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lunedì 30 agosto 2010

PG Battista è risavito?

cosa fosse successo a PG battista e a tutti i liberali del corriere era un mistero. Erano impegnati da mesi e mesi in un continuo e insostenibile leccamento di culo arcoriano.
Questo articoletto (immagino scappato al direttore sempre preoccupato di non offendere nessuno, soprattutto se al comando) riporta ilcorriere fra i giornali leggibili.
Chissà se durerà.

intanto aspetto il ritorno del giornale di opposizione liberale: il Secolo d'italia abbinato al Fatto quotidiano. L'unico modo, insieme a Bordin, per essere sicuri di non essere presi per il culo.


Ffwebmagazine - Il Pdl a lezione da Putin

Una neo-lingua che ha travolto l'anima liberale del centrodestra italiano

Il Pdl
a lezione da Putin

di Pierluigi Battista
Le lezioni di liberalismo del professor Putin stanno producendo i loro primi, visibili effetti. Un'improvvisa metamorfosi linguistica ha travolto i liberali del Pdl impegnati nella campagna di demolizione (per i più raffinati: “character assassination”) del “rinnegato Fini”. Un'impressionante sequenza di slittamenti semantici. Con il risultato finale di una poderosa “neo-lingua” che ha soppiantato il lessico della vecchia “rivoluzione liberale”, scomparsa con illacrimata sepoltura.

Il dissenso, bollato come sabotaggio e slealtà anti-partito, diventa così, per miracolo lessicale, “controcanto quotidiano”. Chi viene cacciato, un “fuoruscito”, anziché, come vorrebbero la logica e il buon senso, un “fuorimandato”: un espulso, insomma. Chi è a capo dei dissidenti, stando alle dichiarazioni del cattolico-liberale Maurizio Lupi, si trasforma nel “capo di una fazione”. Deve esserci stato però un increscioso errore di traduzione: il professor Putin, memore del suo passato, avrà certamente detto “frazione”.

Se vi capita di sentire che i dissidenti “ostacolano” la marcia del governo, significa che i reprobi vorrebbero, più semplicemente e prima che quest'attività venisse equiparata a un complotto, “discutere”. Le incursioni dei giornali ostili nella vita privata denunciate un anno fa diventano “sacrosanto dovere d'informazione” se l'identico, rude e poco garantista trattamento viene riservato a chi sta ancora nella maggioranza di governo, ma in minoranza nel Partito plasmato a immagine e somiglianza del Capo. Il “gossip quotidiano” propalato dal nemico si trasforma come per magia in intoccabile “diritto di cronaca” quando ad essere presa di mira è, come ha scritto Flavia Perina, la “donna del nemico”. L'ex fidanzato di Noemi era un provocatore, il figlio di Gaucci, cioè dell'ex fidanzato dell'attuale fidanzata del “rinnegato anti-partito”, una affidabile miniera di notizie utili per la lotta politica.

La quale lotta politica subisce un rapido effetto di psichiatrizzazione (do you remember?). Gli umori sostituiscono i contenuti e gli argomenti del “rinnegato” diventano disturbi caratteriali, deplorevoli “ambizioni personali”. Censurabili in un partito i cui dirigenti, come è universalmente noto, sono tutt'altro che tentati dall'ambizione e dall'autoaffermazione personale, è tempo che quelle smodate manifestazioni di egoismo carrieristico siano liquidate come “soggettivismo piccolo borghese”: il professor Putin saprà spiegare esaurientemente il significato storico-politico di questa leggiadra locuzione in auge prima dell`89.
Chi parla, “sparla”. Chi non è d'accordo, “fa ostruzionismo”. Il “moralismo” era un brutta parola, ma si chiedono le dimissioni del presidente della Camera come “obbligo morale”. Chi butta fuori i dissidenti è “liberale”, chi è buttato fuori è “illiberale”. Obiezioni? Deferito ai probiviri.

