Condaghe cinguetta

domenica 15 novembre 2015

Le vere vittime

....il vero pericolo di oggi è dare ragione a questi delinquenti senza fede senza etica. Terroristi? Guerriglieri? Fanatici? Sono tutti aggettivi inutili, vuoti e consolatori. Sono semplicemente e solamente assassini. Dire che lo fanno per i soldi, per la fede, per Dio o per Maometto è dar loro ragione. Sono solo e unicamente assassini. Come tutti quelli che uccidono trovando in esseri superiori la giustificazione della loro inferiorità. 
L'IS o ISIS o come diavolo si chiama non è uno stato, non è una fede, non è un interlocutore con cui discutere. Sono assassini. E sono assassini delle popolazioni che pretendono di rappresentare: Siriani, Iracheni, Iraniani, Turchi, Curdi, Giordani, Egiziani, Libici, Algerini, Berberi, Palestinesi, Tunisini, Marocchini, Kenioti e Nigeriani. Sono loro le prime vittime le vere vittime della furia assassina di chi si trincera dietro un DIo Patria e Famiglia tradotto in Arabo.
 Cosa vogliono? Farci chiudere nel nostro stato sempre più impaurito, vogliono che cacciamo chi scappa da loro, vogliono che diventiamo come loro: Assassini. Sperano in questo modo di farci capire quanto sia più facile fare quello che si vuole, tagliar teste senza processo, ammazzare per non perder tempo a discutere. 
E' tutto così semplice! e noi stupidi occidentali (anzi direi noi stupidi umanità occidentale o siriana che sia) ci ostiniamo a non capire che la dittatura, anzi meglio il terrore è assai più facile da gestire di quella inutile e costosa democrazia,piena di regole, rispetto, confronto. Eppure, penseranno questi assassini, siamo stati i precursori di persecuzioni senza limite e senza senso, nazismo, stalinismo, fascismo, colonialismo, schiavismo. 
Penseranno che l'europeo ha una pessima memoria storica. In fondo ci stanno aiutando a tornare ad essere assassini e orribili come sappiamo essere. Speriamo che non ci riescano ne con noi ne con chi scappa dall'orrore per trovare in Europa un paese in cui essere felice.

martedì 25 novembre 2014

Recensione Ippogrifo - Contro il non profit

Ippogrifo 10/2014
Contro il non profit
Giovanni Moro, 2014, Saggi Tascabili Laterza
ISBN: 9788858109946

