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martedì 11 gennaio 2022

Super Pistolotto provax

29/11/2021

Come sempre in questa pandemia si confondono i livelli mediatici, politici, medici. Evito i medici, perché non sono medico, mi fido delle indicazioni della scienza (unica disciplina non fideistica) e delle iniziative di contrasto alla pandemia in atto. Tradotto se devo fare il booster lo faccio e non rompo i cojoni.
Ma veniamo al Lancet  e la prima considerazione è: me ne sbatto delle statistiche USA, che non mi dicono la mortalità, la ospedalizzazione e le TI, dati politicamente ed economicamente rilevanti, ma solo la contagiosità, dato per me irrilevante se non finisco attaccato al bombolino.
La questione è posta furbescamente da Lancet: lo stigma dei non vaccinati è tale da poter definire questa ondata "dei non vaccinati"?
A domanda sbagliata, risposta sbagliata. Ciò che ci si deve chiedere non è epidemiologico ma politico, mediatico ed economici. Se dovessimo ribadire il concetto in modo chiaro la risposta è no, quest'ondata non è prerogativa dei no vax per il semplice motivo che, per quanto intelligente, il virus non chiede il GP.  Il tema non è chi si contagia ma quanto la contaggiosità e l'ospedalizzazione hanno ricadute sulla comunità, sulla libertà e sulla partecipazione, più ancora che sull'economia.
Il primo elemento che si dovrebbe sciogliere è il concetto di Covid 0, ovvero la possibilità di definire un evento pandemico chiuso quando il virus sparisce. Follia pura, nessun virus sparisce dall'oggi al domani, nessuna vaccinazione è taumaturgica, nessuna azione di prevenzione è totalizzante e risolutiva.  Eppure non si può essere fatalisti e attendere che la variante Omega giunga a finire l'alfabeto greco per definire  il virus morto.
L'atteggiamento Covid 0 è transpolitico, imperversa dal novax negazionista (il covid non esiste) al paranoico ipocondriaco (il covid lo si prende da soli in macchina) ed è questo si stigmatizzante delle posizioni radicali. Dal punto di vista mediatico il virus ha molta più forza che dal punto di vista sanitario, è manicheo divisivo e totalizzante. Non è qui il luogo per analizzare la dimensione comunicativa della pandemia, quella social e quella televisiva, poiché ci porterebbe fuori strada, ma la sua dimensione di radicalizzazione.
Tornando a Lancet , la sua posizione  evidenzia, attraverso un dato statistico, una questione culturale. 
Lo stigma del No Vax è uno stigma auto imposto, i no vax non possono permettersi posizioni mediane, conciliative o ragionevoli per un motivo semplice: la sindrome della persecuzione è la base del totalitarismo e la radicalizzazione delle minoranze sedicenti perseguitate nasconde sempre (o quasi) una volontà prevaricatoria, ideologica e sostanzialmente fascista. I no vax sono in una posizione anti scientifica, antimoderna ed etica, non credono nella democrazia perchè la democrazia può contestarli, non credono nella scienza perché la scienza può cambiare opinione, non credono nella politica perchè la politica è compromesso.
Non è un caso che il movimento di riferimento storico in Italia di tale approccio sia il Grillismo e che oggi siano le frange più reazionarie dei partiti di destra (lega e FDI) ad alimentare il dissenso, coadiuvate da quella parte della sinistra intellettuale che ha sempre sbagliato la parte in cui stare. Sta avvenendo ciò che avviene quando una perplessità, un'istanza minoritaria, una falsa informazione  viene  trasformato in un credo, in una verità assoluta e  una verità rivelata.
Il processo persecutore/perseguitato è lo stesso che ha imposto l'antisemitismo come salvifico trasformando una minoranza perseguitata (gli ebrei) nei persecutori perfetti.  In questo hanno ragione i no vax, ci sono similitudini fra nazismo e la situazione attuale, ma a parti invertite. I no vax si stanno comportando come i nazisti della birreria di Monaco costruendo una visione del mondo paranoide (hitler docet) IN CUI I GRANDI POTERI (e guarda caso sono Soros, Gates, Bezos accusati di ebraismo), governano il mondo tramite fantomatiche manipolazioni mondiali che ci trasformerebbero in mezzi uomini. Il mito del super uomo , tanto caro a Casaleggio, ritorna sostenendo che è la natura a governare la salute, sono forze primordiali che il tecnicismo sanitario cerca di distruggere per imporre un nuovo ordine mondiale: i super uomini sono i novax e i mezzi uomini sono i vaccinati. Nulla di molto lontano dal romanticismo più radicalizzato che Berlin ben racconta nei suoi scritti. Tornando a Lancet, ciò che appare evidente non è lo stigma accusatorio verso i novax, ma la volontà degli stessi di apparire vittime di un complotto e i veri illuminati (loro che citano gli illuminati come nuovo ordine mondiale). Purtroppo oggi la politica è debolissima, svenduta dal populismo a ricettacolo di intrallazzoni e delinquenti, e non ha strumenti efficaci per contrastare il fenomeno di radicalizzazione estremista delle opinioni.  Democrazie più mature (la svizzera) ha posto la questione ai cittadini abituati e consapevoli del loro potere ed ha vinto la razionalità e la scienza. In Italia almeno 25 anni di populismo strisciante hanno sfaldato la credibilità istituzionale e politica  e oggi al governo ci sono ancora gli stessi talebani del no vax che sono diventati provax senza cambiare la propria strumentazione ideologica. Una buona politica non può lavorare solo con la strategia della tensione (che aiuta solo i delinquenti) ma con la chiarezza delle leggi, la chiarezza dell'obiettivo e la disponibilità al contraddittorio. Se in una stessa agorà mediatica mettiamo due talebani di opposte fazioni otteniamo solo il risultato che ne usciranno più radicalizzati.
Oggi ciò che si deve combattere non sono i novax di per se, quanto il substrato ideologico che li sostiene (che va da FN a LEU), fatto di verità assolute, di masochismo e sadismo istituzionale e di opportunistica violenza mediatica.
In tutto questo le vittime sono tutti i cittadini e le istituzioni che ne escono distrutte e ancor più depotenziate. Banalmente se ogni giorno trovassimo il bollettino di guerra a pagina 4  dei quotidiani e come 4 titolo del TG avremmo la popolazione meno esasperata, più disposta a discutere di altro e meno impaurita dagli opposti estremismi.

