chi cerca trova

sabato 18 dicembre 2010

Recensione Ippogrifo- Paola Liberace Contro gli asili nido

Paola Liberace

Contro gli asili nido


Editore Rubbettino
Collana Problemi aperti
Data uscita 22/07/2009
Pagine 88
EAN 9788849824216

€ 10,00

Ci sono libri che suscitano dubbi, provocano ripensamenti, altri che confermano certezze, consolidano convinzioni.

Preferisco sempre di più i primi ai secondi.

Il breve, denso, pamphlet di Paola Liberace, giornalista, blogger e madre di due figli, nell'incipit si chiede “perché una mamma che lavora, soddisfatta utente di un buon asilo nido privato, dovrebbe scrivere un libro contro gli asili nido?”

Già, perché, verrebbe da chiedersi di conseguenza, un genitore che lavora, soddisfatto utente di un asilo nido pubblico, dovrebbe recensire un tale libro?

I motivi sono tanti e ogni pagina letta ne ha aggiunto di nuovi.

L'aspetto politico

Iniziamo con cosa non è il libro: non è una crociata libertaria sul lassaiz faire individualista, ne un'acritica critica anti marxista. É, a discapito del titolo, un excursus storico, legislativo e statistico sull'offerta delle strutture prima infanzia in Italia,ed è soprattutto un'analisi impietosa sul fallimento della politica familiare, della conciliazione, della maternità e della natalità.

La sensazione che rimane dopo un pomeriggio di lettura è che il nostro pensiero politico contemporaneo (italiano intendo) sia lontanissimo da qualsiasi principio liberale di autodeterminazione delle scelte individuali e familiari, sia, sempre il nostro pensiero politico, altrettanto lontano da approcci socialisti e riformisti, capaci di attuare principi di sussidiarietà, solidarietà ed efficienza di un welfare state moderno ed universalistico.

Nonostante i tentativi di inghiottire l'amaro in bocca, il nostro pensiero politico, e, di conseguenza, il nostro apparato politico, statuale, mi sembra ancorato ad un familismo arcaico e incongruente con le evoluzioni sociali, lavorative e culturali degli ultimi decenni. Mi sembra legato ad una concezione del mercato del lavoro keinesiana, quando dovrebbe essere liberista, e liberista quando dovrebbe essere keinesiana, liberista con i precari e keinesiana con monopolisti, infine ad una concezione dei processi decisionali democratici strumentali, localisti ed autoreferenziali.

In questo contesto tutte le scelte, come spesso accade in Italia, appaiono mezzo giuste o mezzo sbagliate, soprattutto non sembrano mai esaustive ne tanto meno risolutive.

Il libro mi ha stimolato lo spolvero di vecchi e desueti classici del pensiero politico: Rossi, Rosselli, Einaudi, Gobetti, Salvemini. L'Italia pare abbia attuato, banalizzandola ed esautorandola di ogni significato positivo, la grande utopia del socialismo liberale che tanta speranza diede ad una minoritaria parte dell'antifascismo italiano. Il peggio del socialismo e il peggio del liberalismo sono in Italia espressione di molte delle politiche di welfare, che oggi, grazie alla crisi economica, stanno mostrando tutta la loro inadeguatezza.

Il ruolo della politica, nelle azioni e negli interventi che riguardano la vita degli individui e delle famiglie è fondamentale, ed appare imprescindibile strumento per arrivare ad uno Stato moderno, efficiente e rispondente alle richieste dei cittadini.

Ma è veramente così? Veramente lo Stato si è preso in carico questo ruolo? Veramente lo Stato deve prendersi in carico la famiglia, la genitorialità, l'educazione fin dalla prima infanzia, fino al lifelong learning?

Lo Stato deve veramente occuparsi dei propri sudditi dalla culla alla tomba? Deve applicare un Welfare fortemente comunitario e relazionale che interviene nell’intero ciclo di vita – dal concepimento alla morte naturale - in modo da rafforzare l’autosufficienza della persona e prevenire il formarsi del bisogno, così come auspicò il Libro Bianco di Sacconi un anno fa?

Oppure come sollecita Paola Liberace in conclusione del libro: essere genitori è una questione di libertà e di responsabilità: non si può coltivare la seconda senza tutelare la prima, e aggiungerei: essere cittadini è una questione di libertà e responsabilità?

