Resoconto di una grande speranza.
Workshop sull'innovazione sociale di Iris Network
Andrea Satta, Coordinatore Rete d’Impresa

L'innovazione aleggia come un fantasma fra le sale di Riva del Garda. Tutti ne parlano, tutti la cercano, tutti vorrebbero vederla seduta al loro tavolo.

In questi ultimi mesi l'innovazione è diventata la parola d'ordine, tutto è diventato SMART, ICT, VENTURE CAPITAL, STARTUP, CLOUD, AAL... Una sbornia che sarà difficile da smaltire e che ci lascerà un gran mal di testa.
Il decimo Workshop di IRIS Network ha deciso di puntare tutto sull'innovazione, al limite di tempo massimo per la preiscrizione al nuovo torneo o tornata di fondi Europei e nazionali.
Senza innovazione non si innova, verrebbe da dire tautologicamente, ma cosa questo significhi per il sociale è assai difficile a dirsi: diventare tecnologici o diventare altro.
Stefano Borzaga nel suo intervento ha detto una cosa lapalissiana a cui probabilmente tutti noi, che con il welfare abbiamo a che fare, dobbiamo adeguarci: il mercato e il capitalismo non sono la stessa cosa.
La Cooperazione Sociale in Italia si immedesima con l'impresa sociale creando fin dall'inizio quel grande fraintendimento in cui impresa appare quasi una parola da lasciare in secondo piano, perché ha a che fare prima con capitale che con mercato. Ed è qui che si vuol far passare il cammello nella cruna (anche se si trattava di una gomena): fare impresa in un altro mercato, in un'altra società. É tutto nascosto nel suffisso altro (AltroMercato, Altraeconomia) come a volersi distinguere dai cattivi, quelli dell'Economia, della Finanza, del Capitale.
Il rapporto di IRIS Network, e soprattutto il clima del convegno, hanno però evidenziato che le condizioni non sono più tali per creare altro, per distinguere fra buoni e cattivi. Bisogna entrare nel mercato (quello unico Europeo prima di tutto) portando quel IVA sociale in cui la I sta per Innovazione.
Torniamo dunque alla parola magica. Luca Fazi, sempre acuto e previdente, ci ricorda che esistono almeno quattro tipi di innovazioni: incrementale, espansiva, evolutiva e totale.
Tutti noi abbiamo sbirciato le slide che accompagnavano l'intervento finale e abbiamo sogghignato pensando ai concorrenti espansivi, e lo stesso hanno fatto di noi i concorrenti. Insomma tutti avremmo voluto poter dire che siamo innovativi totaliL'innovazione totale [...] implica la sperimentazione di nuovi modi di lavorare e organizzare i servizi fornendo risposte a bisogni prima non considerati.”
Come non sentirsi coinvolti e adatti a tale approccio, come non pensare ad un altro modo di essere attori sociali, pro-attivi, propositivi, innovativi. In una parola SMART. Gli acronimi si sprecano e SMART è divenuta la parola senza la quale non si può fare nulla. È l'integrazione dei primi anni 2000 ed il glocal della fine dei '90.
Per essere smart non basta avere la tecnologia, bisogna che qualcosa o qualcuno sostenga l'utilizzo degli strumenti ICT, bisogna che affianco al tablet collegato inclouding ci sia una noiosissima e utilissima capacità di ripensare alle proprie aziende, al proprio sistema di governance, alla propria mission. Insomma ad un numero notevole (eccessivo) di termini inglesi.
Il mercato, dalla ventosa Riva del Garda, appare un grande fratello che tutto controlla e tutto governa, un sistema da scardinare a favore di un mondo migliore. Ma è veramente così? Non pecchiamo noi (co)operatori di Ybris nel voler andare contro gli dei? Il mercato non è un golem malvagio, non è un qualcosa altro da noi, ma è il modo con cui effettuiamo i nostri scambi, le nostre relazioni economiche. Se solo comprendessimo che un altro mercato è sempre possibile, perché gli attori di questo mercato siamo noi. La vera novità sarebbe accettarne le regole senza ipocrisie e cambiarle da soggetti autorizzati a farlo, ovvero da importanti, fondamentali soggetti economici.
Ho l'impressione che la vera innovazione passi proprio per quell'IVA di cui parlavo prima, da quella percentuale di Innovazione che mettiamo nel nostro agire economico, da quella capacità di indirizzare le scelte della società verso transazioni economiche (e relazionali, ammesso che ci sia differenza) che definiamo etiche o, come preferisco, responsabili.
Il concetto di responsabilità deve andar prima di quello di eticità, le scelte sono etiche se sono responsabili, se hanno la capacità di far corrispondere la risposta al bisogno e di farlo senza che questo crei un nuovo bisogno peggiore del primo.
L'innovazione passa dunque attraverso la responsabilità, e non è un caso che senza Corporate Social Responsability il sistema non regga, e la responsabilità passa attraverso il cambiamento, l'autodeterminazione e la consapevolezza. In tutto questo la tecnologia a cosa serve? Come twitta Graziano Maino #mainograz pensa le tecnologie non sono l'opposto del senso. Non c'è innovazione che non abbia componenti tecnologiche. Vuol dire comprendere la necessità di utilizzare gli strumenti tecnologici per attivare, sostenere, introdurre processi di innovazione sociale. Ma l'idea, la formula, l'alchimia che trasforma la cooperazione sociale in Impresa sociale innovativa, non è nel mezzo che utilizziamo ma nel fine che vogliamo raggiungere con la tecnologia.
Adesso bisogna solo trovare il senso.

