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martedì 11 febbraio 2014

E(v)viva la famiglia - editoriale diffuso

Ippogrifo 9/13

Pensare la famiglia

Quando entriamo nella famiglia, con l’atto di nascita, entriamo in un mondo imprevedibile, un mondo che ha le sue strane leggi, un mondo che potrebbe fare a meno di noi, un mondo che non abbiamo creato. In altre parole, quando entriamo in una famiglia, entriamo in una favola.
Gilbert Keith Chesterton, Eretici, 1905

Ho costruito nella mia testa una famiglia di pensieri: padre, madre, figli, fratelli e sorelle, una mappa mentale, fatta di educazione, vita e vista in continuo divenire, ovvero la mia percezione
dell’altro. Una gerarchia culturale che influenza il modo di vivere, il mio mondo costruito di relazioni e di scontri.
Pensare  è  gerarchia,  matematica, per quanto ci sembri osceno limitare  il  pensiero  alla  mera  sovrapposizione,  apposizione  e  opposizione  di  concetti,  di  parole  e sensazioni. La famiglia ci dà il senso dell’essere, lo inquadra e lo irreggimenta, ne coglie confini, limiti e spazi, nel contempo apre prospettive, visioni, speranze.
Penso, dunque sono famiglia.

Leggere la famiglia

Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi.
No, leggete per vivere.
Gustave Flaubert,  lettera a Mille de Chantepie, 1857

Leggo di famiglie altrui, le cerco di comprendere, di adeguarle all’universo limitato della mia esistenza. Mi chiedo: diciamo tutto, scriviamo tutto o, come io  penso,  il  pudore  dell’intimità ci  rende  ipocriti.  La  famiglia  ci contiene e ci espelle con la stessa facilità, ci turba e ci ama, infine ci riconduce a sé volenti o nolenti. In questo è indicibile, troppo personale per essere universale.
Leggo di famiglie mie, le leggo negli occhi dei miei genitori anziani aggrappati a ciò che è stato e timorosi di ciò che sarà. Leggo della mia famigia, di quella che credo possa esserlo e mi chiedo se diverrà come le altre o se sarà sempre un’altra famiglia.

Immaginare la famiglia

Forse ti sposerai o forse no. forse avrai figli o forse no. forse divorzierai a quarant’anni. Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche.
le tue scelte sono scommesse. Come quelle di chiunque altro.
Mary Schmich, Usa la crema solare, 1997

Un unico piano sequenza, primi piani, piani americani, nessun montaggio, solo un susseguirsi di immagini e sensazioni. Luoghi, tempi e spazi individuali, chiusi fra mura domestiche e abbandonati in deserti infiniti o foreste impenetrabili.
Così  si  dipana  il  filo  della memoria di ognuno di noi, costruendo la storia familiare sen-
za cesure ma piena di censure.
È questo il paradosso dell’immagine  della  famiglia:  volerla perfetta e senza intoppi, senza drammi  e  sempre  a  lieto  fine, averla  reale,  complessa,  drammatica e a volte omicida.
La regia è importante, comporre una storia, dare peso e forza a ciò che conta, la sceneggiatura, invece, è impossibile, come rappresentare la Famiglia. 

È viva la famiglia?