Pubblicato sul Corriere della Sera del 30 agosto 2010

sabato 28 agosto 2010

Calderisi, lo smemorato 3

Scioglimento delle Camere

Il Quirinale, il voto e "l' esempio inglese"

Il testo inviato a Calderisi (Pdl) e il «sollievo» per la crisi evitata

S e Silvio Berlusconi ieri l' ha definita «una stagione ingannevole» come tutte le estati, durante la quale è riaffiorato il solito «teatrino della vecchia politica» che è tempo di stoppare con un «basta», per il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il bilancio è ancora peggiore. Per lui, le scorse settimane sono state un vero e proprio «delirio». Per Napolitano le ultime settimane sono state una sorta di incubo che le conclusioni del vertice tra il premier e Umberto Bossi l' altra sera a Lesa, sul lago Maggiore, sembrano aver interrotto, proiettando sull' autunno ormai vicino la «speranza di una tregua». Al punto da fargli dire: «Tanto rumore per nulla». Certo, il presidente della Repubblica sa bene che il compromesso siglato tra i due leader della maggioranza è provvisorio e si fonda «su basi fragili», perché condizionato da diverse variabili. Tuttavia, il fatto che quell' incontro abbia allontanato lo spettro di una crisi di governo che fino a pochi giorni fa era data per imminente (con relative incognite sulla «piccola ripresa» diagnosticata dagli analisti), gli permette di tirare un respiro di «sollievo». Forse non di «soddisfazione» piena, però, considerati i postumi dell' aggressivo «chiacchiericcio» e della «montagna di dichiarazioni» che hanno assediato lo stesso Quirinale per l' intero mese d' agosto. Al centro delle polemiche - come si ricorderà - il tema dei poteri del capo dello Stato nell' ipotesi di un collasso del governo e una presunta contrapposizione tra la Costituzione materiale (nata dalle prassi e soprattutto dall' ultima legge elettorale) e la Costituzione formale. La pretesa, avanzata nelle forme di un aut aut dal centrodestra, era che, qualora il Cavaliere dichiarasse forfait, Napolitano dovrebbe chiudere subito la legislatura «per non andare contro la sovranità popolare». Tutti a casa senza condizioni. Senza verificare se in Parlamento esistano altre maggioranze. Un argomento rilanciato fino alla nausea, oltre che da parecchi esponenti politici, da quelli che al Quirinale sono considerati degli «improvvisati costituzionalisti». Fino a comporre, attraverso letture distorte della Carta fondamentale, un «florilegio di sciocchezze» secondo cui «s' immagina un presidente della Repubblica con la penna in mano, pronto a decretare lo scioglimento delle Camere quando gli viene detto». Una specie di grigio notaio di campagna, un passacarte. Dichiarazioni «improvvide», tra le quali spiccava quella firmata martedì sul Corriere della Sera da Fabrizio Cicchitto e Giuseppe Calderisi, autori di un lungo articolo per confermare la tesi che a decidere è sempre e solo il popolo. E proprio per far capire come la pensa e approfondire ciò che aveva già spiegato in un colloquio con il Corriere e in una nota ufficiale, il capo dello Stato si è premurato di inviare a Calderisi un testo a suo giudizio illuminante: il «Bill Cameron-Clegg». Cioè l' accordo politico (trasformato in un disegno di legge ora in seconda lettura alla Camera dei Comuni) che è stato stipulato «nel Paese della democrazia liberale per eccellenza», il Regno Unito, per stabilire la durata della legislatura e le modalità per chiuderla in anticipo, ove ciò si rendesse inevitabile. Da noi se ne è parlato forse poco. Quell' intesa fu siglata tra conservatori e liberaldemocratici all' indomani del responso delle urne, dopo che i due partiti si erano presentati l' uno contro l' altro (e mentre Gordon Brown usciva sbaragliato) e dopo che nessun dei due aveva raggiunto la maggioranza assoluta, e naturalmente senza che l' elettore britannico avesse votato per l' inedita coalizione formatasi poi «in nome dell' interesse nazionale». Un patto con il quale, fissando già al primo giovedì di maggio del 2015 il prossimo voto, si vuole garantire al Paese un impegno di stabilità. Ora, se il governo inglese dovesse subire prima di quella data una mozione di sfiducia (che dovrebbe comunque essere approvata da almeno due terzi dei membri del Parlamento), ciò non porterebbe all' automatico congedo delle Camere. Se infatti passasse una simile mozione, ci sarebbero ancora 14 giorni di tempo per formare un' altra maggioranza ed evitare elezioni anticipate. E soltanto a quel punto, se fallisse pure quell' ultima ricerca, si scioglierebbe il Parlamento. Questo - in estrema sintesi - l' esempio britannico che Napolitano ha indirizzato a Peppino Calderisi, il quale vanta qualche competenza sui sistemi elettorali e sul maggioritario. Insomma: un argomento di dissuasione in più per chi, nell' Italia sotto stress di quest' estate, voglia riflettere su come la fatidica sovranità popolare può essere rispettata introducendo variazioni in grado di disciplinarla, senza cadere in tentazioni troppo sbrigative come quelle predicate dal centrodestra con la minaccia del «voto subito». Purché si tenga conto, è il ragionamento del presidente, che la Costituzione parla di «limiti e forme» fissati dalla stessa Carta. E purché finalmente si capisca che è meglio «fare piazza pulita» di tutte le interpretazioni strampalate e «fantasmagoriche» che hanno visto troppa gente (premier compreso) azzardare messaggi contraddittori, non valutandone le conseguenze. Marzio Breda RIPRODUZIONE RISERVATA **** Il «Cameron-Clegg Bill» Le elezioni di maggio 1 In Gran Bretagna i conservatori vincono le elezioni, ma non raggiungono la maggioranza assoluta dei seggi L' accordo di governo dopo il voto 2 Conservatori e liberal democratici, David Cameron e Nick Clegg (foto), avversari alle elezioni, danno vita a un accordo di governo L' impegno per la stabilità 3 L' accordo politico (trasformato in un disegno di legge) fissa al 2015 il prossimo voto, per dare al Paese un impegno di stabilità I numeri della maggioranza 4 I due partiti (lib-dem e conservatori) hanno 363 seggi alla Camera dei Comuni, con una maggioranza di 76 seggi