mercoledì 28 ottobre 2020

De monitione

Si commenta da solo...

 Raccomandazioni

 Nel d.P.C.M. 24 ottobre 2020, come già in precedenti provvedimenti, si rinvengono alcune nuove previsioni di contenuto esortativo, formulate in termini di raccomandazione, le quali, benché non correlate a sanzioni, intendono sollecitare l'adozione di comportamenti ispirati alla massima prudenza e al senso di responsabilità dei singoli. 

Mobilità personale (art.1, comma 4)

 Rientra nel novero delle suddette previsioni l'articolo in epigrafe, con il quale viene fortemente raccomandato a tutte le persone fisiche di non spostarsi, con mezzi di trasporto, pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi. 

Si fa presente che, trattandosi di raccomandazione, non occorre che le persone interessate ai suddetti spostamenti siano munite di autodichiarazione, redatta ai sensi degli artt. 46 e 47 del d.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445.

 Resta ferma, invece, la necessità di giustificazione degli spostamenti in tutti i casi di limitazioni alla mobilità introdotte con provvedimenti più restrittivi di ambito regionale.

 Ricevimento di ospiti nelle abitazioni private (art.1, comma 9, lett. n)

 Per quanto riguarda il ricevimento di ospiti presso la propria abitazione, il d.P.C.M. in commento rafforza la raccomandazione riferita al medesimo contesto contenuta nel precedente provvedimento presidenziale.

 Tenuto conto della stringente necessità di prevenire la diffusione del virus, che può essere agevolata da contatti occasionali anche tra familiari non conviventi, e pertanto di adeguare i propri comportamenti, anche nella sfera privata, a un principio di massima cautela, viene raccomandato che nelle abitazioni private si eviti di ricevere persone diverse dai conviventi, salvo che per esigenze lavorative o situazioni di necessità e urgenza. 

Va da sé che anche ove ricorrano tali particolari circostanze andranno seguite le regole prudenziali legate all'uso dei dispositivi di protezione delle vie aeree.

 Si ribadisce, a beneficio dell'attività degli organi accertatori, che le previsioni del d.P.C.M. esplicitate in forma di raccomandazione non determinano, nel caso di comportamenti difformi, l'irrogazione di sanzioni.

Fonte circolare n°15350/117(2)/1 Ministero dell'Interno Gabinetto del Ministro

 

martedì 27 ottobre 2020

DCPM mi raccomando fortemente di non applicarlo 1

Ieri mattina il Conte, dopo aver fatto una ricca colazione e aver telefonato a Davide e a Rocco per raccomandarsi di guardarlo in televisione, ha limato l'ultimo DCPM con le cornicette e le spaziature fra un comma e l'altro, ha preso la sua fida mascherina di Marinella è andato in pasto ai leoni. 

I Leoni, pasciuti e mezzo addormentati,  tutti raccomandati da Rocco, hanno ascoltato, compìti e assorti nella manifestazione mistica del Conte, hanno poi riferito alla plebe il senso della nuovo Editto. 

Il senso. Sicuramento questo nuove DCPM, siamo al 21° in otto mesi, fa senso, una senso di ribrezzo e fastidio che negli ultimi 20 era stato latente, coperto dalla indeterminatezza della pandemia, dal rumore di fondo delle altre nazioni in preda a deliri simili al nostro ma senza la capacità, tutta italiana, dello scarica barile legislativo. 

Le 21 pagine, il prossimo sarà 22 pagine cosi si allinea con il numero del provvedimento e fa carino per le ricerce dei complottisti in numerologia, sono veramente un capolavoro di incompetenza e paternalismo. 

L'articolato, scarno e di soliti 12 articoli, sparge divieti e raccomandazioni con la stessa precisione di un cieco che tira al piccione, e chiude con un  rassicurante art. 12 c. 1 il cui explicit dice sono efficaci fino al 24 novembre.  Lo scrivano che ha materialmente redatto l'opera ha dovuto dar fondo a tutte le lettere dell'alfabeto e duplicarle fino all'nn, compresa la w, un'opera complessa la cui esegesi ed edizione critica impegnerà i linguisti del futuro.

Bando alle ciance! 

