Condaghe cinguetta

sabato 27 marzo 2010

Una recensione (pubblicata sull'Ippogrifo)


Pier Paolo Giannubilo
Corpi estranei - Una storia vera
Edizioni Il Maestrale
2008
pp. 272
formato 12x21 cm
14 Euro
ISBN: 978-88-89801-38-3



«Si trattava di intervistare un uomo uscito in carne ed ossa dalle tenebre del Medioevo, uscito dai più sozzi e crudeli ludibri dell'epoca nera, uscito da una investitura di mistero e di morte, uscito fumigante ma ancora vivo dalla pentola del demonio». Dino Buzzati I misteri d'Italia, Mondadori, Milano, 1978
Alcune storie italiane si sedimentano. Aspettano che la Storia le dimentichi e, come fiumi carsici, ricompaiono impetuosi quando meno lo si aspetta. Corpi estranei è una di queste.
Dino Buzzati ci provò nel 1978, senza riuscirci, tentando quello che, a trent'anni di distanza, riuscirà ad un giovane e promettente autore molisano: raccontare la storia di Lucci,o Manuele Sartorio, o di chiunque si nasconda dietro pietosi pseudonimi.
La nuova letteratura che Il Maestrale da anni cerca, dalla sperduta ed inquinata Nuoro, di
proporre, è ricca di piccole ed esemplari vicende, sarde, non sarde, semplicemente umane.
Come in altri felici casi, il piccolo, vivace, attento e curioso editore ha scovato autori notevoli in giro per l'Italia. Giannubilo non fa eccezione. La sua terra, la profonda attenzione per la micro storia, per piccole vicende esemplari travalicano il contenuto, spaziando fra finzione, reportage, sceneggiatura e romanzo.

Oggi, più che mai, la Storia, quella delle identità forti, delle nazioni, delle religioni, vorrebbe farci dimenticare l'uomo, il principale artefice della nostra identità.
La letteratura, minore, minoritaria, e minorata della grande diffusione e del grande pubblico, sta lentamente ma inesorabilmente costruendo una nuova epica italiana.
Un'epica fatta del continuo ricostruire aspetti della nostra (dis)identità nazionale. Un passato frammentato, frantumato in schegge di granata che si insinuano nel tessuto, nei deboli muscoli della nostra democrazia, della nostra storia.
La nostra dittatura, le nostre guerre mondiali, i nostri delinquenti, i nostri terroristi e le nostre vittime, il nostri colonizzatori (attivi e passivi), i nostri migranti (anch'essi attivi e passivi) queste sono le tessere, a volte sembrano essere le uniche riconoscibili, di un'Italia dedita da lustri all'approssimazione e alla dimenticanza, di un mosaico devastato e abbandonato.

Pier Paolo Giannubilo è il pittore dello sfondo di un breve romanzo, i cui protagonisti sono reali, e vivi.
La storia è una delle tante che la nostra “povera Patria” ha prodotto, una storia di un'Italia combattuta, come sempre, fra modernità e immobilismo, soggetta a quel dualismo persistente fra tradizione e rivoluzione mancata.

Il 1937 è un anno come un altro, Regenta, un luogo come un altro, una città di provincia né grande né piccola, né povera né ricca. Un paese del Sud, una città della costa, un luogo di traffici e di pesca. Come in ogni piccola città esisteva il quartiere in cui il degrado, allora solo il malaffare, imperversava. Allora come oggi le strutture sociali di luoghi marginali si reggevano su connivenze, silenzi, minacce e paure. I luoghi, gli spazi, gli uomini di questa storia sono ingabbiati in un destino malevolo.
Il luogo delinquente, così come l'uomo delinquente, l'atavica predisposizione alla perversione dei costumi, dei valori, della morale, sia essa pubblica o privata, sono lo sfondo giustificante della storia. Uno sfondo mai condiviso dall'autore ma che come una imprescindibile fatalità percorre le pagine del libro allo stesso modo in cui percorre le pagine dei quotidiani e rotocalchi che fino a Buzzati hanno accompagnato i protagonisti di tutto questo.
L'anno in cui il tutto si avvia è, per l'Italia di provincia, un normale anno di normale regime. Il senso di normalità è fondamentale quanto quello di devianza che questo exemplum racconta. Normale è la vita del quartiere delinquente, normale è la rete di relazioni losche, normale è la noncuranza di ciò che tutti sapevano e che nessuno voleva vedere.
Il protagonista potrebbe essere un bambino qualsiasi, un bambino di un normale degrado. Ma non lo è.

Manuele Sartorio, nome inutilmente falso o forse nome esemplare di tutti le innocenti vittime, oggi come allora, della violenza adulta, ha 5 anni. Vive i primi anni della sua vita, sopporta un'insopportabile lacerazione corporea, uno stillicidio di ferite che, prima ancora del corpo, mutilano la sua infanzia, la vita.
Per 4 anni quel corpo sarà usato come il “puntaspilli” di Buzzati.