Breda Marzio

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(27 agosto 2010) - Corriere della Sera

Calderisi, lo smemorato 2

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IL LEADER DEL PD REPLICA A CICCHITTO E CALDERISI

«Votiamo pure ma governabilità a rischio»

Caro Direttore, vorrei tranquillizzare gli onorevoli Fabrizio Cicchitto e Giuseppe Calderisi (Corriere della Sera, 24 agosto): non ho affatto cambiato le mie idee del 2006 e sono convinto che in una democrazia dell' alternanza, fondata su un sistema bipolare, quando venga meno la maggioranza scelta dagli elettori si debba tornare al corpo elettorale. Dirò di più: proprio perché la crisi che Berlusconi e la sua maggioranza stanno vivendo non è transitoria né momentanea, ma appare ogni giorno di più manifestazione dell' esaurirsi strutturale di un ciclo politico, non si può chiudere la stagione di Berlusconi senza che una nuova leadership abbia una piena legittimazione democratica ed elettorale. Ma vi è un nodo che Cicchitto e Calderisi non possono eludere: l' attuale legge elettorale - voluta, è bene ricordarlo, a suo tempo dal centrodestra per «seppellire il bipolarismo» - non consente agli elettori di scegliere gli eletti né garantisce che chi vincerà le elezioni abbia la legittimazione necessaria a guidare il Paese. Le dinamiche che stanno investendo il panorama politico lasciano prefigurare, in caso di elezioni anticipate, una competizione tra quattro o cinque raggruppamenti elettorali. Il che rende molto probabile che uno schieramento - qualunque esso sia - possa vincere le elezioni con un consenso non superiore al 35%, ottenendo però - con il premio di maggioranza previsto dall' attuale legge - il 55% dei seggi. Un simile scarto tra consenso elettorale e rappresentanza parlamentare non esiste in nessun Paese democratico al mondo. Ed è facile prevedere che, all' indomani di elezioni siffatte, scatterebbe immediata la contestazione di legittimità verso chi, solo per effetto di una forzosa maggioranza assoluta di seggi, governerebbe il Paese rappresentando non più di un terzo dei cittadini. D' altra parte fu il padre di quella legge, il ministro Calderoli, a definirla «una porcata». Per questo - essendo convinto che sia necessario votare per aprire una stagione nuova della vita politica italiana - ho più volte dichiarato in queste settimane che un eventuale esecutivo di transizione dovrebbe avere durata e finalità limitate, esaurendo la sua funzione con l' approvazione in Parlamento di una nuova legge elettorale, che consenta immediatamente dopo agli italiani di scegliere con il voto da chi essere guidati. In ogni caso, se ciò non sarà possibile, il Pd non ha alcuna paura di andare a votare, anche con questa legge elettorale. Le elezioni non le temiamo. Al contrario, nonostante brandisca ogni giorno minacciosamente il voto anticipato, è Berlusconi a temerlo perché sa benissimo che non prenderà mai più quel 37% raccolto nel 2008, che peraltro è via via già sceso al 35% alle europee, a poco più del 30% nelle elezioni regionali del biennio 2009-2010 e, stando ai più recenti sondaggi, oggi è addirittura sotto quella soglia. Tant' è che Berlusconi si guarda bene dal compiere l' unico atto che avvicinerebbe la prospettiva elettorale: salire al Quirinale e rassegnare le dimissioni. Naturalmente il dibattito su eventuali elezioni non può prescindere in ogni caso dal fatto che, di fronte ad un' eventuale crisi di governo, norme e prassi costituzionali assegnino in modo insindacabile all' imparzialità del presidente della Repubblica la valutazione su quale sia la migliore soluzione percorribile. Chi si riconosce nella Costituzione non può non rispettare rigorosamente questo principio di garanzia democratica.