Veniamo al contenuto, alla perentoria e maschia presa di posizione di un governo di maschi e italici virgulti. L'art.1 parte bene con un profluvio di nonchè che neanche in quarta ginnasio ci ricordavamo. Nonchè...

Intanto la mascherina te la devi sempre portare con te, anche quando vai a cagare, il che è sicuramente utile per evitare a se stessi il proragarsi dei miasmi mefitici che la produzione intestinale può produrre in determinate contingenze, e almeno che non vi chiamate G.M., è un operazione solipsistica. Per fortuna c'è sempre l'eccezione che conferma la regola: 

a eccezione dei  casi  in  cui,  per  le caratteristiche dei  luoghi  o  per  le  circostanze  di  fatto,  sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi.

Questa frase, gia sperimentata la settimana scorsa sul n° 20, nasconde non poche insidie interpretative, a partire dalla definizione delle caratteristiche dei luoghi e dalle circostanze di fatto. Quali sono le caratteristiche dei luoghi? Dimensioni? aereazione? colore delle piastrelle? 

E le circostanze di fatto?

In diritto si distingue fra de iure e de facto, la prima è di diritto, stabilito dalla legge, per legge, de facto invece definisce un elemento consuetudinario, in vigore anche senza legge, per prassi e non legge. Verrebbe da chiedersi quali siano le circostanze consuetudinarie che prevedono de facto, e non de iure, l'esenzione dall'obbligo della mascherina. A quale prassi si riferisce legislatore? camminare da solo in corso è una prassi de facto? Andare al ristorante da solo è prassi de facto o no? Bho?  

Cosi mi verrebbe da dire che non essendoci circostanze de iure per limitare la libertà, almeno non in violazione della costituzione, allora l'avvocatucolo e i suoi sgerri si rifugiano in un latinorum tradotto malamente, sperando che non si capisca che il di fatto non significa un cazzo, visto che non c'è consuetudine o prassi o chiarezza su cosa siano le circostanze di fatto, perchè venga garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi. Ora se non c'è elemento de iure per garantire in modo continuativo, ma il de facto non esiste poiche l'emergenzialità dell'evento non può per sua natura prevedere una prassi consolidata, o un elemento di oggettiva chiarezza, di che cazzo stiamo parlando? 

Andando avanti nell'esegesi di queste mirabolanti versetti la condizione di isolamento diventa altro lemma cardine della costruzione del nulla del Conte. Credo che, superata la terza elementare, appaia chiaro a tutti che isolamento e distanziamento non siano sinonimi. Il termine isolamento ha la sua ratio normativa, all'interno del corpus contiano, quando parla di isolamento fiduciario per i potenziali infetti venuti a contatto con risultati positivi all'infezione. Si isolano, per l'appunto, fino a chiarimento della propria situazione di salute da parte dell'SSN. Fino a ottobre isolamento era usato in questi termini, discostandosi in modo chiaro dal distanziamento sociale che invece riguardava tutti, sia come prassi che come obbligo, oggi con la nuova ondata di DCPM l'isolamento diviene sinonimo di distanziamento per tutti e non solo per i potenziali infetti. Se prima valevano la regole del distanziamento sociale, con le previste prescrizioni,  oggi a queste regole si aggiunge un oscuro isolamento, che diventa norma anche in presenza di nessun sintomo, di nessuna vicinanza pregressa con potenziali infetti e di nessun valido motivo, se assicurati i protocolli di distanziamento e i DPI necessari.

Delle due l'una: o il distanziamento non serve un cazzo o è pleonastico dire che da soli ci si può togliere le mascherine, ne consegue che, se il distanziamento e le mascherine non assicurano la protezione e l'isolamento sì, perche mi prescrivi le mascherine? Mi verrebbe da dire che isolamento vuol dire stare da soli senza nessun contatto e distanziamento di contro lontano ma presente, ora mi si deve spiegare perche se sto distanziato a 4 metri debba mettere la mascherina e da solo no. Dal punto di vista medico cosa cambia fra 4 metri e la solitudine? L'impressione è che si voglia surrettiziamente inserire un nuovo concetto che sposta dal lockdown generale ad un più subdolo autolockdown in cui l'unico modo per essere certi è l'isolamento personale, non la chiusura ex lege. 

Non potendo, non ancora almeno, violare il domicilio si innesta un concetto giuridico nuovo che va oltre il distanziamento sociale e oltre l'isolamento fiduciario fondendoli in un più ampio e ambiguo isolamento continuativo, unico a permetterti di evitare di incorrere nelle ramanzine pecuniarie, per ora solo pecuniarie, del Conte. Infine tanto per capirci se ci prendiamo il virus è colpa nostra, anche se ci siamo distanziati, mascherati, lavati le manine, fatto smartworking... non ci siamo isolati continuativamente, ora ci becchiamo il virus o peggio i domiciliari per colpa nostra. 

Così scopro che mi sono fatto un sacco di pippe sulla mascherina... se ho meno di sei anni (e per quanto me li porti bene lo vedo difficile), sono handicappato, ma non una normale disabilità ad esempio essere paraplegico, ma proprio messo male con il tubino in gola e che sbavo oppure sono fuori come un melone e meno tutti (ovvero con grave patologia dello spettro autistico), oppure son assistente di uno di questi che se mi vedesse con la mascherina me menerebbe. Rimane la terza possibilità l'attività sportiva! Mi raccomando non motoria, sportiva. 

