chi cerca trova

domenica 23 gennaio 2011

la dittatura europea- libro antisemita

La Dittatura europea- di Ida Magli

Un libro proprio bello e, senza ombra di dubbio, integralmente non condivisibile.

More about La dittatura europea
Ida Magli è un'ottima antropologa, arguta, fine osservatrice, colta e informata.
Il suo libro è terrificante, farneticante, complottista e profondamente antisemita. Inolte è orribilmente ipocrita perchè, sotto le vesti di un pamphlet corrosivo, dimentica di essere onesto e dire che sono gli ebrei, perfidi usurai, la causa di tutto il male del mondo.
Cita Orwell a cui attribuisce capacità divinatorie per 1984. La famosa Disutopia sarebbe la rappresentazione della UE e non, come noi stolti abbiamo sempre creduto, del totalitarismo (ed in particolare dello stalinismo) ma bensì la premonizione dell'evoluzione della pericolosissima democrazia anglosassone...
La dimostrazione che di buone intenzioni è lastricata la via per l'nferno.

Da leggere proprio per questo. Se sei EUROPEISTA, quale io sono e fui, è un ottimo compendio di pregiudizi giudeomassonici.

domenica 9 gennaio 2011

prolife

Arizona:

esponente prolife ammazza sei persone per salvare un feto potenziale. Lascia in fin di vita esponente politica democratica per le sue opinioni abortiste e laiche.
Gli Usa sono sconvolti. La libertà di parola e di opinione è stata, ancora una volta offesa.
C'è da chiedersi perchè siano i promotori della vita i peggiori carnefici, della libertà, della politica, della laicità.

e noi stiamo a difender la Binetti, Roccella, Sacconi!

Bisogna capire chi è realmente pro vita e chi come la Binetti, e compagnia flagellante, usa la non vita (morti celebrali, malattie degenaritive incurabili, embrioni e feti) per spacciare la sua inadeguatezza e piccolezza filosofica, morale e religiosa. Se Gesù vivesse oggi avrebbe scacciato la Binetti dal tempio e avrebbe fatto resuscitare Eluana Englaro pur di non lasciarla nella non vita che un'orribile stato etico le ha imposto. Se Gesù Cristo vivesse oggi direbbe a Sacconi Lascia a Cesare quel che di Cesare e a Dio quel che di Dio.
Morte compresa.

giovedì 6 gennaio 2011

I comunisti in cashmire e ministero

Ha ragione da vendere il venditore di fumo, e purtroppo non è di quello buono, nel dire che i comunisti sono un pericolo... come recita l'adagio: degli amici mi guardi iddio che dei nemici ci penso io.
e lui di amici in cashmire, barca e ministero, passati dalla falce e martello alla salvi(fica) accondiscndenza arcoriana ne vanta molti!
Non dovrebbe preoccuparsi troppo, il divin costruttore di miracoli rifiutati, il suo è un partito stalinista, putiniano e gheddafiano. Più socialismo reale di così!
Il vero cruccio dell'eccelso inceneritore di speranze, è che questi son rimasti comunisti, non i suoi intendo quelli del PD o li intorno, all'italiana, in fondo democratici e onesti... orribile smacco!
I suoi sono i veri comunisti mangia bambini, quelli duri e puri che hanno saputo riconoscere nel divin tappo il sol dell'avvenire!
e si mettono pure il cashmire e vanno in barca, la sua ormeggiata fra portofino e portocervo.

Ex-Comunisti/Pidiessini

Sandro Bondi
Giampiero Borghini
Massimo Ferlini
Giuliano Ferrara (poi PSI)
Lodovico Festa
Renzo Foa

Ex-Demoproletari ed extraparlamentari di estrema sinistra
Aldo Brandirali (già leader di Servire il popolo e membro del CDU)
Massimo Caprara (Il Manifesto)
Franco Frattini (Il Manifesto, poi PSI)
Antonella Maiolo
Gianfranco Micciché (Lotta Continua)
Gaetano Pecorella (Soccorso Rosso Militante e Democrazia Proletaria, poi PSI)

lunedì 3 gennaio 2011

Ma chi c***o erano i Wyld Mammuts?

Ippogrifo 10/10 Come i rock ci ha salvato la vita

Ma chi c***o erano i Wyld Mammuts?