Contro il non profit, come tutte le doppie negazioni, fa supporre un'affermazione: essere per il profit.
Giocando fin dall’inizio su questo artificio retorico il libro di Giovanni Moro ci accompagna alla scoperta del settore che, a vario titolo, chiamiamo NO profit, non profit, ONLUS, terzo settore, non lucrativo e via enumerando eufemismi.
Lo fa da interno, da studioso ma prima ancora da attivista (è lui la mente dietro una delle esperienze più interessanti di processi partecipativi di cittadinanza, Cittadinanzattiva), infilando dubbi, evidenziando carenze ed eccellenze.
Per anni ho lavorato nel settore, guardandolo da destra e da sinistra, dal basso, all’inizio bassissimo come tanti di noi operatori sociali, e dall’alto, a volte scivolando, a volte aiutando altri a non scivolare. Eppure ho sempre pensato che iniziare con una negazione fosse un cattivo inizio, che dire come prima cosa NO, pone una delle aree umane più interessanti in una luce e una dimensione scorretta.
C’è un’ipocrisia di fondo che ammanta tutto ciò che viene fatto senza produrre beni tangibili ma, come vuole la vulgata noprofittevole, beni relazionali: l’essere eticamente meglio di chi profitta vendendo cose misurabili, tangibili.
Bastano le parole solidarietà, volontariato, sociale, basta “vestire” un ristorante da associazione culturale, pretendere che la organizzazione di gite turistiche abbia un particolare valore sociale perché realizzata da volontari, dichiarare non profit una struttura sanitaria o educativa i cui costi la rendono inaccessibile per la maggioranza della popolazione(p.5-6)?
Giovanni Moro in questo è chiaro, o forse lo è parso a me, la differenza non sta nel definirsi no qualcosa, ma nel fare qualcosa. Nel magma del terzo settore (definizione che all’Italia piace), ci può star di tutto, basta allargare e stringere le maglie delle definizioni e conseguentemente allargare e stringere i lacci delle borse a cui il fisco preleva. Cosi, in un’elencazione puntuale, persino divertente a volte, si scoprono che i benefici del terzo settore vanno dalla fisica nucleare alla bocciofila, dal teatro popolare alla disabilità grave, dall’educazione infantile all'azione ecclesiale, dall’inserimento lavorativo ai fondi pensione, dall’advocacy alla sagra del tartufo.
Il tutto crea una economia buona contrapposta ad una cattiva. Una visione manichea in cui il mondo è fatto da capitalisti, brutti e cattivi e da capitalisti sociali, buoni e belli. Il capitale sociale, quella cosa che invece che metter via soldi mette da parte relazioni, o meglio i succitati beni relazionali, diviene paradigmatico di cosa buona e giusta. Una teoria che nella sua versione volgare e imbarbarita sostiene che il fatto che le persone che si mettano assieme ha un valore in sé (p.42).
Eppure non tutto l'oro luccica e gli studiosi al proposito distinguono tra capitale sociale brinding e bonding: quello cioè che crea ponti e quello che invece crea recinti (p.62). E se appare semplice riconoscere il valore relazionale di uno scambio fra un operatore ed un ragazzo svantaggiato, fra un disabile e il suo educatore, fra un migrante e un mediatore, assai più dura è la valorizzazione relazionale del fare centinaia di chilometri da un luogo comunitario ad un altro, del cambiare cateteri o pannoloni a disabili o anziani non autosufficienti, e, ancor meno prosaicamente, sporcarsi le mani per far sì che gli appalti siano realmente trasparenti.
Il crinale fra ciò che è giusto e ciò che non lo è, sembra essere il modo in cui il guadagno venga rimesso, o non, in circolo. Una visione economicistica che sposta l'attenzione dal risultato del lavoro al risultante del lavoro.
Il problema è l'immagine generalizzata di una economia buona perché persegue solo vantaggi sociali contrapposta ad una cattiva delle imprese private che invece persegue il profitto a tutti i costi: una piccola nemesi marxiana, insomma che si personifica nella distinzione fra me-economy e we-economy (p.64).
Così sotto il cappello del non lucrativo lo Stato ha delegato immani quantità di risorse economiche ad un mercato che ex lege sembra non poter avere l’unica caratteristica imprescindibile di un mercato: il profitto. La diretta conseguenza è che senza profitto la concorrenza è un concetto più leggero, verrebbe da argomentare, ma nel caso della concorrenza tra istituzioni non profit, è evidente che, per così dire , se una cooperativa sociale è avvantaggiata rispetto ad un impresa privata, una associazione di volontariato- che ha costi di personale molto inferiori proprio in relazione al lavoro volontario- è ancora più avvantaggiata. Si rischia così, di innescare una catena di concorrenza sleale, che usualmente serve a far risparmiare il settore pubblico ma non necessariamente a offrire servizi migliori agli utenti (p.107).
Credo di avere letto poche volte, in questi anni di lavoro sociale, analisi più lucida e veritiera di questa. Ogni giorno, anche nella nostra piccola realtà locale, nel mio lavoro quotidiano, ho visto operatori fare i volontari senza doverlo fare, e volontari fare ciò che gli operatori avrebbero dovuto fare.
Il tutto viene giustificato, catalogato con un banale riconoscimento statutario, una adesione, formale e legale, a norme affastellate senza un disegno organico e senza, cosa assai più grave, un criterio di valutazione ex post degno di nota.
Così si usano nella creazione e poi valutazione di processi complessi e invasivi della vita dei cittadini, come possono essere una casa di riposo, una comunità di accoglienza per madri o un CIE, il massimo ribasso (spesso camuffato in bandi dal barocchismo imperante), sistemi di advocacy del tutto arbitrarie o coprogettazioni formali più che reali.
I difetti della valutazione sono noti e che i valutatori siano spesso anche i valutati non aiuta, così come non aiuta che il giudizio si basi su indicatori eccessivamente semplicistici, che non tengano conto delle differenze nella situazione finanziaria, operativa, organizzativa e di governance delle organizzazioni (p.136).
Oggi la realtà non profit italiana, fra le più complesse e articolate d'Europa, cerca di operare per il bene pubblico spesso sostituendosi integralmente a quella funzione di offerta sociale che la nostra legge delega allo Stato, e ai suoi enti periferici. Nella realtà questa delega è sempre più oggetto di guerre di mercato per l'acquisizione di quote importanti nei territori della sanità , del sociale, dell'educazione, della cultura.
Giovanni Moro, ancora una volta, tocca il punto dolente e fa male. Meglio così.