«Il bambino era stato trasformato in feticcio, uno di quei sinistri simulacri di argilla o di legno, trafitti da spilloni maledetti, che si trovano nei musei etnografici o criminali. il bambino urlava e piangeva, giorno e notte un continuo lamento. I vicini chiedevano. "ma che cos'ha Giovannino che strilla sempre?". "da qualche tempo non sta bene" spiegava la nonna strega "e poi è anche capriccioso.»

Emanuele è un bambino, riconosce genitori, parenti come parte essenziale della vita, conosce i bassi, i postriboli, i vicoli come luoghi familiari.
Non sa che esistono altri luoghi e altri affetti. I suoi sono i luoghi di un laico martirio inconscio, inconsapevole e inutile. I suoi sono gli affetti falsi, opportunistici, crudeli, malati e immaturi della famiglia.
Il suo è un corpo simbolo, un corpo usato per colpe altrui e altrui rimedi, un corpo feticcio, disfatto e consumato, violato e tenuto vivo come riserva di vigore per un giovane amante di una vecchia.
La sua famiglia è un girone infernale di concupiscenza, degrado e violenza. Manuele non può saperlo.
L'inconsapevolezza, la tenacia e la perseveranza dell'uomo bambino lo farà arrivare alla salvazione.
Il dolore lo salverà in una concitata, per quanto paradossale, corsa verso l'estraniamento, l'allontanamento dalla famiglia, dagli affetti per giungere in un mondo fatto di regole, salvazione, burocrazia e silenzi. In un luogo di mistica laica e retorica fascista, il bambino obbligato alle regole e all'anonimato ritroverà ragione di essere.
Solo da questa esperienza lacerante, che taglia violentemente i legami pregressi, potrà riprendere il percorso, acquisire consapevolezza del corpo, diventare adulto.
L'assistenza totalizzante, lo stato padre, e padrone, a cui paradossalmente stiamo oggi tornando alla caccia del risparmio e dell'efficienza, lega Manuele alla sua famiglia, alla continua ricerca di una motivazione, una conferma, di una risposta. Il padre presunto, la madre puttana, la nonna strega, lo zio aguzzino, l'amante mafioso della madre tutti cercheranno Manuele. Egli accoglierà tutti, cercherà di ricostruirsi un passato giustificabile, troverà solo ciò da cui è stato strappato.
La storia percorre tutta la vita del bambino, dell'uomo, del vecchio. Prima figlio, poi padre, poi nonno. Una storia scandita dai ritmi dell'apparente normalità.
Prima ancora di diventare uomo, Manuele deve cessare di essere bambino, con il carico di violenza che ciò ha comportato. Assorbire, recidere e nel contempo espellere metallo e, nel contempo, sentimenti e risentimenti, una vita di cadute e resurrezioni sempre e comunque scandita dalla persecuzione del male subito, sofferto e vissuto.
Il corpo diviene, ancora una volta, prevalente e comanda espellendo metallo e subendo nuove torture mediche, alimentando nuovi ricordi e stimolando tardive richieste di perdono.
Il dolore, gli ospedali, i medici divengono necessario contorno alla resurrezione, ricostruzione del corpo mutilato.
Il corpo è crisalide destinato alla metamorfosi ed il corpo di Manuele in questo soffre ogni piccola crescita, ogni modifica, ogni invecchiamento come potenziale morte. Le punture lo hanno trasformato in un uomo senza futuro certo, in un morto che cammina. La profonda modernità di tale situazione spaventa. Sono forse diversi i bambini che giocano fra campi minati, i bambini soldato, i bambini divertimento sessuale? Sono forse così diversi i corpi di adolescenti e preadolescenti costretti a competere con un mondo adulto deviato che li costringe a trasformarsi per somigliare a bambole di plastica?

Le categorie del male e del bene si confondono. É bene o male: l'amore materno, il pentimento dei parenti, l'accanimento dei medici, la condanna degli esecutori, la pietà dei conoscenti e la curiosità dei giornali?
Corpi, vittime, reati e aggressori, pene e mandanti, dietro la cronaca di un fatto della nostra storia recente, si ripropongono atavici usi e abusi del corpo.
Si ritrovano superstizioni arcaiche e moderne deviazioni, interventi repressivi e salvifici, morbosità mediatiche.
La cronaca giudiziaria oggi ci ha abituato all'esposizione oscena dei corpi dilaniati, offesi, stuprati, morti, o quasi tali. Nulla di diverso da ciò che all'inizio dell'Italia contemporanea, o forse al termine di quella arcaica, veniva offerto in pasto ai curiosi, ai giustizieri, ai politici e ai gendarmi del 1937.

Ciò che rimane è la banalità del male, la futilità delle ragioni della persecuzione fra umani. D'altronde non sono piccole storie quotidiane l'infanticidio di Cogne, il delitto di Garlasco, l'omicidio di Perugia?

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