1986, inverno. Vestivo un cappottone, corto e spinato, di seconda mano, tedesco, comprato da Matt, dove oggi c’è il Segno, sezione storia. Vendeva, Matt, vestiti usati, le uniformi di noi piccoli alternativi post punk: parka, giacche a tre bottoni, pantaloni a sigaretta, camicie da bowling, chiodi, teddy. Il mio teddy, giubbotto americano da collegiale, era blu con le maniche bianche, polsini bianchi e rossi e nessuna scritta. R.I.P. nel mio armadio.
[brano 1 FINEYOUNGCANNIBALSSOUSPISCIUOSMIND]

Lo comprai in base alcuni anni prima. Berto, un mio compagno di classe delle medie aveva le entrature giuste per spacciare prodotti nuovi e americani.
Berto viveva a Porcia, a Sant’Antonio, in una villetta da americani, con vicino un’altra villetta con Americani. Gli americani erano latinos di San Antonio (Texas). Scherzi del destino: da San Antonio a Sant’Antonio, casca una T e ti ritrovi a Porcia.
Il capofamiglia era pilota di Cargo, aveva fatto il Vietnam, due volte. Ci raccontò che aveva portato via gli ultimi americani, nel 1975, con gli sporchi Vietcong che sparavano dalla foresta. Il Cacciatore e Apocalipse Now, finalmente una prova tangibile dell’esistenza di Charlie del Colonnello Kurz. Cantai a squarciagola: ailoveiubeby, la la la.
[brano 2 CANTTAKEMYEYESOUTOFYOUFRANKVALLI]

Berto mi procurò un Teddy e un paio di American Optical. Ero una crisalide Rock-a-Billy. Lo divenni poi rock-a-Billy, saltuariamente, mi piacevano anche i New Wave, i Dark, i Mods, gli Ska.
Per confondere le acque mi esibivo inaspettatamente: dark, mod, new wave, Ska.
Fu allora che decisi che gli anni ‘50 erano più rivoluzionari dei sessanta. Una scelta che i più ortodossi Rock-A-Billy vedevano con disprezzo: la vera degradazione erano gli anni rivoluzionari dei capelloni!
[brano 3 MAYBEBABYBUDDYHOLLY]

Non mi potei rassegnare a tale ovvietà e, come solo un sedicenne può fare, analizzai con fervore mistico la musica, la letteratura, la politica, la storia.
Era meraviglioso, tutto ciò che diverrà rivoluzionario dieci, venti anni dopo era stato già stato sperimentato.
Scoprii così, in vecchi dischi di mio padre, la sua musica, la sua rivoluzione adolescenziale: il jazz.
In segreto me ne appassionai irrimediabilmente, di nascosto, e con Donatella amica mulliganiana, con dischi strepitosi del padre, ci nascondevamo a concerti vuoti fra vecchi 50enni.
[brano 4 MYFUNNYVALENTINEBAKERMULLIGANQUARTET]

Il jazz non era di moda. Era troppo, persino per i miei rivoluzionari 16 anni, ed allora optai, pubblicamente, per il Doo Wop. Divenni il maggiore esperto di doo wop di Pordenone (almeno così venni accreditato, per alcune lunghissime settimane, alimentando un fervido scambio di cassette TDK D90 con ammiratori del genere).
Il doo wop, era una perversione, previsione negra ed italoamericana del R&R.
The Flamingos, The Spaniel, The Seminoles, Danny and the Juniors, Vito and the Salutations, Cardinals, Clovers, Drifters per non parlare del miei preferiti: The Chords erano notissimi, arcinoti!
[brano 5 SH-BOOMTHECHORDS]

Ovunque andassi cercavo dischi, a Firenze, a Roma, a Milano, ad Udine e a Pordenone.
Davanti alla stazione c’era il piccolo negozio di dischi. Andavamo tutti là, anche i vecchi.
I vecchi erano quelli di 5 o 6 anni più anziani, gente del '64, '65, '66, e qualche antiquato del '67. Gente con un piede nella fossa. Loro erano i veri del Molo, quelli che andavano all'università, facevano dischi, tutto era nato da loro.
Ti guardavano sprezzanti, con ricercata superiorità, nulla di grave, cercavano, bontà loro, di non disprezzarti troppo. Non era colpa tua se eri ancora un bamboccio fra il’77 e l’82. Leggevi nei loro occhi, incorniciati da splendide capigliature naoniane, capigliature che noi invece ammazzavamo in splendidi scalpi a 3mm, sempre la stessa domanda:
Dov’eri tu, quando Pordenone era in competizione con Londra e New York per la supremazia del punk, della new wave mondiale?-
Avrei voluto rispondere:
Ero a giocare a pili, a correre in bicicletta e saltare fossi, a toccarmi, a innamorarmi, a fare a botte, a nascondermi, fumare al parco, a lanciare raudi… No, non credo di essermi perso niente-
Non era colpa mia e neanche me ne sentivo in colpa. Mi limitavo, sfogliando vinili, a sorridere. Agli anziani si doveva rispetto.
Ritenevo il ‘77 una brutta copia del ‘68 a sua volta una brutta copia del ‘56, di conseguenza mi stavano tutti culturalmente sul cazzo. La rivoluzione era morta e sepolta nel 1964, con la morte di JFK!
[brano 6 KEEPONKEEPIN'ON!THEREDSKINS]

Analizzavo dischi con cura leggendo ogni data sul vinile, codici delle registrazioni, le formazioni: nella raccolta della Rhino, c'erano gli stessi pezzi della raccolta della Columbia? L'imperativo era evitare i doppioni.
Era un problema finanziario non indifferente. Nella mia tasca di studente del classico, per quanto di famiglia benestante, c'era il minimo indispensabile. I soldi servivano per dividere la benzina, per le caramelle, e per i vizi: libri, dischi, alcool.

