Condaghe cinguetta

venerdì 14 febbraio 2014

RECENSIONE DI TACCUINO SIRIANO

RECENSIONE DI TACCUINO SIRIANO su Ippogrifo 
di Andrea Satta



Taccuino siriano (16 gennaio-2 febbraio 2012)
Di Jonathan Littell,
pp. 193
ISBN 9788806213824

La guerra è sempre un gioco al massacro e Jonathan Littell lo sa.
La Siria di Bashar al-Assad è uno di quei prodotti della guerra fredda che, finita, si sono scaldati velocemente. Il mondo arabo, o se si preferisce l'Islam, appare come un uovo nel microonde: scoppierà sicuramente. Il microonde siamo noi, la nostra terra e la nostra storia. A scanso di equivoci nostra è in senso universale, di umanità.
La tragedia siriana, ancora oggi lontanissima da vedere una soluzione diversa dalla carneficina, altro non è che lo specchio distorto di un modo di pensare il mondo. Un pianeta in cui pensiamo di poter giocare alla guerra dividendo il planisfero in settori, regioni, religioni, razze. Eppure, come qualsiasi buon giocatore di Risiko! sa, per conquistare un qualsiasi obiettivo bisogna sempre partecipare ad una guerra totale.
La guerra non è mai giusta o sbagliata è semplicemente, e banalmente, il peggior metodo per risolvere le controversie, spesso è l'unico che si vuole o che si può intraprendere. Questa visione cinica è continuamente presente nei discorsi degli ospiti, delle guide nell'inferno siriano che accompagnano Littell da un quartiere all'altro. Essere giornalisti è una strana condizione privilegiata, permette di dire, fotografare, registrare crudeltà e pietà con lo stesso registro, lo stesso strumento. Eppure proprio oggi che tutto è comunicazione appare sempre più debole il potere dei media, la forza della diplomazia e della ragione di fronte all'eccesso dei dittatori, alla rigidità fondamentalista dei ribelli, alla superficialità e disattenzione del resto del mondo.
«Usciti da Homs, quei giornalisti non hanno invece mancato di rendere omaggio a quanti li avevano aiutati e commentare con parole molto appropriate e molto dure la carneficina che si svolgeva nell'indifferenza quasi generale. Sì, alcuni governanti l'hanno violentemente condannata; però hanno lasciato fare. Mi si dirà che non avevano scelta. Potrei rispondere che una scelta l'abbiamo sempre, come l'avevano coloro che in Siria si sono ribellati contro  Bashar al-Assad e il suo regime marcio, ammuffito, e comunque, a lungo andare, condannato.»

La scrittura di Littell è spesso fastidiosa, chi ha affrontato il romanzo fiume Le Benevole lo sa, ricca di riferimenti corporali, quotidiani, solo apparentemente banali, una scrittura che, pur rasentando la morbosità, non scade mai nel pornografico.
É questa la forza di chi vuol raccontare l'ennesima tragedia di quella primavera araba che nessuno, né i fondamentalisti né la Russia né l'Occidente né la Lega Araba, vogliono non violenta e democratica.
Appunti di viaggio? Reportage di guerra? Aneddotica macabra? Pamphlet politico? Littell, come aveva già fatto in Cecenia, anno III e in Il secco e l'umido. Breve incursione in territorio fascista  affronta la politica con disincanto, la guerra con maniacale attenzione ai particolari alle nomenclature, alle sofferenze fisiche.
«In teoria non dovremmo passare sulle mine. Ci sono altri modi per attraversare, che funzionano bene, salvo imprevisti. Lui ha dovuto farlo una sola volta. Ma se proprio non si può evitare, non è un problema: quindici giorni dopo che l’esercito aveva posato le mine, due mesi fa, l’Esl ha bonificato un corridoio largo tre metri al centro della zona minata. Un tizio ci ha rimesso le gambe. Gli uomini scherzano: «Bum!» e con le mani sulle spalle mimano le ali di un angelo. Il corridoio è segnalato da pietre, e i contrabbandieri lo usano regolarmente. Collera: «Se bisogna attraversarlo, andrò avanti io. Le vostre vite sono piú importanti della mia». Ampolloso ma sincero.»
Si percepisce, anche nella frammentazione continua del taccuino, la volontà di descrivere spezzoni di una realtà disfatta, parcellizzata, atomizzata in gruppi combattenti, in comandanti, profeti e agitatori.
Le guerre moderne sono, nonostante le grandi potenze facciano ancora fatica a comprenderlo, cluster bomb. Sono quel tipo di ordigno che invece che colpire l'avversario in modo semplice e preciso, disseminano il terreno di mine microscopiche, frantumano le bombe in schegge onnipresenti, frantumano la quotidianità trasformando una strada in un inferno e la strada successiva nella salvezza. Quartiere e vie sono microcosmi dove il venditore di falafel, il pronto soccorso illegale, le case, i cimiteri, i nidi di cecchini e i posti di blocchi convivono conquistando legittimità nella conta macabra dei sommersi e dei salvati.
Taccuino siriano narra del viaggio di due settimane, da inviato di Le Monde, fra le fila dell'Esl, l'Esercito Siriano Libero. Un viaggio a Homs, città martire che per qualche mese ha tenuto banco sulle pagine dei giornali internazionali, e che, per molti versi, è paradigmatica del modo di fare rivoluzione nel mondo arabo.
Homs non è diversa da Misurata, né da Bengasi: è un luogo in cui dall'apparente calma si scatena una rivoluzione. Prima si manifesta, e gli occidentali paternamente approvano la primavera, poi il regime di turno bombarda, e gli occidentali paternamente rimproverano il dittatore (amico fino al giorno prima) di essere maleducato, poi gli insorti si armano, e gli occidentali sganciano mancette sotto forma di armi leggere, infine, arrivato l'inverno, gli insorti muoiono, il regime s'incattivisce, gli occidentali pontificano e, se hanno armi in smaltimento, bombardano. Se questo dura un anno, due anni ciò che rimane sono solo macerie, ottimo presupposto per un altro regime e un'altra guerra fratricida.

Littell corre da un ospedale all'altro da un posto di blocco ad una postazione di insorti armati del sovietico Rpg (lanciagranate anticarro portatile), da una manifestazione ad un funerale, lo fa mangiando falafel, kebab e raccontandoci della sua febbre, delle docce, degli appartamenti arredati all'occidentale ma senza donne, dei bambini armati e dei bambini bersaglio dei cecchini. Littell mette tutto sullo stesso piano, come fa la vita in luoghi di guerra. Nessuna differenza fra vita e morte, solo saper correre più veloci o trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.
«La vita dei soldati: dormire, mangiare, pulire le armi, montare la guardia, e di tanto in tanto combattere. Molta pazienza e molta noia per poche ore intense, che a volte concludono con una ferita , o con la morte.»


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