È viva la famiglia?
di andrea Satta

in Ippogrifo 9/2013

Scrivere di famiglia è un po’ come scrivere dell’universo.
Si può partire dal molto piccolo o dal molto grande, scrivere dell’immensità e dell’infinitesimale: in entrambi i casi nulla verrà veramente spiegato.
Il rischio è di cadere nella retorica o peggio nella banalità.
La famiglia è un oggetto sociale pericoloso, in grado di raggiungere vertici di emozioni e abissi di depravazioni. È in perenne divenire, è il luogo privilegiato
delle relazioni umane, snodo di tutto l’agire quotidiano, partenza e ritorno della quotidianità. La vita, ci viene detto, parte dall’unione di due, ne è il volere o, spesso, il dovere.
La famiglia è sempre un composto, anche quando è fatta da un singolo, di sentimenti, regole, abitudini e leggi, è sempre più una ricetta dagli ingredienti difficilmente dosabili.
Quante siano le possibili combinazioni nelle relazioni, chi siano i soggetti di questo contratto e chi gli oggetti della transazione, quali i costi personali, sociali, culturali delle scelte? La famiglia possiede una tassonomia in continua evoluzione, le norme fotografano in analogico ciò che è digitale, gli attori sociali rincorrono le molecole, gli atomi e nuclei sempre a rischio di esplosione.
Possiamo definirla come una piccola bomba nucleare a rischio di fissione, a volte di fusione, le cui ricadute si sentono a distanza di anni, decenni, e provocano mutazioni sociali, culturali, relazionali, che comprendiamo solo con molto ritardo.
La famiglia è un concetto autarchico. È fine a se stessa ma è anche il fine della comunità. Non esiste comunità senza rigenerazione, dunque non esiste rigenerazione senza famiglia. Questo sembra l’assioma primo dell’autoconservazione del genere umano.
Essere senza famiglia è un peccato primigenio e, sembrano dirci gli esperti, una colpa inconsapevole, la solitudine è ciò da cui la famiglia ci protegge, ci soccorre.
Eppure la famiglia è anche il luogo in cui l’isolamento e l’abitudine ci attanagliano.
In tutto questo l’aspetto rigenerativo, l’avere o non avere, il possedere o non possedere figli è il discrimine concettuale per la tassonomia. Sono famiglie minus abens quelle senza figli? Si possono definire famiglie e basta, o bisognerebbe chiamarle famiglie in potenza? La questione etica si scontra perennemente su questo: una contemporaneità ricca di generazioni potenziali e una storia ricca di generazioni perdute. Il senso della storia, della sua distorsione morale, della sua presunta capacità di tramandare e insegnare ha forgiato un concetto di famiglia che, idealizzato, ha portato a riconoscerci solo in un topos immaginario fatto di salvazione e redenzione intrafamiliare. La famiglia che uccide, sevizia, tortura è la famiglia che sbaglia, non è più semplicemente una famiglia. Così la coppia che non è maschile e femminile, o che lo è diversamente dall’estetica, quella che non è coppia, ma è una dei suoi multipli, o quella che diviene dispari, o rimane singola, sono variabili sospette, fuori canone. Eppure reali, vive e presenti e parte integrante delle nostre comunità.
Sembra che la visione diacronica prevalga nella definizione di quello che potrebbe semplicemente chiamarsi società e che oggi più che mai, in Italia in particolare, diviene famiglia. L’etica, con o senza prefissi biologici, diventa la scusa per giudicare il modo di aggregarsi, di congiungersi e di perpetuarsi, distinguendo un bene da un male, un giusto da uno sbagliato e un vero da un falso.
Così la famiglia diviene il tramite fra individuo e Società, fra passato e Futuro, fra uomo e Dio. E le maiuscole sono giuste.

Le scorribande fra psicanalisi, diritto, sociologia, educazione, religione, cinema e arte cercheranno di dimostrare che ancora dobbiamo capire molto e che forse abbiamo frainteso troppo...

mercoledì 5 febbraio 2014

La questione identitaria

La questione identitaria (9-10-2006)

Ciononostante gli abitanti delle isole accettano più facilmente i nuovi arrivi di quanto facciano gli altri, forse anche per il fatto che, quando passano il braccio di mare che divide l’isola dalla terra, anche loro diventano nuovi arrivati, oppure perché si ricordano di essere pur essi venuti, una volta, da un altro luogo.

Pedrag Matvejević, Mediterraneo, Un nuovo breviario 1999.