Mio nonno, Lucifero, veniva sempre a trovarci dalla allora lontanissima Sardegna. Passava con noi alcune settimane affascinato dalla pioggia che cadeva ininterrotta. Un giorno, di quelli freddi e piovosi che tanto gli piacevano, mi diede 10.000 lire per comprare uno di quei dischi di cui bramavo il possesso. Era una doppia raccolta di Cuck Berry. L'ascoltammo insieme, io e nonno. Mi chiese enigmatico “ti piace?”. E tornò a guardare la pioggia che cadeva.
[brano 7 SWEETLITTLESIXTEENCHUCKBERRY]

La prima fase di un fanatico adolescente della mia generazione, era ascoltare raccolte a volumi insopportabili, la seconda fase era imparare i nomi delle formazioni, delle case discografiche originali.
Concluso l’autoapprendimento, iniziava la ricerca di qualsiasi riferimento in altre insospettabili raccolte, esauriti i titoli disponibili sopravveniva una senso di sconforto per la saturazione della conoscenza antologica. Iniziava così la raccolta dischi originali dei gruppi, e poi, in un crescendo rossiniano di follia, si comprava tutto ciò che avesse un qualsiasi riferimento alla propria malattia.
Comprai una volta un disco di Bobby Womach (peraltro uno dei dischi più belli della mia collezione) perché la foto, la posa del Gruppo, e soprattutto per quel nome così Doo Wop: The Valentinos…
L'ultima fase era simulare conoscenza intima, personale della vita, della storia dei propri paladini. Si trovava di tutto: alcune carissime edizioni Bootleg degli Stray Cats, di alternare take di Eddie Chocran, di registrazioni inedite di Buddy Holly.
Ed anche i dischi dei Wild Mammouts...
Il loro fantasmagorico concerto aveva occupato la sacra istituzione del Collegio Don Bosco… lasciate che i pargoli vengano a me.
Chi cacchio fossero tali Wylde Mammots non mi è dato ricordare, ho chiesto informazioni ad alcuni miei giovanili coetanei 40enni che ricordano una scandinava provenienza psichedelica.
Al concerto c'ero, tardi per non pagare, mi ricordo poco e male e confondo con altri, ma di certo fu un successo storico.
Di nessun altro gruppo sconosciuto mi è rimasto così impresso il nome.
[brano 7 UNCHAINEDMELODYVITOANDTHESALUTATION]

Nota metodologica: tutti i luoghi e le persone sono reali, i dischi sono in vinile originale, il teddy è ancora nell'armadio. La cronologia degli avvenimenti è approssimativa, tanto la sostanza non cambia. JFK è morto nel 1963 ma il 64 è più significativo.
Uaildmammuts si scrive Wylde Mammoths










Wordle: wyld mammutts



martedì 21 dicembre 2010

e poi ditemi che non avevo ragione...


Mi sono sempre stati sul cazzo. Sul serio, non li reggevo. Arrivavano belli belli, quel tanto consumati dalla vita, sigaretta in mano e voce suadente. Aprivano le loro fogne e via discorsi di lotta dura senza paura, manifestazioni e sprangate, collettivi studenteschi e voti politici, assemblee fiume e letture pallose.

Non li reggevo nell'85 quando ci davano dei disimpegnati, dei fascistelli qualunquisti, dei ragazzini immaturi e borghesi (nient'affatto rivoluzionari). nessuna tolleranza per le nostre idee, per le nostre piccole, ma vere e autogestite, rivoluzioni quotidiane. Manifestare per i cessi che ti cadono addosso non era abbastanza anti sistema. Sprangarsi di botte per il libretto rosso si.

Se non leccavi loro il culo, sbavando agli epici racconti del 77 bolognese (padovano, trentino, romano, milanese bastava che fosse un po' autonomo o neofascista era uguale), eri una merda, un bambino cresciuto a nesquik e goldrake. Dovevi prostrarti alla fortuna loro capitata di essere parte di un grande movimento rivoluzionario, alle vicinanza con epici assassini, con cui passare le notti a costruire un mondo migliore.

Io che nel 77 ero vivo, ricordo la mia infanzia felice, ma anche le sirene a Roma, i blocchi di polizia, la televisione con un morto al giorno. Gente che doveva morire, secondo loro: poliziotti, giudici, sindacalisti, giornalisti, orefici, direttori di banche, sportellisti, guardie giurate, militari, carabinieri. Tutti nemici di una qualche rivoluzione. E poi persone normali, capitate per caso in stazione, in treno, in aereo o aereoporto, in piazza a passeggiare o in banca a versare demoniaci contanti (gli stessi che a fuciliate rubavate dai porta valori).

