Condaghe cinguetta

lunedì 21 marzo 2011

Liberali e liberisti, altro che PdL

Dal ilfuturista

Francesco Linguiti

Liberale. Una parola che tutti usano; in molti si definiscono liberali o affermano di avere un atteggiamento tale.
Liberalismo. Un modo di pensare e di essere che tutti citano. Liberalismo di su, liberalismo di giù, di qua e di là.
Molti usano queste parole a vanvera, molti con cognizione di causa ed alcuni solo ed esclusivamente per farla franca, guastando termini che derivano dal latino liber (libero), di etimologia incerta, così come è incerto l’uso e l’abuso che molti politici italiani ne fanno. Quindi, siamo sicuri di conoscere il significato di “liberale” e di “liberalismo”?
Bene, provo a scrivere un articoletto che si pone, velleitariamente, il fine di spiegare cosa voglia dire liberale e liberalismo nella filosofia politica. A proposito del pensiero liberale Benjamin Constant scriveva che: “vi è una parte dell’esistenza umana che resta necessariamente individuale e indipendente, e che è, di diritto, fuori da ogni competenza sociale. La sovranità non esiste che in maniera limitata e relativa. Dove inizia l’indipendenza dell’esistenza individuale, là si arresta la giurisdizione di questa sovranità”
Partiamo da un presupposto. Di liberalismi, nella storia delle dottrine politiche e dei loro pensatori, se ne trovano molti, e ben diversificati; in un famoso studio, ne si contano quindici. La logica comune, imprescindibile, a tutte le diverse formule è l’idea che la funzione fondamentale dello stato sia quella di garantire i diritti degli individui che, anche quando non sono decisamente ancorati ad una legge naturale o razionale, anche quando non preesistono allo stato e compaiono e si trasformano nelle logiche della storia e della contemporaneità, hanno sempre e comunque un primato rispetto alle scelte della politica e alle decisioni della “democrazia”. Costituiscono, quindi, un limite alla politica e un vincolo (fatto di diritti inalienabili) che le decisioni democratiche devono comunque rispettare.
Vi sono posizioni liberali (Hayek e Gray) che ritengono che una società libera possa formarsi anche, addirittura, in assenza di democrazia, e che vedono questa più come una minaccia che come garanzia per la tutela e la promozione delle libertà. Poi ve ne sono altre (Rawls) che accolgono pienamente la democrazia, ne fanno il luogo di coltura dei valori liberali, lasciando da parte le riserve liberali contro di essa.
Analoghe differenze si incontrano quando ci si riferisce agli assetti economico-sociali: da un lato si collocano coloro che, come Hayek e Nozick, ritengono che la giusta distribuzione della ricchezza sia data dalla competizione regolata dei soggetti sul mercato – all’opposto si situano i pensatori liberali che ritengono che l’accesso ai più importanti beni sociali, in misura più o meno egualitaria, sia tra i diritti che devono essere assicurati a tutti.
In altre parole, tra i pensatori liberali troviamo a un estremo coloro che difendono l’inviolabilità dei diritti di proprietà e la legittimità delle sole transazioni di mercato, e all’altro estremo coloro che inseriscono tra i diritti irrinunciabili una certa quota di beni sociali, da garantirsi a tutti anche a scapito e danno dei più abbienti. In termini teorici si può definire, con un apparente paradosso, liberalismo socialista (Van Parijs) quel liberalismo che considera il diritto a determinati beni e dotazioni come un diritto fondamentale di libertà, che dovrebbe prevalere in linea di principio sulle decisioni democratiche.
Come vediamo il liberalismo non è un assioma, non è un significato piatto, ma è una dottrina dinamica, data tra una dialettica tra ipotetici opposti, ma riconducibile, sempre, ad una tesi comune. La tesi del primato e della centralità dei diritti, visti come limite a ciò che lo stato o la democrazia possono imporre ai cittadini. Poi vi saranno liberalismi che si inverano nella democrazia e liberalismi che non lo fanno. Liberalismi aperti alle esigenze di tutti e liberalismo che considerano il “tutti” come un tradimento dei diritti del singolo individuo.
Ciò che caratterizza, comunque, tutti i liberalismi “sani” , è il porre a fondamento della convivenza sociale individui dotati di diritti. Diritti che vengono considerati innati, inalienabili o inviolabili nel senso che gli individui non potrebbero rinunciare a essi neanche se lo volessero. Il principale tratto del liberalismo, quindi, è la convinzione che le leggi pubbliche abbiano come fine quello di tutelare i diritti indisponibili degli individui, cioè di assicurare a essi una sfera protetta dalle intrusioni sia da parte di altri individui, sia da parte dei poteri politici.
Ma attenzione! Che questi principi nella nostra congiuntura politica e morale siano sviliti, distorti e massacrati al punto tale da giustificare “il fare tutto a prescindere da qualunque cosa”, come se la libertà dovesse prescindere non solo dalle leggi, ma da qualunque forma di controllo e sanzione sociale per essere considerata tale e pienamente rispettata… ecco, che questo liberalismo strabordi nella furia ideologica del “fatti i cazzi tuoi” dimostra che in realtà quello “liberale” è solo il travestimento politico del più gretto, antico e italianissimo qualunquismo, che peraltro è politicamente agnostico, visto che, nella sua storia, non ha rinunciato ad avere anche travestimenti socialisti o di sinistra.
Poi, entrando in un certo specifico, se il valore del diritto dell’individuo viene prostrato secondo logiche particolaristiche (come è nelle leggi ad personam, ma anche nella tolleranza ad personam, riservata a chi se la può permettere - e agli altri no), abbiamo l’indice della fogna etica e culturale nella quale si è tirato il nostro paese. Il liberalismo tutela l’individuo sì, ma individuo come soggetto e oggetto di diritto, uguale, in questo, a tutti gli altri, non in quanto Uno, Io-e-solo-io, insofferente delle norme e delle leggi e della loro offensiva “uguaglianza”. Uno è solo Dio. E non è in terra.
La morale è: che usino le parole liberale e liberalismo solo coloro che ne conoscono il significato e, sopratutto, rispettandolo.
P.S. Per scrivere questo articolo ho inserito citazioni letterali da studi di Stefano Petrucciani, filosofo della politica che ho avuto il piacere di conoscere durante la realizzazione di un documentario sul ’68 realizzato per la Rai, in occasione del quarantesimo anniversario di quella data-simbolo. L’unico che la Rai abbia prodotto. C’era la paura di raccontare il ’68.

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