Ora a parte la discriminazione sostanziale verso i pigri bisogna comprenderne la ratio di una deroga tanto inutile come quella della attività sportiva all'aperto.  Se la logica (sic) è quella di attuare il distanziamento e mantenere basse le possibilità di socializzazione (sic) perchè a me flâneur è proibito passeggiare in giacca e cravatta e al palestrato in tutina fosforescente è permesso correre scarracchiando per strada?

e con questo finisco la prima puntata e son arrivato a metà del comma 1 dell'art.1...

 

giovedì 8 ottobre 2020

Pistolotto a destra.


Ci sono movimenti a destra. 
La Meloni si sta spostando su posizioni confederaliste Europee, dal sovranismo all'Europa delle nazioni, confederate.
Una vecchia posizione della destra europea conservatrice.
Una vecchia rivista Europa nazione confidava in una Europa pacifica e potente, fatta di nazioni amiche e solidali, unite contro il nemico comune e accomunate da uguali valori. l'Europa non è uno Stato quanto un'idea comune per le nazioni e i popoli europei, il direttore Filippo Anfuso disse «sarebbe difficile immaginarsi un’Europa spoglia delle sue soggettività nazionali». 
La Nuova Destra francese e anche quella italiana, da De Benois a Tarchi, ponevano la questione identitaria, politica e nazionale insieme, e fu una deriva, o meglio una felice intuizione, quella che portò la destra, figlia del machismo imperialista fascista, a prendere strade identitarie.
I Campi Hobbit furono controcultura per due motivi: andavano contro una cultura dominata dal marxismo e contro una cultura conservatrice e benpensante. 
Il terrorismo della seconda metà degli anni settanta ha stigmatizzato quello di destra come unicamente  stragista, quello di sinistra come politico, nonostante ciò entrambe, destra e sinistra, furono capaci di immaginarsi altro dalla violenza. 
Re nudo e Campi Hobbit erano due facce della stessa generazione con gli stessi ideali declinati in modo diverso, come lo furono i terrorismi. 
Se da una parte la sinistra ha virato verso la socialdemocrazia e la destra verso il conservatorismo, dall'altra c'era una destra intellettuale che finì ad alimentare posizioni identitarie, a difendere i popoli oppressi, a difendere le guerre apparentemente più ingiuste. Negli anni novanta e fine ottanta cresceva, al fianco del leghismo, una attenzione per le lingue e i popoli europei, per le piccole patrie, per l'identità, le etnie, le tradizioni arcaiche e locali, per i medievi più o meno fantastici, per le streghe e le saghe nordiche. In questo coacervo di contraddizioni in cui Dumezil, Cioran, Celine, Canetti, Jungher, Mishima e tanti altri convivevano sulle stesse bancarelle con troll e fischietti artigianali, si sperimentava l'identità ritrovata dopo anni di ghetto fascista. Tutto questo a 30 anni di distanza appare sfumato, trasformato da anni disidentitari che hanno riportato tutto al manicheismo di facciata che oggi, con il tripartito di Conte appare evidente: Lega, PD e M5S hanno un programma comune un idea di Stato che ha dimenticato l'identità come concetto. 
Uno vale uno è la morte dell'identità e con essa la morte della nazione ma anche la morte dell'ideologia. E su questo campo che si gioca la partita a destra. Il FDI è un partito identitario, se si scioglie nell'un idea vale l'altra è finito, inutile. Per questo permette il controcanto autorevole, paternalistico e giovanile di Crosetto e soprattutto non si è mai alleato con i M5S e ha sempre sostenuto l'unità del CDX. Non ha tradito, come fece Fini forzando la mano e sbagliando identità prevalente, e mantiene la parola data. La Meloni, se vuole mantenere l'identità, deve trovarne una riconoscibile, consolidando l'elettorato conservatore e un po' reazionario ma comunque rispettabile e borghese.
Il problema è che queste categorie si sono dissolte e si devono ricreare a partire da idee in grado di spostare l'attenzione dal quotidiano, in cui uno vale sempre uno, in cui un idea vale l'altra e nessuno vale niente, al futuro. L'ingresso in pompa magna in Europa, a capo di una non irrilevante parte dell'elettorato Europeo, la certifica come qualificata a guardare il futuro e a proteggere la nazione.
Se Renzi è la mossa del cavallo, la Meloni è una torre.
La Meloni strategicamente si mette in attesa e piano piano si istituzionalizza, meno proclami più argomentazioni di buonsenso, Salvini scivola, inciampa e si rialza come un pugile ubriaco. Verrà messo a riposo, se sarà abbastanza furbo da capirlo, e il doge prenderà le redini del partito, abbandonerà il sud al suo destino e si riprende il Nord. 
Se furbo. 
Se stolto potrebbe fare due errori: passare con il suo partito, ricordatevi che la Lega si chiama Lega Salvini non Padana, o quelli che rimangono, in maggioranza o in minoranza di nuovo con i M5S o peggio rimanere fuori dal governo di unità nazionale che invece la Meloni coglierebbe al balzo insieme a Zaia e Giorgetti. 


giovedì 24 settembre 2020

Cronaca di un suicidio populista- prima parte

22/09/2020

 