E poi i ragazzi loro coetanei finiti sprangati a manca e a destra, bruciati in casa o rincorsi in vespa. Tutti degni di morire per una qualche rivoluzione.

Mi stavano sul cazzo, ancor di più dieci anni dopo, arrivavano belli belli, brizzolati e sempre con la cicca in mano, cambiava marca però, a fare i creativi, pacifisti e moderati.
Famigliole allargate, tolleranti, amichevoli, aperte. Di punto in bianco la vostra rivoluzione era diventata "culturale". La musica che solo voi avevate capito, il jazz elettrico, due coglioni di cantautori maturi, il folk, ma quello vero, popolare, il rock impegnato, impegnativo direi più che impegnato. L'arte che solo voi avete intuito. Di colpo tutti amici di Pazienza, lettori di frigidaire, di stampa alternativa, tutti ai campi hobbit (peccato chegli alternativi e non violenti erano i primi, minoritari loro si, che umiliavate). Tutti casa e biennale. La letteratura: tutto un fiorir di autori sconosciuti, e poi i dissidenti (che al solo pensiero vi procuravano in gioventù mal di denti), Kundera e altri poveracci che la rivoluzione ve l'avrebbero volentieri regalata.
La spranga era diventata un pennello con cui adornare le vostre cazzatte. Ma pur sempre cazzate rimanevano.
Voi nell'89 eravate incerti. Sto di quà o stò di là? Io no.

Infine oggi me li ritrovo al potere quella generazione di fiorr fiore di "rivoluzionari".
E mi stanno, se mai fosse possibile, ancora più sul cazzo. Questi fulgidi esempi di democrazia a dettar legge a le nuove generazioni dopo aver rovinato, con le loro stronzate, la mia generazione. Da rivoluzionari a servi.
L'unica vera rivoluzione è non essere servi della "rivoluzione".

Cito qui solo quelli al governo, sapendo che se ci fossero altri al governo rischieremmo di dire cose molto simili.

La Russa (classe 1947, un po' anziano), Gasparri classe 1956, Alemanno classe 1958, e quel genio incredibile di Maroni classe 1955.

Per maggiori informazioni sulle loro vite cito a titolo di esempio Wikipedia...


"Il 12 aprile 1973, quando era uno dei leader del Fronte della Gioventù di Milano, nella manifestazione organizzata dal Movimento Sociale Italiano contro quella che veniva definita "violenza rossa" furono lanciate due bombe a mano Srcm, una delle quali uccise il poliziotto di 22 anni Antonio Marino. La Russa fu indicato come uno dei responsabili morali dei lanci di bombe."

Alemanno entra da giovanissimo in politica, nelle organizzazioni giovanili del MSI-DN diventando segretario provinciale romano del Fronte della Gioventù, il movimento giovanile missino. Negli anni '80 è uno dei leader della corrente rautiana del FdG, insieme a Marco Valle, Riccardo Andriani, Flavia Perina, Antonello Ferdinandi, Paola Frassinetti e Fabio Granata che si contrapponeva all'ala almirantiana guidata da Gianfranco Fini. In quella fase politica tormentata da violenze nel 1981 fu arrestato, insieme a Sergio Mariani, per poi essere subito scarcerato e non indagato successivamente per le violenze nel quartiere di Castro Pretorio di fronte ad un bar denominato "La Gazzella" nel tentativo di aggredire lo studente Dario D'Andrea.

Successivamente nel 1982 fu di nuovo arrestato con l'accusa di aver lanciato una bomba molotov di fronte l'ambasciata dell'unione sovietica. Dopo otto mesi di carcere preventivo sarà completamente scagionato e liberato.

MARONI Inizia la sua esperienza politica nel 1971 militando in un gruppo marxista-leninista di Varese e poi fino al 1979 è nel movimento d'estrema sinistra Democrazia Proletaria

I fatti di via Bellerio e la condanna per resistenza a pubblico ufficiale

Il 12 agosto 1996 il Procuratore della Repubblica di Verona Guido Papalia avviò delle indagini sulla Guardia Nazionale Padana, sospettata di essere un'organizzazione paramilitare tesa ad attentare all'unità dello Stato(articoli 241 e 283 del Codice penale)

Il 18 settembre viene così disposta la perquisizione delle residenze di Corinto Marchini, capo delle "camicie verdi", Enzo Flego e Sandrino Speri, dell'ufficio di Speri nella sede leghista di Verona e di un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, ritenuto nella disponibilità dello stesso Marchini. Le operazioni iniziano alle 7 del mattino e alle 11 due pattuglie della Digos di Verona si presentano alla sede della Lega di via Bellerio a Milano con Marchini a bordo.

