Condaghe cinguetta

giovedì 26 agosto 2010

Secolo d'Italia - Politica

é mai possibile che mi tocchi ammirare sconsideratamente una banda di fascisti!

Secolo d'Italia - Politica

Una tantum, replica ai veleni e alle bugie

Flavia Perina

Dopo l’editoriale che chiedeva alle donne del Pdl di pronunciarsi sul linciaggio di Elisabetta Tulliani e l’intervista a “Repubblica” sullo stesso tema tanti colleghi mi hanno chiesto: perché nessuna risposta? Come mai le destinatarie dell’appello hanno preferito non pronunciarsi, né a favore né contro? Basta leggere “Libero” e “Il Giornale” di oggi per capire il motivo del silenzio. Chi parla è perduto. Chi rompe il fronte è condannato al plotone di esecuzione mediatico. Ed evidentemente l’intimidazione sortisce i suoi effetti: anche io, che una qualche esperienza di prima linea ce l’ho, sono rimasta a bocca aperta davanti alla violenza mistificatoria con cui la fabbrica del fango ha reagito a un appello politico e a un ragionamento sulla concezione della donna coltivata da alcuni settori del Pdl. Non me lo aspettavo. E tuttavia sono contenta di un fatto: nessuna collega del Pdl si è prestata a dare manforte all’operazione di Belpietro e di Feltri, nessuna (almeno in prima battuta) ha messo il suo nome e la sua faccia al servizio dei lapidatori. Ringrazio tutte: so che sono state sollecitate a intervenire e si sono sottratte.
Ma veniamo al punto. Anzi, ai punti che sono essenzialmente due. Il primo è facile da liquidare: Vittorio Feltri accusa il “Secolo” di doppiopesismo, sostenendo che il nostro quotidiano non ha mai difeso Mara Carfagna e altre esponenti del Pdl finite nel tritacarne mediatico della sinistra. È una assoluta menzogna e la collezione del giornale è lì a dimostrarlo con editoriali di prima pagina, interviste, pubbliche prese di posizione per le quali il ministro (che all’epoca nemmeno conoscevamo personalmente) ci ringraziò più volte. Eravamo e siamo convinti che la campagna anti-Mara rispondesse a uno stereotipo sessista che abbiamo sempre contestato – quello secondo cui le donne schierate a destra sono belle oche e fanno carriera ancheggiando – e ripetevamo che la Carfagna (come la Gelmini, come la Prestigiacomo, come tante altre) andasse giudicata sui fatti e non sull’estetica o sulle sue scelte private. Ed è esattamente lo stesso spirito che ha animato l’appello contro la fucilazione quotidiana di Elisabetta Tulliani: una che nemmeno sta in politica e che viene bersagliata solo perché è la compagna di Fini.
E veniamo al secondo punto, cioè al titolo di apertura di “Libero” sulla «pulizia etnica di Fini», relativa al caso di una nostra collega, Priscilla Del Ninno, in causa con il “Secolo d’Italia” per le modalità con cui è stata messa in cassa integrazione quando il giornale aprì lo stato di crisi e poi licenziata alla fine della Cig. La vicenda viene equiparata a quella dei sindacalisti Fiat estromessi dal lavoro (e reintegrati dalla magistratura) perché accusati di aver determinato il blocco di una linea di produzione durante uno sciopero. Con una sostanziale differenza: Priscilla del Ninno non è una sindacalista, non ha mai protestato contro la decisione del “Secolo” di indire lo stato di crisi, non ha nemmeno preso parte alle assemblee del gennaio-febbraio 2007 nelle quali si discusse e si votò liberamente la scelta dell’azienda, la cassa integrazione, la ristrutturazione. Infatti, all’epoca, si mise in malattia. La malattia le consentì di non assumersi la responsabilità – che tutti gli altri redattori si presero – di pronunciarsi sul piano del direttore e dell’amministratore, che prevedeva la riduzione delle pagine culturali (quelle nelle quali lavorava), tre prepensionamenti e la cassa integrazione per tre unità: un piano discusso e approvato non solo dall’assemblea del “Secolo”, ma dal sindacato dei giornalisti e dei poligrafici in sede locale e nazionale dopo minuziose disamine e correzioni. Non solo: grazie allo “status” di malata la Del Ninno fu la sola tra tutti a essere tutelata dalla possibilità di finire in cassa integrazione. E infatti non ci finì: per 9 mesi restò in malattia e solo raggiunto il limite massimo previsto dalla legge entrò in Cig, salvo uscirne di nuovo due o tre mesi dopo perché era rimasta incinta e si mise in maternità. Nel frattempo aveva avviato una causa contro il giornale. Ha vinto in primo grado (l’azienda ha ricorso): avrebbe potuto rientrare in redazione ma utilizzò ancora l’aspettativa per maternità, e finita quella si mise in ferie. Un altro procedimento è in corso: rispetteremo la sentenza, come abbiamo sempre fatto, non perché “femministe” (l’aggettivo usato da Maurizio Belpietro con toni spregiativi) ma perché ci sembra normale fare così.
Non entriamo nel merito delle altre bugie raccontate da “Libero”, a cominciare da quella secondo cui la Del Ninno sarebbe stata defenestrata per sostituirla con persone più “fedeli alla linea” come Filippo Rossi: tra l’altro Priscilla – ed era un suo vanto – una “linea” non l’ha mai avuta, salvo quella di usare fino in fondo le buone relazioni di suo padre con la direzione e l’amministrazione che l’avevano assunta per garantirsi dalle scomodità legate all’esercizio della professione. Ricordo personalmente un durissimo richiamo (all’epoca ero caporedattore) ricevuto perché avevo disposto il suo spostamento nell’open space redazionale dalla stanza “privata” che occupava con una collega. Suggeriamo ai colleghi di “Libero”, se vogliono sollevare scandalo sul tema dei diritti femminili negati al “Secolo”, di prendere in considerazione un altro caso: quello di Annalisa Terranova, che nel 1996, mentre era incinta, fu scavalcata nel suo ruolo di responsabile del servizio politico da un collega che si occupava di tutt’altro ma era più amico del direttore e solo per senso di responsabilità scelse di non rivolgersi al sindacato. Il direttore dell’epoca era Malgieri, ultimamente arruolato proprio da “Libero” come commentatore antifiniano («Fini ha poche idee, confuse e non di destra» è il titolo del suo ultimo articolo).
Comunque, va bene così. L’escalation della fangosa campagna contro Fini e i finiani – comunisti o fascisti, epuratori o clientelari, amici dei magistrati o violatori di sentenze a secondo di quel che serve – dimostrerà alle lunghe una sola cosa: Futuro e Libertà fa paura, al di là delle percentuali elettorali che gli vengono riconosciute in caso di voto, perché rappresenta una prospettiva di destra potenzialmente più credibile di quella rappresentata da “Libero” e dal “Giornale”. Il tentativo di screditare il gruppo di Fli serve a coprire il vuoto di contenuti degli “altri”, la loro incapacità di offrire risposte di merito sui problemi del partito e dell’Italia, ma di questo passo non farà che rendere questo vuoto sempre più evidente, palpabile, verificabile anche dai meno provveduti. E, crediamo, saranno sempre di più gli italiani che si chiederanno: ma davvero la destra deve essere questa babele di veleno e di fango? Poi arriverà un sondaggio e anche il Cavaliere se ne accorgerà. Probabilmente un giorno troppo tardi come è accaduto sui “numeri” dei finiani.

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