giovedì 20 febbraio 2014

Alcune Considerazioni in merito alla buffonata televisiva chiamata consultazioni Renzi/Grillo I

Devo confessare che non ce l'ho fatta.
Ieri sera, complice il mio amico David infervorato politicamente dalla performance televisiva dei due guitti Renzi e Grillo, ho visto i dieci minuti di cabaret televisivo che i due capi comici, più i voga del momento, hanno offerto.
Mi sono chiesto: posso rimanere all'oscuro di tutti? Posso continuare a credere che la politica sia diversa dalla televisione? Posso, in fin dei conti continuare a credere di vivere in un paese civile e non in Italia?
La risposta, complice il mal di spalla, il sonno di mio figlio e la temporanea solitudine, è stata no. Non posso per il mio bene, devo capire cosa sta succedendo.
Vivo dal 2003 senza televisione, dal 2013 senza ADSL ma ormai qualsiasi telefonino ti permette di vivere in quel mondo di irrealtà che costituisce la realtà di molti, di quasi tutti. 
E così ho visto.
Prima considerazione: la trasparenza significa spettacolo? Ovvero se davvero l'amministrazione pubblica, la politica dovrebbe essere casa di vetro perchè solo le banalità del duo comico devono essere in streaming? Avrei voluto sentire anche la delegazione della Lega, quella del NCD (che nome evocativo di cutoliana memoria! NCO), del SEL, di SVP, del PD, di Lista Civica di FI e via enumerando. Ma mi è concesso solo il meraviglioso duetto. 
Prima incazzatura: O tutti o nessuno. Sono un cittadino e se ho diritto, e stomaco, per sentire Renzi/Grillo, ho anche quello per Renzi/Monti o Renzi/Maroni o Renzi/Alfano. Eppure i due hanno ben congeniato di farsi da spalla l'un l'altro di fronte alla massa di utenti televisivi.
Seconda considerazione: le consultazioni sono una cosa seria, serissima. Ne va della salute pubblica, del governo del paese. Si decidono cose del tipo tasse, lavoro, pensioni, sanità, sicurezza, democrazia. Alle consultazione partecipano i migliori, cioè quelli che noi abbiamo eletto perchè riteniamo tali. Si chiamano parlamentari. Li abbiamo eletti perché ci rappresentino, abbiamo dato delega perché ci governino, perché amministrino la cosa pubblica. Per farlo hanno uno strumento potentissimo: il potere legislativo. Non è poco, vuol dire fare le leggi. Il governo, quello che lo scout fiorentino dovrebbe fare, si chiama potere esecutivo, non legislativo. Cosa significa? Facile: le leggi le fa il parlamento e il governo le fa applicare e rispettare.  
Seconda incazzatura: Alle consultazioni ci va chi il popolo ha delegato di rappresentare. E' vero in Italia non esiste il vincolo di mandato, altra assurdità giuridica ma tant'è, eppure ciò non toglie che continuino a rappresentare l'elettorato. Si dirà manco Renzi è stato eletto. Certo ma il novantenne a capo della Repubblica Italiana ha ritenuto, ed è una sua prerogativa, che per eseguire, e non rappresentare, il bene dello Stato il piacione fiorentino fosse l'optimum. Mistero! eppure lo può fare. Allora mi chiedo che ci va a fare Beppe Grillo di professione comico, proprietario di un Marchio registrato dal nome improbabile (M5S) mai eletto in nessun consiglio circoscrizionale, senza nessuna carica politica frutto di processi democratici, a meno che non si intenda processo democratico l'auto elezione e la monarchia o alla meglio la diarchia. Insomma Grillo chi cazzo rappresenta? I suoi lettori sul Blog? Bisognerebbe ricordare a Grillo che fra elettori non c'è solo la differenza di una e. In parlamento ci sono decine di eletti del M5S, e dio solo sa come questo sia possibile, ma non bastano a rappresentare il partito, scusate il Movimento intestinale che mi provoca,  se per fare quattro chiacchiere con Renzi c'era bisogno proprio del Guru Grillo. Casaleggio si sarà offeso a morte nella sua visione second life del mondo. Dovrebbe essere vietato per legge ai non parlamentari esprimersi sulla fiducia, o meno, ad un governo. Se no tanto vale fare le consultazione su FB... Scusate è proprio quello che vuole il democratico Grillo: c'hai un account sul mio blog sei un Cittadino... no? sei una merda. Roberspierre ringrazia a posteriori.
Post scriptum alla seconda incazzatura: Per non sbagliarsi anche il pregiudicato Berlusconi è andato alla consultazione. Vedi sopra.
Terza considerazione: Il Parlamento, il Governo, il Presidente della Repubblica, i Ministeri sono Istituzioni. Parola dagli strani significati evidentemente. Eppure il Devoto Oli è chiaro, a leggerlo: Tutto ciò che è istituito dall'uomo ed è regolato da leggi e normative civili o religiose, in opposizione a ciò che è naturale. Ovvero sono luoghi in cui le regole hanno valore, in cui la forma è sostanza e che sostanza! Si può essere i più freak del mondo, ma se uno ti caga nel lavandino in cui stai lavando i piatti, ti da fastidio. Certo cagare è naturale ma ci sono delle regole. Così è per le istituzioni: fare il Presidente del Consiglio, e non il premier che è roba da inglesi, implica che certe cose non si fanno e che altre si fanno. E' questione di buona educazione. Il Presidente del Consiglio non è un manager, ne un animatore di parrocchia, ne un burlone. E' colui che prima o poi dovrà prendere decisioni, eseguire cose sgradite a molti ma utili a tutti, che dovrà dire no ad amici e si a nemici, che dovrà farsi rispettare sempre. E' una delle cariche più importanti dello Stato, mica cazzi.
Terza incazzatura: Ora alle riunioni si arriva ben vestiti, o meglio si arriva con il vestito appropriato alla situazione. Ora gia i jeans a 65 anni sono improbabili, per  me lo sono anche a 40, ma metterli per una riunione istituzionale è come minimo di cattivo gusto. Minimo. Ad essere però onesti è un'evidente mancanza di rispetto istituzionale. Non è giovanile, ne moderno, ne nuovo (nuovi i jeans!!!), ne anticonformista (lo è forse il tweed non certo i jeans) è un segnale di maleducazione voluto, cercato, esibito. Non è una questione di etichetta d'antan, se vuole girare a cazzo di fuori a casa sua liberissimo, se vuole mettersi le hawaiane e vendere gelati perfetto, se vuole andare a sciare con i moonboot viola va be', ma alle consultazioni istituzionali almeno un completo lo si può mettere. Se le istituzioni tramutano la forma in sostanza, non è forse così quando il papa da la benedizione urbi et orbi assolvendoci dai peccati e i peccati sono sostanza e che sostanza, perchè Grillo può permettersi di essere Dio e trasformare la sua forma in sostanza senza che nessuno dica nulla?