Fassino Piero

Pagina 45
(25 agosto 2010) - Corriere della Sera

Calderisi, lo smemorato 1

COSTITUZIONE E VOTO

Scioglimento: anche Fassino la Pensava come Noi

Quando Fassino (per D' Alema) parlava come noi sullo scioglimento

Caro Direttore, sulla questione del potere di scioglimento delle Camere non si tratta di una contrapposizione tra la Costituzione formale e una pretesa nuova Costituzione materiale, ma di un oggettivo problema interpretativo delle norme costituzionali e del conflitto esistente tra una prassi costituzionale, peraltro contraddittoria, e l' evoluzione del sistema politico codificata nell' ordinamento attraverso le modifiche del sistema elettorale. Come ricorda Augusto Barbera, la Costituente si rifiutò di tipizzare i casi di ricorso allo scioglimento e respinse gli emendamenti volti a eliminare la controfirma governativa per evitare un eccessivo potere presidenziale. Furono intenzionalmente concepite norme assai generiche ed elastiche, la cui lettura avrebbe potuto essere aggiornata alla luce dell' evoluzione del sistema politico. Infatti, i padri costituenti erano consapevoli di lasciare aperte alcune pagine, soprattutto quella sulla forma di governo. Per gli articoli sullo scioglimento (88 e 89) ricalcarono sostanzialmente quelli dello Statuto albertino, avendo soprattutto presente la prassi statutaria secondo la quale era il presidente del Consiglio a proporre formalmente al re il decreto di scioglimento. Non a caso nel 1953, nei giorni precedenti al primo scioglimento anticipato del Senato, tutta la stampa - dal Corriere della Sera all' Unità - e tutti gli ambienti politici dell' epoca ritenevano che la titolarità effettiva del potere di scioglimento fosse del governo o quantomeno che esso ne avesse la primaria responsabilità politica (alla fine De Gasperi non propose il decreto solo per evitare la formalizzazione del dissenso dei partiti laici). L' esito delle elezioni con la mancata attivazione del premio di maggioranza previsto dalla cosiddetta legge truffa fu poi decisivo per mutare questa titolarità governativa, per allineare la «sostanza» alla «forma» prevalsa, alla fine, nel 1953 e per troncare ogni possibilità di sviluppo di una idea di democrazia maggioritaria e competitiva. Per i numerosi scioglimenti anticipati delle Camere (dal ' 72 all' 87) divenne decisiva la volontà dei maggiori partiti (solo i primi due per quello dell' 87), irrilevante l' orientamento del presidente del Consiglio, del tutto notarile il ruolo del capo dello Stato. Era la «costituzione materiale» del sistema dei partiti. Il problema interpretativo del potere di scioglimento, non a caso, è esploso quando è venuto meno quel sistema di partiti e quando sono state approvate nuove leggi elettorali maggioritarie che hanno previsto la formazione delle coalizioni prima del voto e l' indicazione preventiva del capo della coalizione candidato alla carica di presidente del Consiglio. Un problema riconosciuto dal relatore della Commissione bicamerale per la forma di governo Salvi: «Quanto al tema dello scioglimento, noi dobbiamo colmare una falla costituzionale che si è aperta in Italia a questo riguardo. So bene che non dobbiamo scrivere la Costituzione sull' onda dello shock del ribaltone, e tuttavia nell' inverno ' 94-' 95 abbiamo attraversato una drammatica crisi in cui non soltanto le forze politiche e parlamentari, ma gli italiani erano divisi su ciò che fosse giusto fare. Noi non abbiamo normato in Costituzione il potere di scioglimento, questo è il punto» (seduta del 28 maggio 1997). Peraltro, la stessa prassi secondo la quale non si può sciogliere se c' è un governo che abbia la fiducia delle Camere è stata apertamente contraddetta dal presidente della Repubblica Scalfaro che nel gennaio ' 94 procedette allo scioglimento anche se il governo Ciampi aveva la fiducia del Parlamento e questo aveva approvato fondamentali manovre economiche e importanti riforme istituzionali. Uno scioglimento con il governo nella pienezza dei poteri che trovò concorde anche il presidente della Camera che non mise neppure all' ordine del giorno la mozione a firma Gerardo Bianco con cui la