Il bambino dove lo metto? Dove lo metto chi lo sa?

“Tu lo mandi al nido o hai qualcuno?” e chi è il qualcuno?

Oggi in Italia la famiglia è allargata, o meglio dire immobilizzata in una struttura composta da nonni, genitori, nipoti e solo tale forma pare assicurare una valida alternativa all'Asilo nido.

In realtà la cura dei figli è gerarchica: madre, tutto il resto.

Grande assente è il padre, volente o nolente. La cura è femminile, il reddito maschile. Questa è la realtà, sottaciuta e non affrontata, di tutta l'analisi dell'autrice.

I nonni sono una risorsa, e lo sono ancor di più se non decrepiti, pensionati baby, attivi e svegli e soprattutto vicini.

Verrebbe da dire: nulla di nuovo sotto il sole. La bella famiglia comunitaria, le generazioni che parlano, condividono spazi e saperi. Verrebbe da dire che così non è. La famiglia dove nonni, nipoti, cugini, fratelli, sorelle, vicini, parenti di generazioni ed età molteplici non esiste più. I nonni sono quasi sempre con un solo nipote e non ci sono cugini. Le variabili della modernità lavorativa non permettono tanta socialità comunitaria. I nonni girano con le carrozzine, custodiscono in casa i bimbi e poco più.

Esistono poi le soluzioni “Mary Poppins” ovvero le baby sitter praticamente perfette. Soluzioni che costano più del nido, quanto uno stipendio, e che corrispondono al criterio: una persona davvero qualificata - magari italiana, magari con il diploma di puericultrice, magari pagandole i contributi (p.7). Assai più comune è rivolgersi a giovani ragazze simpatiche, carine, magari alla pari, ma la puericultura rischia di impattare con l'uso smodato dei social network. Oppure si possono prendere due piccioni con una fava: la colf. Può dare un occhio al bambino mentre rassetta casa, è una persona di fiducia, disponibile. Spesso il lavoro di cura è extracomunitario, o neocomunitario, con risultati simili ai paradossi delle badanti: pazienza se parla male italiano e con il pupo si limita a lunghe, silenti passeggiate in carrozzina senza dare un cenno di presenza (p.8).

Dunque il nido è la soluzione: ambiente sicuro e controllato, crescita relazionale del bambino, professionalità del personale, il costo affrontabile se pubblico, più impegnativo se privato. Insomma perfetto, pubblico o privato che sia.

Ma i posti sono sufficienti? Ad essere buoni arriviamo, così dice puntigliosamente la Liberace, all'11% della copertura sulla fascia 0/3 anni, in regioni e provincie come la nostra un po' di più, comunque lontanissimi dal promesso obiettivo del Trattato di Lisbona (dovrebbero raderla al suolo quella città per tutti gli obiettivi che si ostina a farci mancare) del 33% entro il 2010. Certo non possiamo aspirare al 64% della Danimarca e tanto meno al 29% della Francia, eppure a destra e a manca si promette:

prosecuzioni del piano di investimenti in asili aziendali e sociali (PDL) l'asilo nido deve diventare un servizio universale, disponibile per chiunque ne abbia bisogno (PD).

Lavoro e famiglia: due termini, una soluzione.

La partita della famiglia, o meglio della natalità, si gioca nei primi mesi di vita e in termini sempre femminili. L'assunto pare essere: se riesco a tornare a lavoro entro l'anno sono salva.

Stiamo parlando dell'esercito delle volenterose impiegate, come cinicamente le chiama l'autrice, di donne che esaurito il bonus temporale della maternità, corrono ai ripari presidiando il posto di lavoro, e affidando( potrebbero oggi fare altrimenti?) i piccoli di meno di un anno al nido, ai nonni, etc.

Ciò comporta un enorme sforzo di conciliazione integralmente (o quasi) in carico alle donne, comporta acrobatiche peripezie fra nidi, baby sitter e nonne. La soluzione che ci si ostina a cercare è riassunta in poche ed efficaci parole: flessibilità di orari dei nido, servizi integrativi, aperture estive, orari lunghi. Conciliare la famiglia con il lavoro e non il contrario.

Siamo proprio sicuri che sia questa la soluzione?