Qui la Polizia di Stato (Digos di Verona e di Milano, Ufficio prevenzione generale di Milano) incontra sul posto un'opposizione per cui i poliziotti «decidevano di rivolgersi per istruzioni al Procuratore della Repubblica di Verona. Tornavano, quindi, posto nel pomeriggio con il provvedimento integrativo di perquisizione e l'ordine di procedere, trasmesso via telefax, dalla competente Procura di Verona». Nel pomeriggio la Polizia ha un nuovo decreto di perquisizione e «dopo una prima contestazione sulla autenticità del decreto di perquisizione trasmesso da Verona, gli operanti, entrati nell'androne dell'edificio, per eseguire il provvedimento dovettero affrontare e superare un cordone umano formato» da militanti e dirigenti leghisti fra cui Maroni, «e da altri simpatizzanti, postisi innanzi alla scala per impedire la salita degli uomini della Polizia. Superato tale ostacolo, le forze dell'ordine salirono le scale inseguiti e ostacolati dagli astanti». Nel corso del tragitto verso la stanza di Marchini «la Polizia dovette affrontare l'assembramento di persone che si era formato, accompagnata da un coro di insulti» promossi da Borghezio, oltre a «numerosi atti di aggressione fisica e verbale nei confronti dei pubblici ufficiali» compiuti da Maroni, Bossi e Calderoli, «episodi tutti documentati dai filmati televisivi».

«Il primo vero e proprio episodio di violenza» fu compiuto da Maroni che «tentò di impedire la salita della rampa di scale (...) bloccando per le gambe gli ispettori Mastrostefano e Amadu».

Quando finalmente ispettori e agenti furono «pervenuti di fronte alla porta del locale da perquisire, gli operanti rinvenivano un cartello cartaceo la cui indicazione dattiloscritta specificava "Segreteria politica - Ufficio on.le Maroni". Il Dott. Pallauro, dopo un ulteriore contatto telefonico con il Procuratore della Repubblica di Verona che dava ordine di portare a termine l'operazione, provvedeva allo sfondamento della porta, operazione che tuttavia era ostacolata violentemente» da Maroni, Bossi, Borghezio, Capanni, Martinelli e Calderoli «che aggredivano principalmente il Dott. Pallauro e l'ispettore Amadu, il quale veniva stretto fra gli imputati Maroni, Martinelli e Bossi, che lo afferrava dal davanti, mentre il Martinelli lo prendeva alla spalle. (...) La vicenda vedeva da ultimo l'on.le Maroni subire un malore e venire disteso a terra dall'agente Nuvolone, per poi essere avviato al pronto soccorso ove gli venivano riscontrate lesioni per le quali sporgeva querela».

Ne nacque così un procedimento penale per resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 del codice penale) perché «gli insulti e gli atti di resistenza e violenza non sono in alcun modo atti insindacabili per i quali possa valere la prerogativa parlamentare».

Maroni sostenne che «fu aggredito e non aggredì gli esponenti della Polizia». Fu invece dimostrato «la non veridicità dell'assunto del Maroni» essendo «documentato che nella ascesa della rampa delle scale trovandosi a terra, e non per le percosse ricevute, tratteneva con la forza gli operanti afferrando la caviglia dell'ispettore Mastrostefano e poi le gambe dell'ispettore Amadu». La magistratura appurò poi che Maroni «era caduto in terra per un improvviso malore nella fase finale dell'accesso degli operanti nella stanza da perquisire, circostanza attendibilmente confermala dalla teste Nuvoloni della Polizia che lo aveva soccorso, e forse colpito anche involontariamente in tale posizione nella ressa creatasi luogo o già raggiunto, presumibilmente, da spinte nel corso della vicenda che vedeva un accalcarsi incontrollato di persone, compresi giornalisti e simpatizzanti della Lega Nord».

Ad ogni modo «i pubblici ufficiali erano comunque tenuti a portare a compimento l'ordine loro impartito. Non era discutibile la legittimità della perquisizione a carico del Marchini nella sua stanza sita nell'immobile anche sede del partito politico, dove lo stesso Marchini accompagnava gli operanti, perquisizione non limitata alla sua abitazione, ma a tutti gli altri luoghi nella sua disponibilita».

In definitiva «la resistenza» di Maroni e degli altri leghisti «non risultava motivata da valori etici, mentre la provocazione era esclusa dal fatto che non si era in presenza di un comportamento oggettivamente ingiusto adopera dei pubblici ufficiali». In modo particolari gli atti compiuti da Maroni sono stati ritenuti «inspiegabili episodi di resistenza attiva (...) e proprio per questo del tutto ingiustificabili».

Il 16 settembre 1998 Roberto Maroni fu così condannato in primo grado a 8 mesi.

La Camera dei Deputati ha deliberato, il 16 marzo 1999, l'insindacabilità, ai sensi dell'art. 68, primo comma, della Costituzione, dei comportamenti tenuti dai parlamentari in occasione dell'opposizione alla perquisizione. Ma «la Corte d'appello ha proposto ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, e la Corte costituzionale (sentenza n. 137 del 2001) ha dichiarato che non spettava alla Camera deliberare che i fatti per i quali era in corso il procedimento penale concernessero opinioni espresse dai parlamentari nell'esercizio delle loro funzioni».