maggioranza voleva confermare la fiducia al governo. Occorre inoltre ricordare che un «patto-antiribaltone per garantire la stabilità della maggioranza di governo scelta dagli elettori» trovò il consenso dei candidati alla carica di premier per le elezioni del 2001, Berlusconi e Rutelli. Alla domanda del Corriere della Sera (8 maggio 2001) sulla disponibilità a sottoscrivere quel patto, Rutelli dichiarò: «Per noi il rispetto della volontà dell' elettorato è un valore assoluto. Gli elettori hanno diritto di decidere con il loro voto quale governo, quale premier, quale maggioranza vogliono e che le indicazioni popolari non possono essere tradite. Anche la legge elettorale deve servire a questo». Molte altre affermazioni di diversi leader del centrosinistra vanno nella stessa direzione. Particolarmente significativa è quella del segretario dei Ds Fassino quando sul Foglio del 6 maggio 2006 propose la candidatura al Quirinale di D' Alema come «presidente che svolga un ruolo di garanzia». Esponendo i quattro punti di un «manifesto presidenziale» che intendeva «anticipare il modo con cui si propone di interpretare il proprio ruolo», Fassino così enunciò il primo punto: «L' assicurazione che se il governo Prodi dovesse entrare in crisi si tornerà a votare, in base al principio tipico delle democrazie dell' alternanza per cui la legittimità di una maggioranza e di un governo viene dal voto dei cittadini». Se il segretario dei Ds nel 2006 sosteneva questa tesi come punto programmatico della candidatura di D' Alema al Quirinale evidentemente la riteneva pienamente rispondente alla Costituzione e al possibile aggiornamento della sua lettura alla luce dell' evoluzione del sistema politico-istituzionale e delle nuove leggi elettorali. Orbene, perché mai se questa stessa tesi viene oggi sostenuta dal Pdl e dalla Lega si grida allo scandalo e alla violazione della Costituzione? Una tesi è conforme al dettato costituzionale quando serve alla ricerca del più ampio consenso parlamentare per la candidatura di D' Alema al Quirinale e diventa eversiva e contro la Costituzione quando viene sostenuta dal centrodestra, perché magari si ritiene che l' unico modo per cambiare il quadro politico sia una manovra di palazzo? Il principio in base al quale se viene meno la maggioranza di governo scelta dagli elettori si ritorna al voto è un principio fondamentale non solo a tutela della sovranità popolare ma anche a favore della stabilità dell' esecutivo. Del resto, il potere di scioglimento è innanzitutto un potere deterrente contro i fattori di instabilità delle maggioranze e più che a sciogliere il Parlamento serve proprio a «non» scioglierlo. Un potere che, intervenendo negli equilibri interni di maggioranza, ha una valenza prettamente politica che mal si addice a cariche istituzionali di garanzia, in quanto rischia inevitabilmente di esporle nell' agone politico. Infatti, anche un semplice pronunciamento preventivo in una direzione o nell' altra può influire fortemente sulle dinamiche politiche e sugli stessi equilibri parlamentari. Non a caso, la tendenza nettamente prevalente nelle maggiori democrazie parlamentari è quella di porre il potere di scioglimento nella disponibilità del premier. Persino in un Paese retto da un sistema proporzionale come la Germania, il cancelliere dispone di fatto di questo potere, attraverso la richiesta del voto di fiducia, l' assenza programmata dall' aula di una parte dei deputati della maggioranza e la conseguente reiezione della fiducia; reiezione che consente al Cancelliere di chiedere e ottenere lo scioglimento da parte del presidente della Repubblica. Cosi hanno agito sia Brandt, sia Kohl, sia Schröder. Alla luce di queste considerazioni e di queste inequivocabili prese di posizione anche di esponenti della sinistra, emerge con nettezza che la posizione del Pdl e della Lega («o il governo Berlusconi ha la fiducia con una maggioranza stabile in Parlamento oppure bisogna andare al voto, senza operazioni trasformiste») esprime una linea pienamente legittima e dotata di fondamento costituzionale. *capogruppo Pdl alla Camera **parlamentare Pdl RIPRODUZIONE RISERVATA