L'esercito delle donne volenterose impiegate è frutto di lotte per l'emancipazione, per le pari opportunità, per l'eguaglianza di trattamento e salario. La Liberace ci riporta amaramente alla realtà: 20% di donne in posizione manageriale (dati ISTAT 2006), le donne dirigenti sono il 24,5% per di più concentrate nella pubblica amministrazione, e volendo soffrire si continua con differenze nell'ordine del 24% fra retribuzioni maschili e femminili (a favore dei primi ovviamente).

Questo quadro non pare semplificarsi e l'uso degli ammortizzatori sociali, legati alla crisi di questi ultimi due anni, sembra allontanare ancora di più le donne da un mercato del lavoro “conciliante”.

Quello che dovrebbe essere una libera scelta di vita, passare i primi mesi di vita con il proprio figlio, rischia di diventare l'unica soluzione economicamente sostenibile in una famiglia che diventa da plurireddito a monoreddito precario.

Politiche di conciliazione: dov'è il problema?

Il principale fattore di ostacolo tra famiglia e lavoro non è la scarsa disponibilità di posti negli asili nido, ma la strutturazione rigida del lavoro, e l'impossibilità di variare o ridurre l'orario lavorativo (p. 21). Con la forza dei numeri e delle indagini Istat citate, l'autrice ci porta in quella che, dal suo punto di vista liberale, appare essere il vero punto carente del sistema, il nodo irrisolto e non affrontato, delle politiche lavorative, e della famiglia in Italia: la debolezza del mercato del lavoro e del sistema delle opportunità di flessibilità.

Parlare oggi di flessibilità in Italia è pericolosissimo.

Flessibilità è, o meglio è stato fatto diventare, sinonimo di precarietà, ed affidare al precariato la soluzione delle politiche di conciliazione rasenta la bestemmia. Eppure se, come ci invita a fare l'autrice, usciamo da schemi dialettici rigidi e affrontiamo la questione in termini seri e, soprattutto, onesti ci accorgiamo che proprio le donne sono le prime a soffrire di questo paradossale errore.

Il posto fisso è rigido, inchiodato a orari e tempi inconciliabili (se non con un nido ultraflessibile), eppure oggi appare l'unica àncora di certezza della vita familiare.

Il part time è inutilizzato, non richiesto e disincentivato, i congedi un misterioso strumento, il telelavoro eretico, il jobsharing (orribile termine per dire fare in due il lavoro di uno) un mostro in mano ai padroni del vapore e via discorrendo.

Piuttosto si danno bonus una tantum per pagare uno o due mesi di asilo, piuttosto si spendono milioni di euro per raggiungere punti o frazioni di punto percentuali nell'impossibile scalata a Lisbona, piuttosto si escogitano sostegni ed integrazioni al reddito, agevolazioni per far lavorare di più le donne e permettere loro di lasciare i figli ad altri. L'importante è che se hanno un lavoro lo mantengano come prima, più di prima, ma non meglio di prima.

Le donne si preoccupano del ritorno dell'oppressione patriarcale, che le aveva segregate in casa, non battono ciglio di fronte alla segregazione impiegatizia, che la veloce evoluzione delle tecnologie rende ancora più obsoleta della prima- e che per giunta le ha obbligate a disfarsi dei figli.(p.54).

Nonostante la critica ad alcuni aspetti del femminismo, l'autrice ripercorre il solco delle lotte di liberazione femminile più oltranziste degli anni '70, e lo fa abolendo il maschio, dimenticando che le politiche di conciliazione non sono più solo un problema femminile, ma sono sempre più una questione trans-gender, che interessa e coinvolge l'intera struttura delle relazioni sociali.

La Liberace solletica in conclusione la nostra fantasia citando le socialdemocrazie e le liberaldemocrazie: Danimarca, Inghilterra, Francia, DDR. Critica l'approccio universalistico e propone soluzioni differenziate: congedi lunghi per donne e uomini, part time obbligatori, posticipi pensionistici legati a lunghi periodi congedo non retribuito, social networking da casa, lavoro condiviso, banca del tempo e via discorrendo.

Fantasie, fantasticherie per il nostro elefantiaco stato.

Il massimo che l'elefante partorì fu un topolino:

Piccoli ma significativi aggiustamenti nel rigido orario di lavoro possono consentire a molti [sic] la conciliazione tra tempi di lavoro e di famiglia senza compromissione delle possibilità di carriera. (LA VITA BUONA NELLA SOCIETÀ ATTIVA , Libro Bianco sul futuro del modello sociale , maggio 2009 Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali)

Non è un paese per vecchi...