L'attuale sistema politico, modificato a forza di ellum, oggi appare come una scatola piena di ricordi buttati li alla rinfusa.
Un po' di parlamentarismo post bellico, un po' di atlantismo stantio, un po' di sovietismo putiniano, federalismo nazionalista, populismo becero e scarti di democrazia liberale mangiucchiati in fondo al cassetto. 
Il referendum confermativo ha confermato alcune cose: la democrazia diretta è inaffidabile e pericolosa, le riforme costituzionali vanno fatte integralmente non a pezzi, la classe politica attuale è incapace di gestire una transizione verso una democrazia liberale e socialista compiuta. Ha anche ribadito alcune altre cose: il M5S è un partito golpista, perché di golpe si tratta, il PD è presuntuoso e supponente e pensa di poter addomesticare il Mov. invece ne è succube e complice, oltre che alleato. Salvini, ovvero la lega sovranista, putiniana, cialtrona e nazionale è l'alleato ideale dei M5S e infatti continua subdolamente a sostenere questo governo di cui è stata la prima alleata. 
Trovo poco credibili i malumori dei pentastellati, anche se ci fossero sono parte del teatrino delegittimante la politica tanto cara la fondatore Casaleggio e al giullare di Corte Grillo. Come diceva Jacopo Fo, fra i primi stellini insieme al padre Dario, il Re è nudo, ed il re è la politica. L'operazione dei Grillini, o meglio del sistema Casaleggio, è spogliare la politica del suo valore, del suo apparato, della sua forma, trasformarla in semplice e mera approvazione di decisioni tecniche per il bene del popolo. 
Se pensiamo a questo governo, per chiarire lo stesso dal Conte I al Conte II, tutta la pratica è stata di distruzione del valore politico e istituzionale degli apparati di rappresentanza. Partiamo dall'inizio: l'alleanza con la Lega. 
In un sistema democratico compiuto questo ircocervo sarebbe durato il tempo di una notte e, o i grillini o i leghisti, sarebbero scesi in piazza per far saltare i propri segretari. Invece che succede? Non solo governano ma producono quattro provvedimenti esemplari: decreti sicurezza, RDC, quota 100 e il taglio dei parlamentari. I quattro peggiori provvedimenti legislativi dalle leggi razziali. 
Lo fanno per un anno, producendo in brevissimo tempo i presupposti per lo smantellamento dello stato di diritto, dell'economia di mercato, del patto generazionale, della eticità del lavoro, e del sistema della democrazia rappresentativa. L'impegno è costante, fatto di canti e controcanti per dimostrare quanto le due anime siano speculari e distanti. Un profluvio di litigi incrociati e orchestrati per il proprio elettorato con il risultato di mantenere vivo un  progetto di appropriazione del potere nei luoghi dell'amministrazione statale. 
La Lega, partito di maggioranza relativa all'interno della compagine del centrodestra (che per maggiore intuizione politica lascia Salvini solo in questa avventura) e in forte crescita di consensi territoriali, grazie sopratutto ai due provvedimenti simbolo (dl sicurezza e quota 100), alza il tiro e, in preda ad ebrezza di potere più che alcoolica da mojito, decide di prendersi il potere da sola.
L'errore politico della Lega, ma forse più di Salvini che del partito, è stato quello di identificare il M5S come forza politica e non come lobby di potere antipolitico (come invece si è dimostrata ed era chiaro agli osservatori non ideologici), immaginandosi che la caduta della coalizione, e quindi i dei presupposti politici della stessa, portasse alla richiesta di governo della Lega da parte del paese. Un errore plateale che ha dimostrato un bassissima capacità previsionale e strategica della Lega e di Salvini. 
Il M5S non ha alcun interesse politico in senso stretto, non ha interesse a perseguire una linea coerente, ha come unico interesse la appropriazione dei luoghi del potere, e non della rappresentanza, al fine di rendere inutile e ridicolo il ruolo della rappresentanza politica (parlamento), a favore di un governo autocratico e statalista in mano a un capillare sistema di clientele e potentati locali in grado di mantenere i cittadini lontani dalle istituzioni. 
L'ideologia grillina, ammantata di totalitarismo complottista, riversa su slogan, ambigui e apodittici allo stesso tempo, la sua idea di Stato e, con grande lucidità e tenacia, li applica indipendentemente dal suo interlocutore. Da una parte solletica il mondo degli apocalittici, riduzionisti, NIMBY, NoVax, decrescitari, localisti con slogan antiTAV, NoVax, autarchici, dall'altra si accredita come interlocutore delle peggiori mafie statali del pianeta, quindi sostanzialmente si comporta da Bildenberg parallela, appoggiando e facendosi appoggiare da Russia di Putin, Cina di Xi Jinping, Siria di Assad, Venezuela di Maduro. 
Il tema che meglio porta avanti, con spirito direi non-violento se non fosse blasfemia usare questo concetto per i M5S, è la dimostrazione dell'inutilità della politica, della contrapposizione tematica, della discussione e del compromesso. Lo ha fatto fin dall'inizio ribadendo il concetto dell'UNO vale UNO, ovvero chiunque vale chiunque. Cosi ha riempito il parlamento di inetti e per assicurarsi che gli inetti fossero tali, li ha fatti votare su una piattaforma, privata e non trasparente, da un numero irrisorio, e probabilmente irreale, di supposti militanti, con 150 click Chiunque è diventato parlamentare, consigliere comunale, candidato regionale, sindaco, assessore, ministro, addirittura presidente della camera. Nella massa, come sempre anche con le peggiori intenzioni, alcuni sono decenti, pochi e di solito transfughi in altri partiti dopo i primi mesi, ma la maggioranza è la palese dimostrazione che la politica fa schifo e che corrompe persino il più santo dei cittadini. 
Esattamente il risultato voluto. Casaleggio e Grillo volevano questo risultato: dimostrare che la scatoletta di tonno una volta aperta vien voglia di mangiarsela, quindi meglio eliminare la scatoletta che doverla lasciare a Chiunque indisciplinato. 