Mi sono spesso chiesto se questo sia vero, sia vero che i sardi sono ospitali e accolgono i nuovi arrivi, turisti, viaggiatori e migranti. Oggi, dopo essere tornato, non ho una risposta.
Il braccio di mare che noi, sardi, dobbiamo affrontare ogni qualvolta che torniamo a casa diventa ogni giorno più faticoso e impervio. A poco contano i voli e le navi veloci, ne conta nulla il poter comunicare, telefonare, scrivere e-mail. Siamo sempre più distanti, sempre più emigrati e meno sardi.
Siamo sempre più turisti.
Torniamo a vedere ciò che il ricordo, il racconto ci chiede di vedere, e questo i nostri familiari, amici, parenti ci fanno trovare.
Ogni emigrazione, e la nostra non è diversa, congela il sentimento, lega le sensazioni all’attimo dell’abbandono. Tutta la nostra vita sarà legata a quel ricordo e ogni cambiamento sarà una sofferenza, uno strappo alla nostalgia.
D’altronde il ritorno è questione irrisolvibile, è azione sempre volta al passato, non lascia spazio alla maturazione di un sentimento di identità ma lo lega ad una realtà che non esiste più.
La vita dell’emigrato è sempre un po’ altrove, sia che l’integrazione sia perfetta e completa, sia che sia parziale, combattuta e settaria.
Altrove è il luogo dove ci si omologa annullando la propria identità originaria, altrove è dove ci si separa senza acquisire nulla dell’identità di arrivo.
Una forte identità, come quella sarda, non permette neanche ai figli, nipoti di sardi emigrati ormai da 50 anni, di dimenticare. È una condanna al ricordo, alla ricerca identitaria che si dipana nella vita del sardo, fuori dalla Sardegna, come un filo attorcigliato, pieno di nodi che fatichiamo a sciogliere.
Sono 15 anni che ho riconosciuto l’associazionismo come una “filonza” capace di sciogliere alcuni nodi, ma nello stesso tempo parca che uccide la memoria. Così la sera di carnevale la donna che fila ci ricorda che la memoria, che altro non è che la vita, è un sottile intrecciato di ricordi e che ogni ricordo perso assottiglia la nostra vita. Per questo mio padre si lega alle parole della sua infanzia, ai suoni che ripete come una cantilena per non dimenticare la sua origine. Sono parole arcaiche che io non conosco e non riesco a ricordare per la paura di sovrapporle alla mia personale rete di memorie.
Il luogo del ricordo, per noi che siamo lontani e ci allontaniamo sempre più, è una stanza piena di nostalgia e di profumi, di chiacchiere e urla, di suoni e colori. Una piccola patria che noi frequentiamo e da cui fatichiamo ad allontanarci.
È un ruolo che l’associazionismo deve avere? Deve il piccolo circolo assicurarci un po’ di calore e di nostalgia?
Per anni ho creduto che le cose si potessero cambiare diffondendo la cultura sarda, la sardità, oggi mi accorgo che la sardità sa farcela benissimo da sola.
Sempre più spesso “che ci faccio io qui” diventa il motto della diversità. La nostra piccola patria è sempre più piccola e la Sardegna, che ogni giorno si propone al mondo, non ha molto a che vedere neanche con quella che ricordo io, a 36 anni, figuriamoci con quella di mio padre e mia madre.
Siamo sardi ma sardi diversi, stiamo diventando come gli Italiani di Argentina, che si riconosco fra di loro ma che noi italiani fatichiamo a riconoscere. Noi sardi fuori dalla Sardegna siamo così: fra noi ci riconosciamo ma a casa non ci riconoscono più. Neanche noi ci riconosciamo più in una terra che combatte per la propria identità e per il proprio futuro, che ha saputo esaltare i pregi del passato ma che ha anche saputo, purtroppo, consolidare i propri difetti atavici.
Cerco un’identità multipla, questo è quello che chiedo all’associazionismo del futuro, saper accogliere le nuove identità, di dare accoglienza ai nuovi emigrati, figli di una terra che non conosciamo più ma che abbiamo contribuito a trasformare, abbandonandola. Chiedo anche di lasciare tracce della nostra storia, una storia di emigrazione che ha portato prosperità a nuove realtà che ha contribuito a far crescere terre non nostre ma che ci hanno accolto e rifiutato. Chiedo di ascoltare la voce di chi non vuole impegnarsi, di chi abbandona il circolo per integrarsi, di chi ha pregiudizio nei nostri confronti, dei nuovi migranti del mondo che sono tanto simili a noi.
Vorrei che i nostri circoli fossero una sfida, vorrei che fossero riconosciuti per quello che sono: una risorsa.
Vorrei poter dire che esiste un luogo di confronto, un pezzo di Sardegna con la stessa dinamicità che percepisco nella nostra Isola, e non una cartolina sbiadita di come eravamo.
Vivo in Friuli, la cui identità lentamente assorbo, consapevole della perdita che questa provoca. Divento meno sardo e acquisisco una nuova identità, diversa, frutto di un compromesso fra il ricordo e il presente.
Il presente è però pervaso dalla diversità. Diverso fra i diversi, questo è quello che l’emigrazione dovrebbe donare, la consapevolezza della propria e altrui diversità. Non la tolleranza, utile solo a chi deve sopportare una minoranza, bensì il rispetto della alterità, e non solo etnica, ma religiosa, sociale, fisica.
L’associazionismo questo può fare: diventare luogo di accoglienza, di rispetto. A partire dal rispetto della nostra storia e della nostra cultura.