continua... forse

venerdì 14 febbraio 2014

RECENSIONE DI TACCUINO SIRIANO

RECENSIONE DI TACCUINO SIRIANO su Ippogrifo 
di Andrea Satta



Taccuino siriano (16 gennaio-2 febbraio 2012)
Di Jonathan Littell,
pp. 193
ISBN 9788806213824

La guerra è sempre un gioco al massacro e Jonathan Littell lo sa.
La Siria di Bashar al-Assad è uno di quei prodotti della guerra fredda che, finita, si sono scaldati velocemente. Il mondo arabo, o se si preferisce l'Islam, appare come un uovo nel microonde: scoppierà sicuramente. Il microonde siamo noi, la nostra terra e la nostra storia. A scanso di equivoci nostra è in senso universale, di umanità.
La tragedia siriana, ancora oggi lontanissima da vedere una soluzione diversa dalla carneficina, altro non è che lo specchio distorto di un modo di pensare il mondo. Un pianeta in cui pensiamo di poter giocare alla guerra dividendo il planisfero in settori, regioni, religioni, razze. Eppure, come qualsiasi buon giocatore di Risiko! sa, per conquistare un qualsiasi obiettivo bisogna sempre partecipare ad una guerra totale.
La guerra non è mai giusta o sbagliata è semplicemente, e banalmente, il peggior metodo per risolvere le controversie, spesso è l'unico che si vuole o che si può intraprendere. Questa visione cinica è continuamente presente nei discorsi degli ospiti, delle guide nell'inferno siriano che accompagnano Littell da un quartiere all'altro. Essere giornalisti è una strana condizione privilegiata, permette di dire, fotografare, registrare crudeltà e pietà con lo stesso registro, lo stesso strumento. Eppure proprio oggi che tutto è comunicazione appare sempre più debole il potere dei media, la forza della diplomazia e della ragione di fronte all'eccesso dei dittatori, alla rigidità fondamentalista dei ribelli, alla superficialità e disattenzione del resto del mondo.
«Usciti da Homs, quei giornalisti non hanno invece mancato di rendere omaggio a quanti li avevano aiutati e commentare con parole molto appropriate e molto dure la carneficina che si svolgeva nell'indifferenza quasi generale. Sì, alcuni governanti l'hanno violentemente condannata; però hanno lasciato fare. Mi si dirà che non avevano scelta. Potrei rispondere che una scelta l'abbiamo sempre, come l'avevano coloro che in Siria si sono ribellati contro  Bashar al-Assad e il suo regime marcio, ammuffito, e comunque, a lungo andare, condannato.»