Il Piano di zona: Governance, Integrazione, Partecipazione.


Il Piano di zona: Governance, Integrazione, Partecipazione. Bastano tre parole per essere risorsa partecipativa?
Andrea Satta

Le parole hanno significato per quel che attuano.
I nuovi Piani di Zona che ogni Ambito Distrettuale dovrà predisporre sono una grande opportunità e insieme un enorme rischio.
Esistono, infatti, strumenti che appaiono fin dal primo momento funzionali ai processi di pianificazione territoriale, esistono altri che hanno bisogno di una lunga gestazione e spesso rischiano di nascere quando i fratelli sono già troppo grandi e camminano con le proprie gambe. Abbiamo visto come il terzo settore, la cooperazione, ma anche la politica a volte, abbia la capacità di affrontare la contingenza e di produrre risposte immediate ed idonee. Certo sono figli illegittimi (senza legittimità normativa) ma sono pur sempre figli.

Il welfare, parola inglese che mutuiamo con estrema leggerezza, è un sistema complesso, arzigogolato, intrecciato. Il Piano di Zona vorrebbe ordinarlo, rendere il sistema più efficiente, efficace ed economicamente sostenibile. Le tre E sono sempre più presenti e, oggi con la crisi che travolge tutto e tutti, la terza E di economia diviene più che una speranza una minaccia.
Ci sono strumenti, anche se la terminologia sociale e istituzionale può essere fuorviante per i non addetti ai lavori, che dovrebbero fornire il modo per andare ad erogare servizi, interventi, finanziamenti. Il Piano di Zona è lo strumento principe di questo complesso e non sempre comprensibile processo di programmazione locale.
Partiamo dal capire che quando si parla di programmazione non si parla ancora di risultati, quando si parla di progetti non si parla ancora di azioni concrete. Insommafra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.
Il mare, nel nostro caso sono i prossimi tre anni 2013/2015, è vasto e l'imbarcazione con cui le istituzioni si propongono di navigarlo, sembra essere un po' stretta e soprattutto priva dell'essenziale carburante finanziario. Infatti proprio la dotazione economica sembra essere, insieme alla scelta delle priorità di intervento, il vero tallone di Achille dell'intero dispositivo normativo. I fondi, di cui i singoli Piani di zona (e in provincia di Pordenone saranno 5) potranno fruire, sono gli stessi con cui si erogheranno i servizi e gli interventi. Per usare una metafora parlamentare sembra che questi Piani di zona servano più a mettere in ordine l'esistente che a creare innovazione. Insomma sono una sorte di legge quadro che raccoglie in alcune aree l'esistente, lo sistematizza e lo rioffre semplificato alla cittadinanza. Se così fosse già si sarebbe ottenuto un notevole risultato. Ma a che prezzo?