Andria Satta

martedì 4 febbraio 2014

lunedì 3 febbraio 2014

Welfare (de)generativo.

Welfare (de)generativo?

Siamo alle solite.
Cambian le parole d’ordine ma non cambia la mentalità.
Oggi dopo anni di svariate integrazioni, sistemi e metodi, piani e patti, il tutto per arrivare alla comunità solidale, il welfare si (ri) genera, almeno linguisticamente.
A ritroso… sembra l’ennesimo tentativo di curare il tumore con il placebo... e via di sussurri e grida:




Dialogo sul nulla fra Esperto  e Consulente :

Esperto: “Si spende troppo, la crisi ci impone un ripensamento del sistema di welfare…”
Consulente:  “Certo la necessità di avviare processi virtuosi non può pregiudicare gli ottimi livelli prestazionali che sono stati raggiunti… Bisogna risparmiare attivando sinergie importanti pubbliche e private… ”
E: “Ci vuole Sussidiarietà! e non solo verticale! Non si può curare un sistema malato con la stessa medicina che lo ha causato… mutuando Einstein…"
C:  "e la forza che sta nella solidarietà! Non bastano i finanziamenti! Si rischia un effetto iatrogeno anche nella sfera sociale, come ricorda Illich!”
E:  “Ha ragione caro collega! Basta finanziamenti a pioggia! Vengano fatti progetti mirati! In grado di rideterminare i fattori di spesa alla luce di nuovi indicatori che definiscano parametri condivisi…”
C:  “il focus sono i Bisogni! E non solo le astratte categorie paradigmatiche, il confronto sui dati può essere forviante nel momento in cui non si parte da un modello condiviso … da un linguaggio comune… in grado di identificare prima di erogare…”
E:  “ e già bisogna prima di tutto ascoltare e rilevare i bisogni, per dar corpo ad azioni concrete che coinvolgano tutti gli attori in un processo virtuoso!”
C:  “ per avere risposte mirate, altrimenti si rischia un processo di reistituzionalizzazione coatta dei servizi… dopo tutta la fatica che noi operatori sociali abbiamo fatto per dare dignità alla persona umana!  ”
E:  “ perché come operatori sociali abbiamo il dovere di sostenere l’empowerment comunitario! “
C:  “mmm… e sì senza un percorso di welfare allargato… “
E:  “Già di comunità solidale, si tratta di un agito responsabile degli attori sociali, un investimento di capitale sociale non indifferente!”
C:   “e sì proprio una nuova vision del sistema di welfare che metta in primo piano la famiglia e la comunità, attori di un WELFARE GENERATIVO!.. tiè!”

E:  “ohhhhh, hai proprio ragione…”