La scrittura di Littell è spesso fastidiosa, chi ha affrontato il romanzo fiume Le Benevole lo sa, ricca di riferimenti corporali, quotidiani, solo apparentemente banali, una scrittura che, pur rasentando la morbosità, non scade mai nel pornografico.
É questa la forza di chi vuol raccontare l'ennesima tragedia di quella primavera araba che nessuno, né i fondamentalisti né la Russia né l'Occidente né la Lega Araba, vogliono non violenta e democratica.
Appunti di viaggio? Reportage di guerra? Aneddotica macabra? Pamphlet politico? Littell, come aveva già fatto in Cecenia, anno III e in Il secco e l'umido. Breve incursione in territorio fascista  affronta la politica con disincanto, la guerra con maniacale attenzione ai particolari alle nomenclature, alle sofferenze fisiche.
«In teoria non dovremmo passare sulle mine. Ci sono altri modi per attraversare, che funzionano bene, salvo imprevisti. Lui ha dovuto farlo una sola volta. Ma se proprio non si può evitare, non è un problema: quindici giorni dopo che l’esercito aveva posato le mine, due mesi fa, l’Esl ha bonificato un corridoio largo tre metri al centro della zona minata. Un tizio ci ha rimesso le gambe. Gli uomini scherzano: «Bum!» e con le mani sulle spalle mimano le ali di un angelo. Il corridoio è segnalato da pietre, e i contrabbandieri lo usano regolarmente. Collera: «Se bisogna attraversarlo, andrò avanti io. Le vostre vite sono piú importanti della mia». Ampolloso ma sincero.»
Si percepisce, anche nella frammentazione continua del taccuino, la volontà di descrivere spezzoni di una realtà disfatta, parcellizzata, atomizzata in gruppi combattenti, in comandanti, profeti e agitatori.
Le guerre moderne sono, nonostante le grandi potenze facciano ancora fatica a comprenderlo, cluster bomb. Sono quel tipo di ordigno che invece che colpire l'avversario in modo semplice e preciso, disseminano il terreno di mine microscopiche, frantumano le bombe in schegge onnipresenti, frantumano la quotidianità trasformando una strada in un inferno e la strada successiva nella salvezza. Quartiere e vie sono microcosmi dove il venditore di falafel, il pronto soccorso illegale, le case, i cimiteri, i nidi di cecchini e i posti di blocchi convivono conquistando legittimità nella conta macabra dei sommersi e dei salvati.
Taccuino siriano narra del viaggio di due settimane, da inviato di Le Monde, fra le fila dell'Esl, l'Esercito Siriano Libero. Un viaggio a Homs, città martire che per qualche mese ha tenuto banco sulle pagine dei giornali internazionali, e che, per molti versi, è paradigmatica del modo di fare rivoluzione nel mondo arabo.
Homs non è diversa da Misurata, né da Bengasi: è un luogo in cui dall'apparente calma si scatena una rivoluzione. Prima si manifesta, e gli occidentali paternamente approvano la primavera, poi il regime di turno bombarda, e gli occidentali paternamente rimproverano il dittatore (amico fino al giorno prima) di essere maleducato, poi gli insorti si armano, e gli occidentali sganciano mancette sotto forma di armi leggere, infine, arrivato l'inverno, gli insorti muoiono, il regime s'incattivisce, gli occidentali pontificano e, se hanno armi in smaltimento, bombardano. Se questo dura un anno, due anni ciò che rimane sono solo macerie, ottimo presupposto per un altro regime e un'altra guerra fratricida.