La Corte di appello di Milano il 19 dicembre 2001 ha confermato la decisione di primo grado riducendo la pena a 4 mesi e 20 giorni perché nel frattempo il reato di oltraggio era stato abrogato.

La Camera dei Deputati il 4 febbraio 2003 ha allora chiesto alla Corte Costituzionale di «dichiarare che non spetta all’autorità giudiziaria (ed in particolare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona) di disporre e di far eseguire la perquisizione del domicilio del parlamentare Roberto Maroni, con il conseguente annullamento dei decreti di perquisizione locale e di sequestro emessi dalla Procura il 17 e 18 settembre 1996 - nella parte in cui, senza autorizzazione della Camera dei deputati, si è disposta la perquisizione del locale all’interno della sede della Lega Nord di Milano nella disponibilità di Corinto Marchini, ancorché lo stesso fosse nell’effettiva disponibilità dell’on. Roberto Maroni - e di tutte le operazioni di perquisizione svoltesi il 18 settembre 1996 in esecuzione dei decreti stessi».

Il 30 gennaio 2004 la Corte Costituzionale darà ragione alla Camera perché davanti al cartello "Segreteria politica - Ufficio on.le Maroni" «l'autorità giudiziaria avrebbe dovuto sospendere l'esecuzione della perquisizione e chiedere alla Camera la necessaria autorizzazione; in alternativa - ove avesse nutrito dubbi sull'attendibilità del contenuto dei cartelli - avrebbe potuto disporre gli accertamenti del caso, per eventualmente procedere contro chi quei cartelli aveva collocato».

Dieci gioni dopo, il 9 febbraio, la Cassazione ha confermato per Maroni la condanna d'Appello commutandola però in una pena pecuniaria di 5.320 euro.

sabato 18 dicembre 2010

Recensione Ippogrifo- Paola Liberace Contro gli asili nido

Paola Liberace

Contro gli asili nido


Editore Rubbettino
Collana Problemi aperti
Data uscita 22/07/2009
Pagine 88
EAN 9788849824216

€ 10,00

Ci sono libri che suscitano dubbi, provocano ripensamenti, altri che confermano certezze, consolidano convinzioni.

Preferisco sempre di più i primi ai secondi.

Il breve, denso, pamphlet di Paola Liberace, giornalista, blogger e madre di due figli, nell'incipit si chiede “perché una mamma che lavora, soddisfatta utente di un buon asilo nido privato, dovrebbe scrivere un libro contro gli asili nido?”

Già, perché, verrebbe da chiedersi di conseguenza, un genitore che lavora, soddisfatto utente di un asilo nido pubblico, dovrebbe recensire un tale libro?

I motivi sono tanti e ogni pagina letta ne ha aggiunto di nuovi.

L'aspetto politico

Iniziamo con cosa non è il libro: non è una crociata libertaria sul lassaiz faire individualista, ne un'acritica critica anti marxista. É, a discapito del titolo, un excursus storico, legislativo e statistico sull'offerta delle strutture prima infanzia in Italia,ed è soprattutto un'analisi impietosa sul fallimento della politica familiare, della conciliazione, della maternità e della natalità.

La sensazione che rimane dopo un pomeriggio di lettura è che il nostro pensiero politico contemporaneo (italiano intendo) sia lontanissimo da qualsiasi principio liberale di autodeterminazione delle scelte individuali e familiari, sia, sempre il nostro pensiero politico, altrettanto lontano da approcci socialisti e riformisti, capaci di attuare principi di sussidiarietà, solidarietà ed efficienza di un welfare state moderno ed universalistico.

Nonostante i tentativi di inghiottire l'amaro in bocca, il nostro pensiero politico, e, di conseguenza, il nostro apparato politico, statuale, mi sembra ancorato ad un familismo arcaico e incongruente con le evoluzioni sociali, lavorative e culturali degli ultimi decenni. Mi sembra legato ad una concezione del mercato del lavoro keinesiana, quando dovrebbe essere liberista, e liberista quando dovrebbe essere keinesiana, liberista con i precari e keinesiana con monopolisti, infine ad una concezione dei processi decisionali democratici strumentali, localisti ed autoreferenziali.

In questo contesto tutte le scelte, come spesso accade in Italia, appaiono mezzo giuste o mezzo sbagliate, soprattutto non sembrano mai esaustive ne tanto meno risolutive.

Il libro mi ha stimolato lo spolvero di vecchi e desueti classici del pensiero politico: Rossi, Rosselli, Einaudi, Gobetti, Salvemini. L'Italia pare abbia attuato, banalizzandola ed esautorandola di ogni significato positivo, la grande utopia del socialismo liberale che tanta speranza diede ad una minoritaria parte dell'antifascismo italiano. Il peggio del socialismo e il peggio del liberalismo sono in Italia espressione di molte delle politiche di welfare, che oggi, grazie alla crisi economica, stanno mostrando tutta la loro inadeguatezza.