Tutto porta a dire che il sistema politico Grillino sia un fallimento: deputati che non pagano la Casaleggio SRL, deputati che cambiano casacca, deputati che rubano, deputati che pensano con la loro testa.
Poi c'è Rousseau. 
La piattaforma è talmente fatta male che viene il sospetto che sia funzionale al non funzionare. A che serve dunque il parlamento se pieno di mangiatori di tonno? a che serve Rousseau se il popolo italiano si fida del primo ministro? a che serve la scatola di tonno quando c'è uno Stato pieno di caviale a cui accedere senza neanche essere eletto? Il miglior esempio dell'inutilità del parlamento lo ha dato il M5S con i suoi rappresentanti fino a diventare l'emblema di quella Casta che solo la distruzione del sistema parlamentare può veramente eliminare.
La Lega, primo e naturale alleato del Movimento, soprattutto quella salviniana che non ha mai governato un territorio ma che è in grado  di stimolare i peggiori istinti populisti, ha sostenuto questo processo, e continua a farlo oggi in ottima compagnia con il PD, ha avvallato un parlamento indisciplinato e inconcludente, ha sostenuto l'uso personalistico della decretazione, ha, cosa più grave ed evidente, spostato la politica dal parlamento alle piazze, dalle piazze alle pazze virtuali e dalle piazze virtuali al gossip spazzatura. Chi oggi si sentirebbe di dire che questa classe politica sia rappresentante di un sistema democratico e rispettoso delle regole? E sopratutto chi immagina un nuovo governo in grado di riportare i cittadini al centro della politica e non il popolo al centro dell'agone social?
La Lega in questo è stata l'alleata, ed è ancora, perfetta per il M5S tanto da riuscire nell'ardua impresa di far apparire il Presidente Conte uno statista e la maggioranza dei grillini dei moderati. Un omicidio quasi perfetto per la democrazia: gli assassini che appaiono vittime, e il colpevole è il sistema democratico e non il mandante totalitario del populismo. 
In quel frizzante ferragosto del 2019, quando il Capitano del peschereccio a strascico della Lega, si fermò al Papetee avvenne anche un'altra cosa: il camaleontismo del Movimento e la istituzionalizzazione del sistema di revisione dell'apparato statale in senso autocratico, e tutto prima del COVID-19. 
Fu una crisi perfetta, un po' di manfrina, urla al colpo di stato, maggioranze naturali che naturali non erano, sistema dei pesi e contrappesi istituzionali completamente saltati. Nessuna soluzione in grado di evitare la debacle incostituzionale se non affermare il credo grillino: Uno vale Uno. Cosi la Lega vale il PD o il PD vale la Lega.  Nasce il governo Conte II, fotocopia del Conte I, con la sostanziale, ma solo estetica differenza, che il PD sembra democratico e istituzionale ovvero lo strumento utile per giustificare riforme antidemocratiche e incostituzionali dietro la foglia di fico del Partito Democratico. 
La tempistica della staffetta è stata perfetta, sincronizzata al punto giusto per far passare le peggio cose sotto il cappello leghista, e l'ordinaria amministrazione, ovvero la sistemazione dei propri uomini all'interno delle istituzioni, il posizionamento moderato, ovvero paraculo, nelle relazioni istituzionali e internazionali, la svolta, prevista e prevedibile, di facciata dal movimentismo al governismo con il PD. Tutto molto più facile per il M5S con il PD che con la Lega. 
Rimane il fatto che nulla in realtà è cambiato e la difesa degli orrendi provvedimenti legislativi è rimasta il confine non valicabile della governabilità. Eppure nel caso del M5S, in cui uno vale uno ovvero una parola vale l'altra, anche alcune di queste misure potrebbe diventare inutili alla scopo della distruzione dello Stato Repubblicano a favore di una repubblica autarchica modello putiniano o turco o venezuelano. 
I decreti sicurezza, utili ad alimentare la propaganda Salviniana più che a risolvere i problemi migratori, sono serviti a consolidare l'immagine di un uomo (o di un governo) che decide per gli Italiani (prima) e non per i poteri forti (UE, Soros e i Savi di Sion). 
La vecchia tecnica della politica dell'emergenza, appresa dai reality più che da Cossiga, funziona grazie a un nemico (anche qui uno vale uno ovvero uno vale l'altro), e se i migranti ormai fanno meno paura del virus tanto vale far finta di cambiar rotta e abolire (o meglio rimbiancare come sepolcri) i decreti sicurezza a marchio Salvini.  Il tentativo, spregiudicato e infantile di unificare le due emergenze (virus + migranti) non ha funzionato, d'altra parte uno vale uno e non uno + uno vale due. 
Salvini alla fin fine è stato un utile idiota nel disegno golpista di Casaleggio e Grillo. 
Un capolavoro che ha trovato in Conte il front man perfetto, borioso, saccente e cazzaro, azzeccagarbugli quanto basta ma abbastanza ignorante da non farsi coinvolgere in discussioni o provvedimenti di ampio respiro e di lunga durata. L'uomo in grado di far piazza pulita di ogni mediazione con il suo sorrisetto da mezzo scheo e la sua pettinatura impeccabile. Un uomo qualunque, un uomo rispettabile in grado di fare qualsiasi nefandezza come abolire de facto la rappresentanza e la democrazia e uscirne indenne, scaricando la responsibilità sul primo che passa (alleati, compagni di partito, istituzioni, taskforce, cittadini, stati esteri), come si direbbe: sempre con il massimo rispetto ed educazione. 
La sparizione del Movimento è il risultato finale della prima fase di questa follia: la sua sostituzione con un apparato burocratico di controllo territoriale e di comunicazione.  Questa situazione renderà ancora più inutile non solo il Movimento ma anche gli altri partiti che in questo gioco al massacro partecipano attivamente pensando di poter continuare a galleggiare in futuro. 
Prima della fine della legislatura, e prima di andare a votare, opposizione e governo saranno un'unica cosa, una scatoletta di tonno avariato. Rimarrà però l'apparato di potere che il sistema Casaleggio, dietro lo specchietto per allodole dell'anti politica, sta insinuando in tutti i partiti e in troppe istituzioni.