Le linee guida, l'apparato normativo, la predisposizione di programmi, di progetti e di processi di governance possono apparire come una mole di lavoro e di impegno abnorme e di cui ancora non si comprende la reale ricaduta sul sistema di erogazione dei servizi.
Si tratta in questa prima fase di processi governance, altra parola che significativamente non ha traduzione in italiano, ovvero di quel complesso sistema di gestione e governo delle leggi, delle norme, relazioni che servono a predisporre un processo partecipativo.
Governance significa, almeno nella declinazione sociale di cui parliamo, coinvolgimento, partecipazione, ascolto, raccolta bisogni, istanze, proposte, in una parola tavoli. La parola oltre evocare un (magro) banchetto ha, sui professionisti del sociale, un effetto rassegnato di grande dispendio di energie e di basso risultato poi sul piano attuativo. Purtroppo, e credo per una cattiva interpretazione dell'assunto partecipativo, i tavoli sono risorse di grande valore che però rimangono ingabbiati in un dispositivo che ha già in se le risposte.
Dopo l'esperienza 2006/2008 del primo Piano di Zona la parola d'ordine rimane ancora l'integrazione Socio Sanitaria. Si tratta di un'integrazione che, nei fatti, stenta a decollare e che rimane speranza prima ancora che progetto. Eppure da essa non si può prescindere in un sistema che a livello locale, regionale e nazionale e, parzialmente, europeo, si sta posizionando su tre macro aree di lavoro: Occupabilità, Sanità e Famiglia. Ciò obbliga il Sistema dei Servizi Sociali (dei Comuni) a confrontarsi non solo nelle aree ad alta integrazione sociosanitaria ma anche nel mercato del lavoro e nella comunità, con tutto quello che significa questa enorme parola/contenitore.

Come tutti gli strumenti anche il PDZ non ha valore etico ma la scrittura, la costruzione, gli indirizzi politici, morali e a volte etici per cui questo strumento è stato scritto sono chiari: intervenire nella ridefinizione del sistema di welfare, intervenire in aree ritenute scoperte o di particolare interesse comunitario e contingente (aree materno-infantile, disabilità, anziani, inserimento lavorativo, famiglia e genitorialità).
C'è da chiedersi se ha valore etico il coltello o il fatto che si usi per uccidere, così c'è da chiedersi se il PDZ debba essere giudicato per quello che è in potenza o per quello per cui verrà utilizzato.
In tutto questo la Cooperazione Sociale? Sembra un po' un convitato di pietra, che però è presente e partecipante ai processi di erogazione dei servizi.
Anche questa come tante altre volte è una questione di significati che vogliamo dare alle parole. Cooperazione non è forse sinonimo di partecipazione?

Progetti per le famiglie: il nuovo welfare passa per l'associazionismo?


Progetti per le famiglie: il nuovo welfare passa per l'associazionismo?
Andrea Satta e Elisa Giuseppin