Il ruolo della politica, nelle azioni e negli interventi che riguardano la vita degli individui e delle famiglie è fondamentale, ed appare imprescindibile strumento per arrivare ad uno Stato moderno, efficiente e rispondente alle richieste dei cittadini.

Ma è veramente così? Veramente lo Stato si è preso in carico questo ruolo? Veramente lo Stato deve prendersi in carico la famiglia, la genitorialità, l'educazione fin dalla prima infanzia, fino al lifelong learning?

Lo Stato deve veramente occuparsi dei propri sudditi dalla culla alla tomba? Deve applicare un Welfare fortemente comunitario e relazionale che interviene nell’intero ciclo di vita – dal concepimento alla morte naturale - in modo da rafforzare l’autosufficienza della persona e prevenire il formarsi del bisogno, così come auspicò il Libro Bianco di Sacconi un anno fa?

Oppure come sollecita Paola Liberace in conclusione del libro: essere genitori è una questione di libertà e di responsabilità: non si può coltivare la seconda senza tutelare la prima, e aggiungerei: essere cittadini è una questione di libertà e responsabilità?

Il bambino dove lo metto? Dove lo metto chi lo sa?

“Tu lo mandi al nido o hai qualcuno?” e chi è il qualcuno?

Oggi in Italia la famiglia è allargata, o meglio dire immobilizzata in una struttura composta da nonni, genitori, nipoti e solo tale forma pare assicurare una valida alternativa all'Asilo nido.

In realtà la cura dei figli è gerarchica: madre, tutto il resto.

Grande assente è il padre, volente o nolente. La cura è femminile, il reddito maschile. Questa è la realtà, sottaciuta e non affrontata, di tutta l'analisi dell'autrice.

I nonni sono una risorsa, e lo sono ancor di più se non decrepiti, pensionati baby, attivi e svegli e soprattutto vicini.

Verrebbe da dire: nulla di nuovo sotto il sole. La bella famiglia comunitaria, le generazioni che parlano, condividono spazi e saperi. Verrebbe da dire che così non è. La famiglia dove nonni, nipoti, cugini, fratelli, sorelle, vicini, parenti di generazioni ed età molteplici non esiste più. I nonni sono quasi sempre con un solo nipote e non ci sono cugini. Le variabili della modernità lavorativa non permettono tanta socialità comunitaria. I nonni girano con le carrozzine, custodiscono in casa i bimbi e poco più.

Esistono poi le soluzioni “Mary Poppins” ovvero le baby sitter praticamente perfette. Soluzioni che costano più del nido, quanto uno stipendio, e che corrispondono al criterio: una persona davvero qualificata - magari italiana, magari con il diploma di puericultrice, magari pagandole i contributi (p.7). Assai più comune è rivolgersi a giovani ragazze simpatiche, carine, magari alla pari, ma la puericultura rischia di impattare con l'uso smodato dei social network. Oppure si possono prendere due piccioni con una fava: la colf. Può dare un occhio al bambino mentre rassetta casa, è una persona di fiducia, disponibile. Spesso il lavoro di cura è extracomunitario, o neocomunitario, con risultati simili ai paradossi delle badanti: pazienza se parla male italiano e con il pupo si limita a lunghe, silenti passeggiate in carrozzina senza dare un cenno di presenza (p.8).

Dunque il nido è la soluzione: ambiente sicuro e controllato, crescita relazionale del bambino, professionalità del personale, il costo affrontabile se pubblico, più impegnativo se privato. Insomma perfetto, pubblico o privato che sia.

Ma i posti sono sufficienti? Ad essere buoni arriviamo, così dice puntigliosamente la Liberace, all'11% della copertura sulla fascia 0/3 anni, in regioni e provincie come la nostra un po' di più, comunque lontanissimi dal promesso obiettivo del Trattato di Lisbona (dovrebbero raderla al suolo quella città per tutti gli obiettivi che si ostina a farci mancare) del 33% entro il 2010. Certo non possiamo aspirare al 64% della Danimarca e tanto meno al 29% della Francia, eppure a destra e a manca si promette:

prosecuzioni del piano di investimenti in asili aziendali e sociali (PDL) l'asilo nido deve diventare un servizio universale, disponibile per chiunque ne abbia bisogno (PD).

Lavoro e famiglia: due termini, una soluzione.

La partita della famiglia, o meglio della natalità, si gioca nei primi mesi di vita e in termini sempre femminili. L'assunto pare essere: se riesco a tornare a lavoro entro l'anno sono salva.

Stiamo parlando dell'esercito delle volenterose impiegate, come cinicamente le chiama l'autrice, di donne che esaurito il bonus temporale della maternità, corrono ai ripari presidiando il posto di lavoro, e affidando( potrebbero oggi fare altrimenti?) i piccoli di meno di un anno al nido, ai nonni, etc.