Littell corre da un ospedale all'altro da un posto di blocco ad una postazione di insorti armati del sovietico Rpg (lanciagranate anticarro portatile), da una manifestazione ad un funerale, lo fa mangiando falafel, kebab e raccontandoci della sua febbre, delle docce, degli appartamenti arredati all'occidentale ma senza donne, dei bambini armati e dei bambini bersaglio dei cecchini. Littell mette tutto sullo stesso piano, come fa la vita in luoghi di guerra. Nessuna differenza fra vita e morte, solo saper correre più veloci o trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.
«La vita dei soldati: dormire, mangiare, pulire le armi, montare la guardia, e di tanto in tanto combattere. Molta pazienza e molta noia per poche ore intense, che a volte concludono con una ferita , o con la morte.»


martedì 11 febbraio 2014

E(v)viva la famiglia - editoriale diffuso

Ippogrifo 9/13

Pensare la famiglia

Quando entriamo nella famiglia, con l’atto di nascita, entriamo in un mondo imprevedibile, un mondo che ha le sue strane leggi, un mondo che potrebbe fare a meno di noi, un mondo che non abbiamo creato. In altre parole, quando entriamo in una famiglia, entriamo in una favola.
Gilbert Keith Chesterton, Eretici, 1905

Ho costruito nella mia testa una famiglia di pensieri: padre, madre, figli, fratelli e sorelle, una mappa mentale, fatta di educazione, vita e vista in continuo divenire, ovvero la mia percezione
dell’altro. Una gerarchia culturale che influenza il modo di vivere, il mio mondo costruito di relazioni e di scontri.
Pensare  è  gerarchia,  matematica, per quanto ci sembri osceno limitare  il  pensiero  alla  mera  sovrapposizione,  apposizione  e  opposizione  di  concetti,  di  parole  e sensazioni. La famiglia ci dà il senso dell’essere, lo inquadra e lo irreggimenta, ne coglie confini, limiti e spazi, nel contempo apre prospettive, visioni, speranze.
Penso, dunque sono famiglia.

Leggere la famiglia

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi.
No, leggete per vivere.
Gustave Flaubert,  lettera a Mille de Chantepie, 1857

Leggo di famiglie altrui, le cerco di comprendere, di adeguarle all’universo limitato della mia esistenza. Mi chiedo: diciamo tutto, scriviamo tutto o, come io  penso,  il  pudore  dell’intimità ci  rende  ipocriti.  La  famiglia  ci contiene e ci espelle con la stessa facilità, ci turba e ci ama, infine ci riconduce a sé volenti o nolenti. In questo è indicibile, troppo personale per essere universale.
Leggo di famiglie mie, le leggo negli occhi dei miei genitori anziani aggrappati a ciò che è stato e timorosi di ciò che sarà. Leggo della mia famigia, di quella che credo possa esserlo e mi chiedo se diverrà come le altre o se sarà sempre un’altra famiglia.

Immaginare la famiglia

Forse ti sposerai o forse no. forse avrai figli o forse no. forse divorzierai a quarant’anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche.
le tue scelte sono scommesse. Come quelle di chiunque altro.
Mary Schmich, Usa la crema solare, 1997

Un unico piano sequenza, primi piani, piani americani, nessun montaggio, solo un susseguirsi di immagini e sensazioni. Luoghi, tempi e spazi individuali, chiusi fra mura domestiche e abbandonati in deserti infiniti o foreste impenetrabili.
Così  si  dipana  il  filo  della memoria di ognuno di noi, costruendo la storia familiare sen-
za cesure ma piena di censure.
È questo il paradosso dell’immagine  della  famiglia:  volerla perfetta e senza intoppi, senza drammi  e  sempre  a  lieto  fine, averla  reale,  complessa,  drammatica e a volte omicida.
La regia è importante, comporre una storia, dare peso e forza a ciò che conta, la sceneggiatura, invece, è impossibile, come rappresentare la Famiglia. 

È viva la famiglia?