Cicchitto Fabrizio, Calderisi Giuseppe

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(24 agosto 2010) - Corriere della Sera

giovedì 26 agosto 2010

Ffwebmagazine - Credere, obbedire combattere: ecco la novità della "destra berlusconiana"

Questo l'avrei voluto scrivere io!!!!


Ffwebmagazine - Credere, obbedire combattere: ecco la novità della "destra berlusconiana"


C'è chi non tradisce "i valori" e soprattutto non tradisce Lui. Meno male!

Credere, obbedire combattere: ecco
la novità della "destra berlusconiana"

di Filippo Rossi
Non vi preoccupate, vossignori, la destra c’è. È viva è vegeta. E sta, ovviamente, tutta nel Pdl. Non vi preoccupate, la destra esiste ancora, perché c’è chi non tradisce i valori assoluti, perché le radici profonde non gelano, perché c’è chi non rinnega. La destra cresce e crescerà all’ombra di Silvio Berlusconi, unico sdoganatore, unico comandante (o versione latineggiante della definizione), unico salvatore. Non vi preoccupate, vossignori, i badogliani non vinceranno. Perché i duri e puri, i militanti, quelli delle sezioni, quelli con le palle, fanno la guardia al capo di Arcore, cavalcando la tigre, ergendosi su un mondo di rovine (o veline?). Perché Lui ci ha salvato, ci ha sdoganato, e lo difenderemo fino alla morte: battaglioni compatti, milizia per sempre fedele, per sempre devota.

Non vi preoccupate, vossignori, la destra c’è. E si batterà per quello in cui crede. Sarà una battaglia dura, senza esclusione di colpi. Ma la destra viva e vegeta è così: è eroica, è intrepida. E non tradisce MAI. Perché la destra non tradisce la destra. Non tradisce i suoi Valori, la sua Fede. (E il suo Emilio Fede). La destra non tradisce il proprio Capo. Il proprio Duce. (Battaglioni di Silvio, battaglioni…). Perché la destra è dura e pura, è fedele alla linea. Meglio: è fedele a chi detta la linea. La destra è così: combattente. Va alla guerra. E quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Perché la destra, quella vera, quella fedele, quella genuina, sa prendere ordini; sa obbedire; sa, alla bisogna, turarsi il naso. E sa non guardare a un palmo dal naso.

Non vi preoccupate, vossignori, la destra c’è. Coerente con la propria storia. Coerente con le cose giuste e le cose sbagliate. Coerente con tutto. Perché la destra è così: NON CAMBIA MAI IDEA. Come diceva Giuseppe Prezzolini? “La coerenza è la virtù degli imbecilli”. Ecco cos’è la vera destra. E se lo dice uno di destra come Prezzolini, bisogna credergli! Perché la destra crede, obbedisce e combatte! Al resto ci pensano gli altri. (Meno male che Silvio c’è).

Non vi preoccupate, vossignori. La destra c’è, anche se non sa quel che è.

26 agosto 2010

Secolo d'Italia - Politica

é mai possibile che mi tocchi ammirare sconsideratamente una banda di fascisti!