domenica 15 novembre 2015

Le vere vittime

....il vero pericolo di oggi è dare ragione a questi delinquenti senza fede senza etica. Terroristi? Guerriglieri? Fanatici? Sono tutti aggettivi inutili, vuoti e consolatori. Sono semplicemente e solamente assassini. Dire che lo fanno per i soldi, per la fede, per Dio o per Maometto è dar loro ragione. Sono solo e unicamente assassini. Come tutti quelli che uccidono trovando in esseri superiori la giustificazione della loro inferiorità. 
L'IS o ISIS o come diavolo si chiama non è uno stato, non è una fede, non è un interlocutore con cui discutere. Sono assassini. E sono assassini delle popolazioni che pretendono di rappresentare: Siriani, Iracheni, Iraniani, Turchi, Curdi, Giordani, Egiziani, Libici, Algerini, Berberi, Palestinesi, Tunisini, Marocchini, Kenioti e Nigeriani. Sono loro le prime vittime le vere vittime della furia assassina di chi si trincera dietro un DIo Patria e Famiglia tradotto in Arabo.
 Cosa vogliono? Farci chiudere nel nostro stato sempre più impaurito, vogliono che cacciamo chi scappa da loro, vogliono che diventiamo come loro: Assassini. Sperano in questo modo di farci capire quanto sia più facile fare quello che si vuole, tagliar teste senza processo, ammazzare per non perder tempo a discutere. 
E' tutto così semplice! e noi stupidi occidentali (anzi direi noi stupidi umanità occidentale o siriana che sia) ci ostiniamo a non capire che la dittatura, anzi meglio il terrore è assai più facile da gestire di quella inutile e costosa democrazia,piena di regole, rispetto, confronto. Eppure, penseranno questi assassini, siamo stati i precursori di persecuzioni senza limite e senza senso, nazismo, stalinismo, fascismo, colonialismo, schiavismo. 
Penseranno che l'europeo ha una pessima memoria storica. In fondo ci stanno aiutando a tornare ad essere assassini e orribili come sappiamo essere. Speriamo che non ci riescano ne con noi ne con chi scappa dall'orrore per trovare in Europa un paese in cui essere felice.

martedì 25 novembre 2014

Recensione Ippogrifo - Contro il non profit

Ippogrifo 10/2014
Contro il non profit
Giovanni Moro, 2014, Saggi Tascabili Laterza
ISBN: 9788858109946