È viva la famiglia?
di andrea Satta

in Ippogrifo 9/2013

Scrivere di famiglia è un po’ come scrivere dell’universo.
Si può partire dal molto piccolo o dal molto grande, scrivere dell’immensità e dell’infinitesimale: in entrambi i casi nulla verrà veramente spiegato.
Il rischio è di cadere nella retorica o peggio nella banalità.
La famiglia è un oggetto sociale pericoloso, in grado di raggiungere vertici di emozioni e abissi di depravazioni. È in perenne divenire, è il luogo privilegiato
delle relazioni umane, snodo di tutto l’agire quotidiano, partenza e ritorno della quotidianità. La vita, ci viene detto, parte dall’unione di due, ne è il volere o, spesso, il dovere.
La famiglia è sempre un composto, anche quando è fatta da un singolo, di sentimenti, regole, abitudini e leggi, è sempre più una ricetta dagli ingredienti difficilmente dosabili.
Quante siano le possibili combinazioni nelle relazioni, chi siano i soggetti di questo contratto e chi gli oggetti della transazione, quali i costi personali, sociali, culturali delle scelte? La famiglia possiede una tassonomia in continua evoluzione, le norme fotografano in analogico ciò che è digitale, gli attori sociali rincorrono le molecole, gli atomi e nuclei sempre a rischio di esplosione.
Possiamo definirla come una piccola bomba nucleare a rischio di fissione, a volte di fusione, le cui ricadute si sentono a distanza di anni, decenni, e provocano mutazioni sociali, culturali, relazionali, che comprendiamo solo con molto ritardo.
La famiglia è un concetto autarchico. È fine a se stessa ma è anche il fine della comunità. Non esiste comunità senza rigenerazione, dunque non esiste rigenerazione senza famiglia. Questo sembra l’assioma primo dell’autoconservazione del genere umano.
Essere senza famiglia è un peccato primigenio e, sembrano dirci gli esperti, una colpa inconsapevole, la solitudine è ciò da cui la famiglia ci protegge, ci soccorre.
Eppure la famiglia è anche il luogo in cui l’isolamento e l’abitudine ci attanagliano.
In tutto questo l’aspetto rigenerativo, l’avere o non avere, il possedere o non possedere figli è il discrimine concettuale per la tassonomia. Sono famiglie minus abens quelle senza figli? Si possono definire famiglie e basta, o bisognerebbe chiamarle famiglie in potenza? La questione etica si scontra perennemente su questo: una contemporaneità ricca di generazioni potenziali e una storia ricca di generazioni perdute. Il senso della storia, della sua distorsione morale, della sua presunta capacità di tramandare e insegnare ha forgiato un concetto di famiglia che, idealizzato, ha portato a riconoscerci solo in un topos immaginario fatto di salvazione e redenzione intrafamiliare. La famiglia che uccide, sevizia, tortura è la famiglia che sbaglia, non è più semplicemente una famiglia. Così la coppia che non è maschile e femminile, o che lo è diversamente dall’estetica, quella che non è coppia, ma è una dei suoi multipli, o quella che diviene dispari, o rimane singola, sono variabili sospette, fuori canone. Eppure reali, vive e presenti e parte integrante delle nostre comunità.
Sembra che la visione diacronica prevalga nella definizione di quello che potrebbe semplicemente chiamarsi società e che oggi più che mai, in Italia in particolare, diviene famiglia. L’etica, con o senza prefissi biologici, diventa la scusa per giudicare il modo di aggregarsi, di congiungersi e di perpetuarsi, distinguendo un bene da un male, un giusto da uno sbagliato e un vero da un falso.
Così la famiglia diviene il tramite fra individuo e Società, fra passato e Futuro, fra uomo e Dio. E le maiuscole sono giuste.

Le scorribande fra psicanalisi, diritto, sociologia, educazione, religione, cinema e arte cercheranno di dimostrare che ancora dobbiamo capire molto e che forse abbiamo frainteso troppo...

mercoledì 5 febbraio 2014

La questione identitaria

La questione identitaria (9-10-2006)

Ciononostante gli abitanti delle isole accettano più facilmente i nuovi arrivi di quanto facciano gli altri, forse anche per il fatto che, quando passano il braccio di mare che divide l’isola dalla terra, anche loro diventano nuovi arrivati, oppure perché si ricordano di essere pur essi venuti, una volta, da un altro luogo.

Pedrag Matvejević, Mediterraneo, Un nuovo breviario 1999.