IPPOGRIFO 03 - NON È UN PAESE PER VECCHI?

Editoriale
Interrompiamo il dialogo

A cura di Andrea Satta e Laura Lionetti

Pordenone, domenica 1 aprile 2035
È notizia di questi giorni: in un piccolo Comune, in un quartiere periferico, i residenti hanno deciso di chiudere alcuni luoghi comunitari. Lo hanno fatto contro la volontà delle istituzioni, ma con il favore della popolazione.
Una scelta contro corrente, coraggiosa, frutto di un lungo percorso semiclandestino, un faticoso lavoro di alcuni cittadini, che oserei chiamare illuminati.

Una scelta che, come un fiume carsico, scompare e ricompare nel panorama italiano, un fiume la cui portata rivoluzionaria ancora non conosciamo. La situazione era diventata insostenibile da molto tempo, giovani e vecchi vivono gli stessi luoghi, gli stessi tempi, senza distinzioni, in un caotico e magmatico non luogo intergenerazionale.
È questa parola che da anni condiziona le scelte dei nostri amministratori in materia di lavoro sociale, di welfare, di comunità. Intergenerazionale è divenuto ormai il paradigma imprescindibile dell’agire quotidiano, nulla può essere fatto senza che questa diventi una condicio sine qua non.
Ogni iniziativa ha l’obbligo morale, prima ancora che normativo, di includere in termini intergenerazionali tutti i cittadini. Il dialogo fra generazioni è ormai prassi consolidata da decenni e nessuno pare oggi in grado di proporre alternative al modello vigente.
È giusto? Cosa significa realmente intergenerazionale?

Alcuni mesi fa ho visitato, accompagnato da un solerte amministratore, uno di questi luoghi e ne sono rimasto profondamente colpito.
Il mio cicerone mi ha spiegato come giovani, bambini e anziani lì giocassero insieme, che le associazioni, con la sede nella struttura e nate per volontà di alcuni abitanti del quartiere, fossero rigorosamente senza distinzione di età, e che queste ogni anno organizzassero feste, incontri, manifestazioni di solidarietà tutti insieme sempre.
Nell’ampio locale un gruppetto di ragazzi giocava a calcetto con i propri nonni e alcune ragazze discutevano, costruendo delle strane palle di stoffa, con delle vetuste signore.
Il calendario dello spazio comunitario prevedeva un inquietante incontro dibattito dal tema “Nuovi Social network: sono diventati classisti?”. Mi son fermato parlare con Gina, così si chiamava una ragazza fra le più impegnate, sconvolta dalla proliferazione di gruppi chiusi di giovani, che mi ha raccontato come sia sempre più facile trovare luoghi e situazioni di vero e proprio apartheid generazionale.
Ha usato questo vecchio termine che da anni non sentivo: apartheid. Ha continuato sempre più infervorata: «I vecchi si trovano fra di loro ed escludono i giovani e viceversa, lo scriva del pericolo che stiamo correndo!».
Raccontava di aver avuto un contatto con una piccola associazione informale di giovani e di aver cercato di coinvolgerli in un processo di comunitario. La risposta era stata secca e violenta: «Noi con i vecchi non ci vogliamo stare!».

Il sintomo di una profonda crisi del modello sociale, che negli ultimi vent’anni ha portato a condividere spazi, fondere iniziative e desideri, ad omologare aspettative, a scambiarsi esperienze, a vivere le stesse emozioni, è sempre più evidente soprattutto nei luoghi informali della rete e, lentamente ma inesorabilmente, nei luoghi del vivere quotidiano.
Gruppi di discussione, vilipesi e osteggiati dalle istituzioni, dagli educatori, dai politici, dagli intellettuali, propagandano, in modo sempre meno clandestino, la divisione, il ritorno agli scontri generazionali, ad un mondo in cui vecchi erano vecchi e i giovani giovani.
Quest’indiscussa mescolanza di età, l’approccio universalistico, intergenerazionale, omologante inizia oggi a mostrare la corda. Gli anziani, così come i giovani, non sanno più riconoscersi in un modello di riferimento proprio, identitario. Io stesso, che ho vissuto integralmente la mia vita lavorativa in questo contesto, ho oggi difficoltà a riconoscermi in una mia generazione. Si vive il tempo biologico senza soluzione di continuità, si è annullata in via definitiva l’età di mezzo, culturalmente indecente, una sorta di medioevo oscuro e indefinito stretto fra un’eterna giovinezza ed una giovanile anzianità. La domanda da porsi ora è: dove sono finiti gli adulti? A forza di parlare e dialogare fra giovani e anziani, fra meno giovani e meno anziani, abbiamo annullato ciò che Dante proponeva come «nel mezzo del cammin di nostra vita». Siamo sempre e comunque giovani, almeno fino alla morte.
Le classi di età tendono a sparire, rimangono come residuato concettuale arcaico, legato a riti di passaggio che la nostra società tende a rimuovere, o peggio, a slegare dal concetto di età.
La formazione, la stessa educazione, è ormai un concetto senza età, la scuola è infinita, l’apprendimento è continuo, lungo tutta la vita. Il lavoro è senza inizio e senza fine certa, il lunghissimo processo di deprecarizzazione, che fu avviato all’inizio della seconda decade del 2000, ha portato oggi a non essere più in grado di definire come e quando la nostra vita lavorativa si svolgerà. La famiglia, la procreazione, la cura dei figli è decontestualizzata, affidata a luoghi perfetti in cui il bambino impari il rapporto continuo e costruttivo con le altre età, in cui i conflitti generazionali siano appianati, risolti sul nascere, inibiti.
Chi si discosta da questo, chi cerca un’identità mutevole con il tempo, un’identità che cambia con il cambiare delle stagioni della vita, è considerato eretico, malato, asociale, svantaggiato, disagiato, a seconda di chi questi giudizi li esprime e di come lo fa.
La nostra società non ha più, da molti anni, scontri sociali, non ha più violenza giovanile e intemperanze senili, la nostra società è placidamente votata al dialogo senza aver più nulla di cui discutere e nulla da trasmettere.

Almeno fino ad oggi. (AS)


Nel 2008 la rivista Ippogrifo con il sostegno della Provincia di Pordenone e in collaborazione con l’Ass6, il Comune di Pordenone, le cooperative sociali Acli, Fai, Itaca, il liceo “Leopardi-Majorana”, hanno organizzato i seminari trasversali sul tema “La realtà e le prospettive del lavoro in rete”, rivolti a chi opera nella scuola, nei campi della salute e dell’assistenza, nella progettazione e amministrazione pubblica, conclusosi poi con un convegno e la pubblicazione di un numero di questa rivista.
I seminari hanno avuto la particolarità di far lavorare assieme persone che solitamente operano in servizi diversi (scuola, anziani, salute mentale, ecc.). In quell’occasione ci si è confrontati sulla questione della leadership e della crisi della leadership nelle istituzioni, sulla vaghezza del concetto di rete e la necessità di individuare dei dispositivi con cui calare nell’operatività quotidiana le idee di fondo.
Ci eravamo lasciati con la proposta di mettere in atto un dispositivo trasversale, a partire da una leadership più presente, che responsabilizzasse, monitorandone poi gli sviluppi, alcuni gruppi di operatori chiamati ad avviare percorsi di lettura del bisogno e di risposta alla domanda, che abbiamo chiamato “operatori di collegamento”.
Come siamo arrivati alla questione dell’inter-generazionalità?
Ci siamo arrivati attraverso l’incontro di pensieri, attraverso il fatto che i Piani di Zona tacciono, focalizzando infine quell’area dove forse è più visibile la difficoltà dell’incontro e quindi del collegamento; quell’area che rappresenta il dialogo fra le generazioni.
Sappiamo tutti che in realtà il discorso è molto più complesso. Viviamo in sistemi chiusi (servizi, generazioni, abitazioni, individui), sistemi che convivono numerosi e i cui codici non entrano mai in comunicazione e non si capiscono.
Ma ci deve pur essere una strada verso il cambiamento, almeno un sentiero verso il tentativo di un cambiamento… La riflessione si è approfondita nelle tre giornate di eventi, convegni, iniziative, film “Non è un paese per vecchi? Il dialogo (interrotto) tra le generazioni”, realizzate a Pordenone a gennaio 2010, da cui sono stati tratti alcuni degli articoli presenti in questo numero.
Allora, riprendendo le parole di Pier Giulio Branca, visto che non è un paese per vecchi, ma forse nemmeno per giovani, né per nessuno, una strada possibile è il ripensare la comunità, non solo come il contesto per gli interventi individuali o collettivi, né solo come una risorsa, ma anche come il soggetto e l’oggetto dell’intervento.
I soggetti cambiano le condizioni se sviluppano senso di responsabilità o senso di proprietà rispetto al problema, abilitano competenze partecipatorie, percepiscono di avere un potere, accrescono il senso di comunità. La logica di fondo di questo scenario è l’empowerment. Empowerment, inteso come incremento delle capacità delle persone di passare dalla cosiddetta situazione di “passività appresa” del soggetto che ha sviluppato un sentimento di impotenza di fronte alle esperienze, “all’apprendimento della speranza” derivata dal sentimento di aumentato controllo sugli eventi, tramite la partecipazione e l’impegno nella propria comunità.
Empowerment si declina nello “sviluppo di comunità” e consiste nel processo per cui si supportano le persone nel miglioramento delle loro comunità attraverso azioni collettive. Tale lavoro si fonda sul riconoscere che la presenza di comunità sane non soltanto migliora la qualità della vita di chi ne fa parte, ma facilita anche l’erogazione dei servizi che in mancanza di un’adeguata organizzazione comunitaria non risulterebbero altrettanto efficaci. Quindi l’incontro tra le generazioni, che poi è anche incontro tra le istituzioni e in fondo incontro tra persone, ci è parso il terreno su cui focalizzare la riflessione e le proposte operative di azioni di dialogo e attivazione della comunità. (LL)

giovedì 16 dicembre 2010

a 16 anni avevo ragione.

a volte penso che l'italiano medio pecchi di un brutto difetto: sottovaluta se stesso. E i risultati si vedono in ciò che elegge a rappresentare se stesso.
Ho pensato a questo dal giorno in cui in Italia si è smesso di far politica, di parlare di politica, di vivere la politica. E' un giorno che dura da anni, almeno 15 direi.
Da un paio d'anni, guarda caso in concomitanza con l'avvento dell'ultimo governo stalinista d'Italia (ce ne sono stati altri tre prima ma meno ortodossi), ho consolidato questa opinione da quando, come nella peggior parodia del comunismo mangia bambini, donne minorenni venivano offerte ai dignitari del politburo.
Mi immagino un vecchio film anni 70 dai colori sbiaditi, giallastri, in cui vecchi orrendi e bavosi si accoppiano selvaggiamente con ragazze belle e affamate, tavoli di caviale e champagne, con dietro le foto di baffoni severi. Controcampo: la massa di poveri operai, negozianti, soldati dell'armata costretti a far finta che tutto va bene, leggendo l'unico giornale e ascoltando l'unica televisione. E poi spie ovunque, dignitari di partito che ostentano ricchezza davanti alla massa, parodie militari davanti a dittatori, purghe interne al partito e doni ai fedelissimi...

Mi son ritrovato a pensarmi a 16 anni fieramente anti (comunista e fascista) equiparare la manca e la destra allo stesso schema orribile. Non ero sprovveduto, sapevo, e so, distinguere le ragioni politiche da quelle etniche, il totalitarismo clericale da quello bolscevico. Non ho mai detto ne pensato che lo stalinismo e il nazismo siano la stessa cosa. Ma ho sempre pensato che ne l'uno ne l'altro avessero con me nulla a cui spartire.
Oggi vedo che queste differenze non le fa più nessuno facendo torto a partigiani e repubblichini, ad antifascisti e fascisti, ad anticomunisti e comunisti. Il torto sta nel credere che basti dire che si è tutti uguali per assolversi.

Ognuno di noi è diverso, profondamente diverso dall'altro, e solo con questa coscienza si può essere Stato, comunità, società. Perchè l'individuo fa la società e non il contrario.

Almeno in democrazia.

martedì 14 dicembre 2010

ancora 2 anni...