Secolo d'Italia - Politica

Una tantum, replica ai veleni e alle bugie

Flavia Perina

Dopo l’editoriale che chiedeva alle donne del Pdl di pronunciarsi sul linciaggio di Elisabetta Tulliani e l’intervista a “Repubblica” sullo stesso tema tanti colleghi mi hanno chiesto: perché nessuna risposta? Come mai le destinatarie dell’appello hanno preferito non pronunciarsi, né a favore né contro? Basta leggere “Libero” e “Il Giornale” di oggi per capire il motivo del silenzio. Chi parla è perduto. Chi rompe il fronte è condannato al plotone di esecuzione mediatico. Ed evidentemente l’intimidazione sortisce i suoi effetti: anche io, che una qualche esperienza di prima linea ce l’ho, sono rimasta a bocca aperta davanti alla violenza mistificatoria con cui la fabbrica del fango ha reagito a un appello politico e a un ragionamento sulla concezione della donna coltivata da alcuni settori del Pdl. Non me lo aspettavo. E tuttavia sono contenta di un fatto: nessuna collega del Pdl si è prestata a dare manforte all’operazione di Belpietro e di Feltri, nessuna (almeno in prima battuta) ha messo il suo nome e la sua faccia al servizio dei lapidatori. Ringrazio tutte: so che sono state sollecitate a intervenire e si sono sottratte.
Ma veniamo al punto. Anzi, ai punti che sono essenzialmente due. Il primo è facile da liquidare: Vittorio Feltri accusa il “Secolo” di doppiopesismo, sostenendo che il nostro quotidiano non ha mai difeso Mara Carfagna e altre esponenti del Pdl finite nel tritacarne mediatico della sinistra. È una assoluta menzogna e la collezione del giornale è lì a dimostrarlo con editoriali di prima pagina, interviste, pubbliche prese di posizione per le quali il ministro (che all’epoca nemmeno conoscevamo personalmente) ci ringraziò più volte. Eravamo e siamo convinti che la campagna anti-Mara rispondesse a uno stereotipo sessista che abbiamo sempre contestato – quello secondo cui le donne schierate a destra sono belle oche e fanno carriera ancheggiando – e ripetevamo che la Carfagna (come la Gelmini, come la Prestigiacomo, come tante altre) andasse giudicata sui fatti e non sull’estetica o sulle sue scelte private. Ed è esattamente lo stesso spirito che ha animato l’appello contro la fucilazione quotidiana di Elisabetta Tulliani: una che nemmeno sta in politica e che viene bersagliata solo perché è la compagna di Fini.
E veniamo al secondo punto, cioè al titolo di apertura di “Libero” sulla «pulizia etnica di Fini», relativa al caso di una nostra collega, Priscilla Del Ninno, in causa con il “Secolo d’Italia” per le modalità con cui è stata messa in cassa integrazione quando il giornale aprì lo stato di crisi e poi licenziata alla fine della Cig. La vicenda viene equiparata a quella dei sindacalisti Fiat estromessi dal lavoro (e reintegrati dalla magistratura) perché accusati di aver determinato il blocco di una linea di produzione durante uno sciopero. Con una sostanziale differenza: Priscilla del Ninno non è una sindacalista, non ha mai protestato contro la decisione del “Secolo” di indire lo stato di crisi, non ha nemmeno preso parte alle assemblee del gennaio-febbraio 2007 nelle quali si discusse e si votò liberamente la scelta dell’azienda, la cassa integrazione, la ristrutturazione. Infatti, all’epoca, si mise in malattia. La malattia le consentì di non assumersi la responsabilità – che tutti gli altri redattori si presero – di pronunciarsi sul piano del direttore e dell’amministratore, che prevedeva la riduzione delle pagine culturali (quelle nelle quali lavorava), tre prepensionamenti e la cassa integrazione per tre unità: un piano discusso e approvato non solo dall’assemblea del “Secolo”, ma dal sindacato dei giornalisti e dei poligrafici in sede locale e nazionale dopo minuziose disamine e correzioni. Non solo: grazie allo “status” di malata la Del Ninno fu la sola tra tutti a essere tutelata dalla possibilità di finire in cassa integrazione. E infatti non ci finì: per 9 mesi restò in malattia e solo raggiunto il limite massimo previsto dalla legge entrò in Cig, salvo uscirne di nuovo due o tre mesi dopo perché era rimasta incinta e si mise in maternità. Nel frattempo aveva avviato una causa contro il giornale. Ha vinto in primo grado (l’azienda ha ricorso): avrebbe potuto rientrare in redazione ma utilizzò ancora l’aspettativa per maternità, e finita quella si mise in ferie. Un altro procedimento è in corso: rispetteremo la sentenza, come abbiamo sempre fatto, non perché “femministe” (l’aggettivo usato da Maurizio Belpietro con toni spregiativi) ma perché ci sembra normale fare così.
Non entriamo nel merito delle altre bugie raccontate da “Libero”, a cominciare da quella secondo cui la Del Ninno sarebbe stata defenestrata per sostituirla con persone più “fedeli alla linea” come Filippo Rossi: tra l’altro Priscilla – ed era un suo vanto – una “linea” non l’ha mai avuta, salvo quella di usare fino in fondo le buone relazioni di suo padre con la direzione e l’amministrazione che l’avevano assunta per garantirsi dalle scomodità legate all’esercizio della professione. Ricordo personalmente un durissimo richiamo (all’epoca ero caporedattore) ricevuto perché avevo disposto il suo spostamento nell’open space redazionale dalla stanza “privata” che occupava con una collega. Suggeriamo ai colleghi di “Libero”, se vogliono sollevare scandalo sul tema dei diritti femminili negati al “Secolo”, di prendere in considerazione un altro caso: quello di Annalisa Terranova, che nel 1996, mentre era incinta, fu scavalcata nel suo ruolo di responsabile del servizio politico da un collega che si occupava di tutt’altro ma era più amico del direttore e solo per senso di responsabilità scelse di non rivolgersi al sindacato. Il direttore dell’epoca era Malgieri, ultimamente arruolato proprio da “Libero” come commentatore antifiniano («Fini ha poche idee, confuse e non di destra» è il titolo del suo ultimo articolo).
Comunque, va bene così. L’escalation della fangosa campagna contro Fini e i finiani – comunisti o fascisti, epuratori o clientelari, amici dei magistrati o violatori di sentenze a secondo di quel che serve – dimostrerà alle lunghe una sola cosa: Futuro e Libertà fa paura, al di là delle percentuali elettorali che gli vengono riconosciute in caso di voto, perché rappresenta una prospettiva di destra potenzialmente più credibile di quella rappresentata da “Libero” e dal “Giornale”. Il tentativo di screditare il gruppo di Fli serve a coprire il vuoto di contenuti degli “altri”, la loro incapacità di offrire risposte di merito sui problemi del partito e dell’Italia, ma di questo passo non farà che rendere questo vuoto sempre più evidente, palpabile, verificabile anche dai meno provveduti. E, crediamo, saranno sempre di più gli italiani che si chiederanno: ma davvero la destra deve essere questa babele di veleno e di fango? Poi arriverà un sondaggio e anche il Cavaliere se ne accorgerà. Probabilmente un giorno troppo tardi come è accaduto sui “numeri” dei finiani.