La famiglia diviene sempre di più lo snodo delle politiche regionali di welfare. Questa svolta, iniziata ormai da alcuni anni con l'approvazione della L.R. 11/2006, ha visto una sua concreta realizzazione nella erogazione dei contributi legati alBando Famiglia 2012.
Sabato 29 settembre, alla presenza dell'assessore Roberto Molinaro e dei rappresentanti dell'Area Welfare di Palmanova (Ente gestore del finanziamento), sono state date le prime indicazioni sulla realizzazione dei progetti.
La dott.ssa Carrà dell'Università Cattolica di Milano, ha delineato le prospettive future di integrazione fra sistemi socio-assistenziali e associazionismo familiare. Si tratta di un approccio che affonda le sue radici nel Libro Bianco La vita buona nella società attiva del 2009 in cui la famiglia e la partecipazione degli attori comunitari era stata delineata come possibile risorsa del sistema di welfare.
[la famiglia] è soprattutto il nucleo primario di qualunque Welfare, in grado di tutelare i deboli e di scambiare protezione e cura, perché sistema di relazioni, in cui i soggetti non sono solo portatori di bisogni, ma anche di soluzioni, stimoli e innovazioni.
Il ministro Sacconi aveva individuato l'ossimoro di universalismo selettivo come cardine del sistema misto di welfare.
È un modello che valorizza la responsabilità degli individui e la capacità dell’attore pubblico di stabilire ordini di priorità e dosare le risorse per mantenere il più possibile ampia la platea delle prestazioni e dei beneficiari, nel rispetto degli equilibri finanziari e senza introdurre discontinuità nei trattamenti.
I dati e le tecniche che gli intervenuti al convegno hanno evidenziato come buone prassi, passano tutte attraverso lo spontaneismo familiare che si struttura per divenire associazionismo e poi comunità.
Si passa dunque da una visione assistenziale, in cui professionalità, strutturazione e normazione hanno un peso predominante, ad un sistema che vede nella capacitazione (empowerment) dei fruitori finali il modello predominante.
In questo contesto quale diventa il ruolo dell'operatore, quale quello della cooperazione sociale? Che fine faranno gli investimenti della cooperazione nella formazione? Che fine faranno le risorse umane e finanziarie messe in campo per la crescita dei propri operatori?
La risposta, che solo parzialmente ci soddisfa, è che l'operatore in primis, e poi la cooperazione sociale, debbano diventare degli agenti di stimolo all'autorganizzazione familiare e comunitaria. Ciò significa ridefinire il ruolo dei servizi, la tipologia degli interventi e la destinazione dei finanziamenti in funzione di un welfare ancora da costruire e i cui confini rimangono, nonostante la buona volontà e l'impegno dell'Assessorato alla Famiglia, incerti.
Il bando famiglia, a cui FAI ha partecipato e ottenuto il finanziamento, è così occasione per dimostrare come il welfare aziendale possa divenire una buona prassi di quest'alchimia, ovvero la palestra in cui i soci (familiari e al contempo lavoratori) possano trovare nuove forme di autosostegno, partecipazione e condivisione degli obiettivi generali.
L'ottimo successo del Bando, pubblicato in febbraio, indica come sia forte e presente il bisogno di intervenire in aree scoperte, come ad esempio quelle dedicate all'infanzia e alla formazione, così come appare evidente dalla distribuzione territoriale, la forte vocazione associativa delle Provincie di Pordenone e Udine.
Un punto di forte criticità è dato dalla bassa presenza di cooperative sociali quali soggetti proponenti, evidenziando ancora un forte scollamento fra indirizzi politici e attuazione degli stessi nel contesto cooperativo. Infatti dei 123 progetti approvati, solo 8 sono stati ottenuti dalla cooperazione sociale, nonostante fossero, insieme alle associazioni, i soggetti attuatori del Bando.
C'è da chiedersi quale sia la ragione di questa bassa partecipazione in un momento di forte crisi e di difficoltà di accesso ai finanziamenti. Una prima spiegazione potrebbe stare nella difficoltà delle organizzazioni complesse, e l'impresa sociale sicuramente lo è, a cogliere i cambiamenti in modo veloce e leggero. D'altra parte le cooperative sono oggi i soggetti principali del sistema di welfare locale e il loro coinvolgimento è il criterio guida per la realizzazione del sistema integrato di servizi e interventi, come la L. 328/00 e la L.R. 6/2005 hanno definito ormai da anni. La capacità delle Cooperative di innovare, di competere, di rispondere in modo professionale ai bisogni è uno dei tasselli, forse uno dei più importanti, dell'intero sistema di welfare e la partecipazione a questi processi sistemici non può essere delegata ai rappresentanti dell'associazionismo e del volontariato che hanno altro ruolo e altra capacità di intervento.
In conclusione la partecipazione a progetti che pongano in primo piano la famiglia diviene per le cooperative, e il percorso sulle politiche di conciliazione FAI lo dimostra, un metodo di lavoro in cui è l'empowerment dell'intero sistema aziendale a produrre il vero valore aggiunto per la comunità.