Contro il non profit, come tutte le doppie negazioni, fa supporre un'affermazione: essere per il profit.
Giocando fin dall’inizio su questo artificio retorico il libro di Giovanni Moro ci accompagna alla scoperta del settore che, a vario titolo, chiamiamo NO profit, non profit, ONLUS, terzo settore, non lucrativo e via enumerando eufemismi.
Lo fa da interno, da studioso ma prima ancora da attivista (è lui la mente dietro una delle esperienze più interessanti di processi partecipativi di cittadinanza, Cittadinanzattiva), infilando dubbi, evidenziando carenze ed eccellenze.
Per anni ho lavorato nel settore, guardandolo da destra e da sinistra, dal basso, all’inizio bassissimo come tanti di noi operatori sociali, e dall’alto, a volte scivolando, a volte aiutando altri a non scivolare. Eppure ho sempre pensato che iniziare con una negazione fosse un cattivo inizio, che dire come prima cosa NO, pone una delle aree umane più interessanti in una luce e una dimensione scorretta.
C’è un’ipocrisia di fondo che ammanta tutto ciò che viene fatto senza produrre beni tangibili ma, come vuole la vulgata noprofittevole, beni relazionali: l’essere eticamente meglio di chi profitta vendendo cose misurabili, tangibili.
Bastano le parole solidarietà, volontariato, sociale, basta “vestire” un ristorante da associazione culturale, pretendere che la organizzazione di gite turistiche abbia un particolare valore sociale perché realizzata da volontari, dichiarare non profit una struttura sanitaria o educativa i cui costi la rendono inaccessibile per la maggioranza della popolazione(p.5-6)?
Giovanni Moro in questo è chiaro, o forse lo è parso a me, la differenza non sta nel definirsi no qualcosa, ma nel fare qualcosa. Nel magma del terzo settore (definizione che all’Italia piace), ci può star di tutto, basta allargare e stringere le maglie delle definizioni e conseguentemente allargare e stringere i lacci delle borse a cui il fisco preleva. Cosi, in un’elencazione puntuale, persino divertente a volte, si scoprono che i benefici del terzo settore vanno dalla fisica nucleare alla bocciofila, dal teatro popolare alla disabilità grave, dall’educazione infantile all'azione ecclesiale, dall’inserimento lavorativo ai fondi pensione, dall’advocacy alla sagra del tartufo.
Il tutto crea una economia buona contrapposta ad una cattiva. Una visione manichea in cui il mondo è fatto da capitalisti, brutti e cattivi e da capitalisti sociali, buoni e belli. Il capitale sociale, quella cosa che invece che metter via soldi mette da parte relazioni, o meglio i succitati beni relazionali, diviene paradigmatico di cosa buona e giusta. Una teoria che nella sua versione volgare e imbarbarita sostiene che il fatto che le persone che si mettano assieme ha un valore in sé (p.42).
Eppure non tutto l'oro luccica e gli studiosi al proposito distinguono tra capitale sociale brinding e bonding: quello cioè che crea ponti e quello che invece crea recinti (p.62). E se appare semplice riconoscere il valore relazionale di uno scambio fra un operatore ed un ragazzo svantaggiato, fra un disabile e il suo educatore, fra un migrante e un mediatore, assai più dura è la valorizzazione relazionale del fare centinaia di chilometri da un luogo comunitario ad un altro, del cambiare cateteri o pannoloni a disabili o anziani non autosufficienti, e, ancor meno prosaicamente, sporcarsi le mani per far sì che gli appalti siano realmente trasparenti.
Il crinale fra ciò che è giusto e ciò che non lo è, sembra essere il modo in cui il guadagno venga rimesso, o non, in circolo. Una visione economicistica che sposta l'attenzione dal risultato del lavoro al risultante del lavoro.
Il problema è l'immagine generalizzata di una economia buona perché persegue solo vantaggi sociali contrapposta ad una cattiva delle imprese private che invece persegue il profitto a tutti i costi: una piccola nemesi marxiana, insomma che si personifica nella distinzione fra me-economy e we-economy (p.64).
Così sotto il cappello del non lucrativo lo Stato ha delegato immani quantità di risorse economiche ad un mercato che ex lege sembra non poter avere l’unica caratteristica imprescindibile di un mercato: il profitto. La diretta conseguenza è che senza profitto la concorrenza è un concetto più leggero, verrebbe da argomentare, ma nel caso della concorrenza tra istituzioni non profit, è evidente che, per così dire , se una cooperativa sociale è avvantaggiata rispetto ad un impresa privata, una associazione di volontariato- che ha costi di personale molto inferiori proprio in relazione al lavoro volontario- è ancora più avvantaggiata. Si rischia così, di innescare una catena di concorrenza sleale, che usualmente serve a far risparmiare il settore pubblico ma non necessariamente a offrire servizi migliori agli utenti (p.107).
Credo di avere letto poche volte, in questi anni di lavoro sociale, analisi più lucida e veritiera di questa. Ogni giorno, anche nella nostra piccola realtà locale, nel mio lavoro quotidiano, ho visto operatori fare i volontari senza doverlo fare, e volontari fare ciò che gli operatori avrebbero dovuto fare.
Il tutto viene giustificato, catalogato con un banale riconoscimento statutario, una adesione, formale e legale, a norme affastellate senza un disegno organico e senza, cosa assai più grave, un criterio di valutazione ex post degno di nota.
Così si usano nella creazione e poi valutazione di processi complessi e invasivi della vita dei cittadini, come possono essere una casa di riposo, una comunità di accoglienza per madri o un CIE, il massimo ribasso (spesso camuffato in bandi dal barocchismo imperante), sistemi di advocacy del tutto arbitrarie o coprogettazioni formali più che reali.
I difetti della valutazione sono noti e che i valutatori siano spesso anche i valutati non aiuta, così come non aiuta che il giudizio si basi su indicatori eccessivamente semplicistici, che non tengano conto delle differenze nella situazione finanziaria, operativa, organizzativa e di governance delle organizzazioni (p.136).
Oggi la realtà non profit italiana, fra le più complesse e articolate d'Europa, cerca di operare per il bene pubblico spesso sostituendosi integralmente a quella funzione di offerta sociale che la nostra legge delega allo Stato, e ai suoi enti periferici. Nella realtà questa delega è sempre più oggetto di guerre di mercato per l'acquisizione di quote importanti nei territori della sanità , del sociale, dell'educazione, della cultura.
Giovanni Moro, ancora una volta, tocca il punto dolente e fa male. Meglio così.