martedì 24 agosto 2010

FLI vero partito di destra... e rimanga tale

oggi leggevo Cacciari parlare di terzo polo (casini, fini e montezemolo)...

Futuro e libertà (se non fosse per quel futuro avrei sperato in Giustizia e Libertà) è un partito di destra. Una destra laica, liberale, moderna, antiautoritara, democratica, garantista, liberista, femminista, rivoluzionaria, sociale, europeista, tollerante.
La vera destra che i problemi li affronta con cognizione di causa, nel ferreo rispetto delle regole, nella ferma volontà di usare gli strumenti legali, costituzionali, legislativi per trasformare questo ridicolo sultanato in un paese democratico.

I finiani stanno conducendo una strepitosa guerriglia parlamentare, giornalistica, mediatica. Sono, questi fascisti, i veri antifascisti del 2010. Non aventiniani, duri e coesi, politici e preparati.

L'unica tattica valida, in questa guerra, è quella di colpire e ritirarsi su posizioni sicure. Lo fecero i partigiani, i vietcong...
Contro il nazismo padano che occupale valli del nord e quello nazionale che occupa televisioni, banche, ministeri, comuni e regioni in tutta Italia.

L'unica forma di lotta che può vincere (come fu per il nazifascismo) è la politica, alla clausewitz se serve, con i suoi strumenti di lotta. Cambiare le leggi in parlamento, cambiare la legge elettorale, restituire il potere di scelta al popolo.

Per questo ogni forma è concessa: rimanere al governo, emendare, provocare, colpire e proporre.

Una destra europea è l'unica modo per avere una sisistra europea in Italia. Fini se non altro ci sta provando.