Ciò comporta un enorme sforzo di conciliazione integralmente (o quasi) in carico alle donne, comporta acrobatiche peripezie fra nidi, baby sitter e nonne. La soluzione che ci si ostina a cercare è riassunta in poche ed efficaci parole: flessibilità di orari dei nido, servizi integrativi, aperture estive, orari lunghi. Conciliare la famiglia con il lavoro e non il contrario.

Siamo proprio sicuri che sia questa la soluzione?

L'esercito delle donne volenterose impiegate è frutto di lotte per l'emancipazione, per le pari opportunità, per l'eguaglianza di trattamento e salario. La Liberace ci riporta amaramente alla realtà: 20% di donne in posizione manageriale (dati ISTAT 2006), le donne dirigenti sono il 24,5% per di più concentrate nella pubblica amministrazione, e volendo soffrire si continua con differenze nell'ordine del 24% fra retribuzioni maschili e femminili (a favore dei primi ovviamente).

Questo quadro non pare semplificarsi e l'uso degli ammortizzatori sociali, legati alla crisi di questi ultimi due anni, sembra allontanare ancora di più le donne da un mercato del lavoro “conciliante”.

Quello che dovrebbe essere una libera scelta di vita, passare i primi mesi di vita con il proprio figlio, rischia di diventare l'unica soluzione economicamente sostenibile in una famiglia che diventa da plurireddito a monoreddito precario.

Politiche di conciliazione: dov'è il problema?

Il principale fattore di ostacolo tra famiglia e lavoro non è la scarsa disponibilità di posti negli asili nido, ma la strutturazione rigida del lavoro, e l'impossibilità di variare o ridurre l'orario lavorativo (p. 21). Con la forza dei numeri e delle indagini Istat citate, l'autrice ci porta in quella che, dal suo punto di vista liberale, appare essere il vero punto carente del sistema, il nodo irrisolto e non affrontato, delle politiche lavorative, e della famiglia in Italia: la debolezza del mercato del lavoro e del sistema delle opportunità di flessibilità.

Parlare oggi di flessibilità in Italia è pericolosissimo.

Flessibilità è, o meglio è stato fatto diventare, sinonimo di precarietà, ed affidare al precariato la soluzione delle politiche di conciliazione rasenta la bestemmia. Eppure se, come ci invita a fare l'autrice, usciamo da schemi dialettici rigidi e affrontiamo la questione in termini seri e, soprattutto, onesti ci accorgiamo che proprio le donne sono le prime a soffrire di questo paradossale errore.

Il posto fisso è rigido, inchiodato a orari e tempi inconciliabili (se non con un nido ultraflessibile), eppure oggi appare l'unica àncora di certezza della vita familiare.

Il part time è inutilizzato, non richiesto e disincentivato, i congedi un misterioso strumento, il telelavoro eretico, il jobsharing (orribile termine per dire fare in due il lavoro di uno) un mostro in mano ai padroni del vapore e via discorrendo.

Piuttosto si danno bonus una tantum per pagare uno o due mesi di asilo, piuttosto si spendono milioni di euro per raggiungere punti o frazioni di punto percentuali nell'impossibile scalata a Lisbona, piuttosto si escogitano sostegni ed integrazioni al reddito, agevolazioni per far lavorare di più le donne e permettere loro di lasciare i figli ad altri. L'importante è che se hanno un lavoro lo mantengano come prima, più di prima, ma non meglio di prima.

Le donne si preoccupano del ritorno dell'oppressione patriarcale, che le aveva segregate in casa, non battono ciglio di fronte alla segregazione impiegatizia, che la veloce evoluzione delle tecnologie rende ancora più obsoleta della prima- e che per giunta le ha obbligate a disfarsi dei figli.(p.54).

Nonostante la critica ad alcuni aspetti del femminismo, l'autrice ripercorre il solco delle lotte di liberazione femminile più oltranziste degli anni '70, e lo fa abolendo il maschio, dimenticando che le politiche di conciliazione non sono più solo un problema femminile, ma sono sempre più una questione trans-gender, che interessa e coinvolge l'intera struttura delle relazioni sociali.

La Liberace solletica in conclusione la nostra fantasia citando le socialdemocrazie e le liberaldemocrazie: Danimarca, Inghilterra, Francia, DDR. Critica l'approccio universalistico e propone soluzioni differenziate: congedi lunghi per donne e uomini, part time obbligatori, posticipi pensionistici legati a lunghi periodi congedo non retribuito, social networking da casa, lavoro condiviso, banca del tempo e via discorrendo.

Fantasie, fantasticherie per il nostro elefantiaco stato.

Il massimo che l'elefante partorì fu un topolino:

Piccoli ma significativi aggiustamenti nel rigido orario di lavoro possono consentire a molti [sic] la conciliazione tra tempi di lavoro e di famiglia senza compromissione delle possibilità di carriera. (LA VITA BUONA NELLA SOCIETÀ ATTIVA , Libro Bianco sul futuro del modello sociale , maggio 2009 Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali)