Condaghe cinguetta

lunedì 23 settembre 2013

La comunità è un bicchiere mezzo pieno

La comunità  è un bicchiere mezzo pieno
di andrea satta


Definire ciò che è giusto e ciò che è utile nel sociale comporta sempre ri-definire il nostro modo di essere all'interno della comunità. Questo vale prima di tutto per le istituzioni, per gli operatori sociali ma anche, a volte ce ne dimentichiamo, per ogni cittadino.Entrambe le parole sono giuste ed utili per definire una qualsiasi strategia che voglia modificare radicalmente il sistema del welfare locale. Si tratta di pensare al nostro futuro senza che a farne le spese sia il nostro oggi. Nel lavoro di progettazione sociale calcolare le ricadute sulla lunga durata è un’operazione complessa. La materia su cui prevedere le conseguenze è estremamente pericolosa: l’uomo. Di esso possiamo calcolare l’altezza, il peso, la capacità cranica, il rischio di insorgere di malattie, ma non riusciremo mai a calco-lare come ciò che togliamo oggi creerà un’assenza domani.Un’assenza che si ripercuote non solo sull'offerta dei servizi ma che ricade sui corpi, le relazioni e il vivere in comunità.La comunità è formata sempre e unicamente da individui e non è un soggetto terzo dal tratto etico e morale. Per questo pensarla aprioristicamente e giuridicamente come un luogo perfettibile da modificare porta a immaginare comunità “perfette” ma totali. Da moltissimi anni si discute sull'istituzione totale e la si critica. Oggi a trenta, quarant'anni di distanza si è passati da istituzione a comunità totale, credendo che questo sia sviluppo, in realtà ricadendo inconsapevolmente su un modello di welfare di comunità in voga negli anni trenta del secolo scorso. Il vero problema oggi è riconoscere “le comunità” e solo dopo, individuare un welfare adatto ad esse. Esiste una comunità ideale che alimenta se stessa cadendo nello stesso errore delle istituzioni, come in anni non sospetti ricordava Ivan Illich, parlando della medicina che crea le malattie e della scuola che crea l’ignoranza. Questo paradosso si sta riversando nell'idealizzazione di una società in cui l’integrazione non ha bisogno di cura e  la comunità crea sempre necessariamente benessere.
Far parte di questa comunità ideale, fatta di uomini e donne accoglienti, integranti, partecipanti e solidali, crea una meravigliosa dipendenza. In questa comunità si sta bene. Peccato che non esista. Immaginare l’inserimento di persone espulse dalla società per le loro debolezze come processo virtuoso a carico della stessa società che li ha espulsi è come minimo presuntuoso. Pensare altrimenti a una società in grado d’integrare al suo interno il singolo nel rispetto delle sue peculiarità significa, offrire ad ognuno gli strumenti adatti ed efficaci a migliorare la qualità della vita.
Viviamo la peggior crisi degli ultimi cinquant’anni e facciamo finta che la comunità sia ancora in grado di sopportare il peso, l’onere e il costo della difficoltà pubblica di gestire il welfare.
Un approccio etico, partecipativo, ed efficiente può nascondere un sistema di welfare ideale in grado solo di perpetuare se stesso, in condizioni di protezione e tutela. Quella comunità accogliente, integrante, partecipata e solidale, se mai è esistita, oggi combatte quotidianamente con l’indifferenza, l’omologazione e l’intolleranza, lasciando nella marginalità proprio quelli che più hanno bisogno di essere integrati.
Al di là di ogni retorica restituire la delega politica e assistenziale alla comunità, sperando che essa oggi sia in grado di sopportarne oneri, onori e denari è utopistico. La politica ha la delega dei cittadini per amministrare, attraverso le tasse, la cosa pubblica, e con il paravento della spending review e della casta, si deresponsabilizza e abbandona la comunità, ma sarebbe più corretto dire quella parte più fragile della comunità, ad un’autogestione priva di mezzi, di capacità e di risorse finanziarie.  
Il welfare di comunità nasconde dietro la sua ragionevolezza etica e la sua morale partecipativa una visione del mondo totalizzante. In realtà è l’intera comunità ad essere fragile e allo stesso tempo frazionata in un disagio sempre più individuale. Il ruolo del terzo settore, dei servizi, delle istituzioni, deve essere di risposta alla quotidianità, attraverso servizi che ricostruiscano il senso di appartenenza, di dignità e di autodeterminazione, utilizzando tutto ciò che già esiste per rinforzare la comunità e creare nuovamente i presupposti perché essa possa diventare finalmente accogliente.

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