Mi sono spesso chiesto se questo sia vero, sia vero che i sardi sono ospitali e accolgono i nuovi arrivi, turisti, viaggiatori e migranti. Oggi, dopo essere tornato, non ho una risposta.
Il braccio di mare che noi, sardi, dobbiamo affrontare ogni qualvolta che torniamo a casa diventa ogni giorno più faticoso e impervio. A poco contano i voli e le navi veloci, ne conta nulla il poter comunicare, telefonare, scrivere e-mail. Siamo sempre più distanti, sempre più emigrati e meno sardi.
Siamo sempre più turisti.
Torniamo a vedere ciò che il ricordo, il racconto ci chiede di vedere, e questo i nostri familiari, amici, parenti ci fanno trovare.
Ogni emigrazione, e la nostra non è diversa, congela il sentimento, lega le sensazioni all’attimo dell’abbandono. Tutta la nostra vita sarà legata a quel ricordo e ogni cambiamento sarà una sofferenza, uno strappo alla nostalgia.
D’altronde il ritorno è questione irrisolvibile, è azione sempre volta al passato, non lascia spazio alla maturazione di un sentimento di identità ma lo lega ad una realtà che non esiste più.
La vita dell’emigrato è sempre un po’ altrove, sia che l’integrazione sia perfetta e completa, sia che sia parziale, combattuta e settaria.
Altrove è il luogo dove ci si omologa annullando la propria identità originaria, altrove è dove ci si separa senza acquisire nulla dell’identità di arrivo.
Una forte identità, come quella sarda, non permette neanche ai figli, nipoti di sardi emigrati ormai da 50 anni, di dimenticare. È una condanna al ricordo, alla ricerca identitaria che si dipana nella vita del sardo, fuori dalla Sardegna, come un filo attorcigliato, pieno di nodi che fatichiamo a sciogliere.
Sono 15 anni che ho riconosciuto l’associazionismo come una “filonza” capace di sciogliere alcuni nodi, ma nello stesso tempo parca che uccide la memoria. Così la sera di carnevale la donna che fila ci ricorda che la memoria, che altro non è che la vita, è un sottile intrecciato di ricordi e che ogni ricordo perso assottiglia la nostra vita. Per questo mio padre si lega alle parole della sua infanzia, ai suoni che ripete come una cantilena per non dimenticare la sua origine. Sono parole arcaiche che io non conosco e non riesco a ricordare per la paura di sovrapporle alla mia personale rete di memorie.
Il luogo del ricordo, per noi che siamo lontani e ci allontaniamo sempre più, è una stanza piena di nostalgia e di profumi, di chiacchiere e urla, di suoni e colori. Una piccola patria che noi frequentiamo e da cui fatichiamo ad allontanarci.
È un ruolo che l’associazionismo deve avere? Deve il piccolo circolo assicurarci un po’ di calore e di nostalgia?
Per anni ho creduto che le cose si potessero cambiare diffondendo la cultura sarda, la sardità, oggi mi accorgo che la sardità sa farcela benissimo da sola.
Sempre più spesso “che ci faccio io qui” diventa il motto della diversità. La nostra piccola patria è sempre più piccola e la Sardegna, che ogni giorno si propone al mondo, non ha molto a che vedere neanche con quella che ricordo io, a 36 anni, figuriamoci con quella di mio padre e mia madre.
Siamo sardi ma sardi diversi, stiamo diventando come gli Italiani di Argentina, che si riconosco fra di loro ma che noi italiani fatichiamo a riconoscere. Noi sardi fuori dalla Sardegna siamo così: fra noi ci riconosciamo ma a casa non ci riconoscono più. Neanche noi ci riconosciamo più in una terra che combatte per la propria identità e per il proprio futuro, che ha saputo esaltare i pregi del passato ma che ha anche saputo, purtroppo, consolidare i propri difetti atavici.
Cerco un’identità multipla, questo è quello che chiedo all’associazionismo del futuro, saper accogliere le nuove identità, di dare accoglienza ai nuovi emigrati, figli di una terra che non conosciamo più ma che abbiamo contribuito a trasformare, abbandonandola. Chiedo anche di lasciare tracce della nostra storia, una storia di emigrazione che ha portato prosperità a nuove realtà che ha contribuito a far crescere terre non nostre ma che ci hanno accolto e rifiutato. Chiedo di ascoltare la voce di chi non vuole impegnarsi, di chi abbandona il circolo per integrarsi, di chi ha pregiudizio nei nostri confronti, dei nuovi migranti del mondo che sono tanto simili a noi.
Vorrei che i nostri circoli fossero una sfida, vorrei che fossero riconosciuti per quello che sono: una risorsa.
Vorrei poter dire che esiste un luogo di confronto, un pezzo di Sardegna con la stessa dinamicità che percepisco nella nostra Isola, e non una cartolina sbiadita di come eravamo.
Vivo in Friuli, la cui identità lentamente assorbo, consapevole della perdita che questa provoca. Divento meno sardo e acquisisco una nuova identità, diversa, frutto di un compromesso fra il ricordo e il presente.
Il presente è però pervaso dalla diversità. Diverso fra i diversi, questo è quello che l’emigrazione dovrebbe donare, la consapevolezza della propria e altrui diversità. Non la tolleranza, utile solo a chi deve sopportare una minoranza, bensì il rispetto della alterità, e non solo etnica, ma religiosa, sociale, fisica.
L’associazionismo questo può fare: diventare luogo di accoglienza, di rispetto. A partire dal rispetto della nostra storia e della nostra cultura.


Andria Satta