Lo dico da mesi, da quando in Italia è nata finalmente l'alternativa di destra, lo dico mentre stiamo ancora aspettando quella di sinistra, ci vorranno ancora due anni per tornare ad essere un paese civile.
Due anni perchè crolli, macerato dal potere, il castello di carte con cui l'eccelso trombatore idraulico copre le sue disgrazie di inetto governatore.
Due anni perchè prima avremmo governi nuovi, forse elezioni fasulle, rivendicazioni di governi del fare (i cazzi propri).
Due anni perchè si possa scegliere fra destra e sinistra (una liberale e progressista e una liberale e conservatrice, o una progressista e conservatrice e una liberale liberale, è irrilevante) fra due partiti che rappresentino i propri elettori in campagna elettorale, il proprio paese al governo, e il proprio programma di fronte al corpo elettorale. Questa si chiama democrazia.
Se uno non sa governare (ed è l'esempio lampante dell'incapace dormiglione) non verrà rieletto. e basta.

Due anni, se dio vorrà, due lunghissimi anni.

PS Dovremmo tutti, fascisti, comunisti, democristiani, radicali, liberali e repubblicani, socialdemocratici e socialisti, ringraziare Fini per averci ricordato cos'era la politica.
Non sudditanza ma libertà. Non obbedienza ma eresia. Non conservazione ma rivoluzione. Non denaro ma sudore e fatica. Non Violenza ma nonviolenza.

Questo era e oggi per alcuni di noi potrà tornare ad esserlo... qualsiasi sia il proprio partito.

giovedì 2 dicembre 2010

nostalgia del primo voto


europee 1989, preferenza Marco Taradash

I nostri soldi a Bertolaso

ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. - Al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell'economia e delle finanze. - Per sapere - premesso che:
l'11 novembre 2010, Guido Bertolaso, ha lasciato il vertice della Protezione civile che ricopriva dal 2001 per andare in pensione;
dal 2001 la competenza della Protezione civile si è ampliata a ricomprendere i cosiddetti «grandi eventi» con 34 dichiarazioni adottate in tale senso e con 81 gestioni commissariali istituite in seguito alla dichiarazione di stato d'emergenza o di «grande evento»;
nella XVI legislatura in corso, da maggio 2008 ad agosto 2010, in 63 riunioni del Consiglio dei ministri, su 104 complessivamente tenute, sono stati adottati 154 provvedimenti d'emergenza che nel dettaglio hanno riguardato: 47 dichiarazioni dello stato di emergenza; 107 proroghe dello stato d'emergenza;
l'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha presentato, il 22 giugno 2010, la sua relazione che, al capitolo VII sugli interventi emergenziali, rivolge particolare attenzione a quelli realizzati a seguito di ordinanze di protezione civile comprese quelle relative ai «grandi eventi» e dall'analisi delle ordinanze di protezione civile emanate dal 1o gennaio 2001 al 31 marzo 2010 fa emergere che quelle relative al settore appalti sono state 302 e hanno riguardato uno stanziamento complessivo di risorse pubbliche pari a 12.894.770.574,38 euro così ripartite negli anni:

Anno Importo spesa globale N. ordinanze2001 1.956.118.571,91 28 2002 1.109.004.356,10 33 2003 283.763.347,26 24 2004 730.730.577,28 30 2005 253.074.138,76 24 2006 2.788.111.622,26 34 2007 1.057.819.764,68 39 2008 2.730.451.115,39 41 2009 3.939.859.534,08 49 totale 12.894.770.574,38 302

tra le disposizioni del codice dei contratti pubblici più di frequente derogate si rinvengono quelle relative alla figura del responsabile del procedimento, alla qualificazione necessaria per eseguire i lavori, alle procedure di scelta del contraente, alle modalità di pubblicazione dei bandi ed ai relativi termini, ai criteri di selezione delle offerte e verifica delle offerte anormalmente basse, alla progettazione, alle garanzie in fase di gara ed esecuzione, ai subappalti;
l'elaborazione dei dati che emergono dal numero delle ordinanze esaminate, dalla tipologia delle disposizioni derogate e dagli importi stanziati per gli interventi urgenti, permette di evidenziare che nell'arco dell'ultimo decennio una fetta rilevante di spesa pubblica è stata impiegata per investimenti relativi ad interventi sottratti in tutto o in parte non solo all'osservanza delle procedure previste dal codice degli appalti, ma, in alcuni casi di non poca rilevanza e specialmente nell'ambito dei «grandi eventi», anche ad ogni attività di rilevazione e controllo da parte dell'Autorità di vigilanza;

si tratta inoltre di atti sottratti al controllo preventivo della Corte dei conti come si evince dalla norma di interpretazione autentica di cui all'articolo 14 del decreto-legge n. 90 del 2008, convertito con modificazioni dalla legge n. 123 del 2008;
la Corte dei conti nella recente deliberazione n. 5 del 2010 ha suggerito un contenimento dello strumento del «grande evento», suggerimento condiviso anche dall'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, che ha sottolineato non solo i profili di legittimità ma anche «la necessità di evitare turbative di mercato che si traducono in una sistematica alterazione della libera concorrenza»;
il 19 ottobre 2010, in occasione dell'insediamento del neo presidente dei magistrati contabili, Luigi Giampaolino, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Gianni Letta, nel suo intervento alla cerimonia ha dichiarato che: «Il governo, in un contesto di leale cooperazione istituzionale - ha detto Letta - vede nello svolgimento delle funzioni della Corte un supporto importante, cui ricorrere anche oltre i limiti strettamente imposti dalla legge, ad esempio avvalendosi della facoltà di avviare alcuni rilevanti provvedimenti al controllo preventivo di legittimità della Corte», lasciando intendere l'intenzione del Governo di sottoporre al controllo della Corte dei conti anche le ordinanze della Protezione civile per le quali la legge non impone tale passaggio;
nella risposta del 15 aprile 2010 all'interrogazione n. 2-00647, lo stesso Guido Bertolaso affermava che: «Per quanto attiene alla rendicontazione delle spese, l'articolo 5, comma 5-bis della legge 24 febbraio 1992, n. 225 prevede che i Commissari delegati rendicontino, entro il quarantesimo giorno dalla chiusura di ciascun esercizio e dal termine della gestione o del loro incarico, le entrate e le spese riguardanti l'intervento delegato. I rendiconti corredati dalla documentazione giustificativa debbono essere trasmessi, per i relativi controlli, al Ministero dell'economia e delle finanze» e che «al fine di assicurare la massima trasparenza a tutte le attività di competenza del Dipartimento di protezione civile ... erano in corso di predisposizione i relativi supporti informatici» -:
se si intenda pubblicare on line ed in che tempi, la rendicontazione analitica dell'operato del Commissario delegato nominato con ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3824 del 25 novembre 2009 per l'emergenza Friuli Venezia Giulia avversità atmosferiche del 4 settembre 2009;
se, considerando anche la durata pluriennale della gestione commissariale, il dipartimento abbia tenuto una contabilità aggiornata e dettagliata della stessa.
(4-09851)

Sacrosante domande...


Sacrosante domande:

E allora, noi che stiamo qua fuori, facciamo e facciamoci un po’ di domande sacrosante. Potreste avere fiducia in una persona che se ne va in giro a fare le corna? O ad alzare il dito medio come se fosse un “ciao ciao”? E dareste davvero fiducia a uno che dice: “Fra tre giorni è tutto risolto!”. Dareste fiducia a uno che ama raccontare barzellette sugli ebrei?
Magari con bestemmia finale. E dareste fiducia a uno che sorride sempre, anche se non c’è niente da ridere? E a uno che dice: meglio playboy che gay? Chi di voi avrebbe fiducia in un anziano signore che ama farsi accompagnare da ragazze diciottenni? E lo rivendica con soddisfazione. Rispondete onestamente. E chi, ancora, può aver fiducia in un vecchio che vuole essere e sentirsi giovane a tutti i costi? Gli affidereste il destino di vostra figlia? E dareste fiducia a uno che dice di una ragazza in coma vegetativo da sedici anni: “Può ancora avere figli”? E a uno che dà del coglione a chi non lo vota? E a uno che detiene il potere televisivo e si lamenta perché ne ha troppo poco? Avreste davvero fiducia in una persona che pretende di avere sempre ragione? E che caccia i dissidenti dal suo “partito”. Avreste fiducia in una persona che scaglia i suoi giornali contro gli oppositori? E di una che fa il baciamano a Gheddafi? E che va orgoglioso di essere amico di Putin? Avreste fiducia in uno che pensa che esistono ancora i comunisti (tranne Putin)? E in uno che da sedici anni legge lo stesso discorso? (filippo rossi)

a cui non sappiamo dare risposte serie...